Venezia Matera arte
Géricault - La zattera della medusa

Esiste qualcosa di ben più fragile dell’uomo: l’arte. Lo abbiamo capito negli ultimi giorni, quando i nostri occhi sono diventati saturi di immagini che sfiorano l’apocalittico: fiumi di acqua per le strade, frane, centinaia di sfollati e, soprattutto, due grandi città d’arte messe in ginocchio dall’ondata di alluvioni che ha colpito l’Italia. Venezia e Matera.
Da Nord a Sud, il maltempo non ha risparmiato niente e nessuno. E lo ha fatto, ancora una volta, in maniera estremamente violenta, come accade sempre più intensamente ormai da una decina d’anni. È colpa del cambiamento climatico. Ormai è un dato di fatto e questa volta a farne le spese è stato il nostro Bel Paese.

Venezia, nella notte tra il 12 e il 13 novembre, è stata letteralmente inondata. Il livello dell’acqua ha raggiunto i 187 cm, segnando un triste record per la città. Le vittime sono state due e i danni provocati agli edifici sono incalcolabili. Piazza San Marco e la sua basilica sono state colpite violentemente dall’acqua. Nella cripta della basilica di San Marco, le tombe dei Patriarchi sono state completamente sommerse. Diverse chiese di Venezia hanno riportato danni ingenti e neanche le piccole realtà culturali della zona hanno avuto scampo. Sull’isola di San Giorgio, l’omonima basilica – oggi appartenente alla fondazione Cini che ne ha fatto un’oasi di cultura e tutela del patrimonio artistico e librario – ha subìto gravi danni al chiostro. Colpita anche la famosa libreria Acqua Alta, situata nella zona di piazza San Marco: centinaia di libri sono andati persi, altri sono stati in parte rovinati dall’acqua.
Anche Matera è stata vittima del maltempo degli ultimi giorni: fiumi di acqua hanno invaso le strade, arrecando danni alle abitazioni e agli storici sassi, ambienti ricavati, nella preistoria, scavando nella roccia. Alcuni di questi si sono allagati, arrecando un enorme danno al patrimonio artistico e culturale italiano.

Se nella nostra vita quotidiana, a poco (ahimé!), sono servite le parole di Greta Thunberg – nel rammentarci che, se non invertiamo la rotta, sicuramente tra un paio di decenni di noi non resterà traccia -, forse le immagini di opere d’arte minacciate dalla probabilità di scomparire per sempre sotto acqua e fango ci possono far rinsavire.

Già, perché siamo un Paese abbastanza strano. Che non si dica che non ci teniamo alle nostre cose, per carità! Ci teniamo, ma solo dopo aver rischiato di perderle o averle perse completamente, sennò che gusto c’è?

Un brivido, però, ci ha percorso tutta la schiena nel momento in cui abbiamo realizzato che, senza alcun intervento, il nostro patrimonio artistico e culturale rischia di andare perduto per sempre, ancor prima di noi. Non è chiaro se questo moto di amore improvviso verso l’arte sia stato alimentato dal fantastico lavoro di divulgazione di Alberto Angela, che da tempo porta nelle nostre case le bellezze artistiche italiane, o se provenga dalla riscoperta di un atavico istinto di proteggere ciò che ci appartiene. Qualunque sia la causa, dobbiamo ammettere che, immaginare un’Italia senza più la basilica di San Marco a Venezia o il centro storico di Matera, ci si è palesato davanti, folgorante, come un fulmine a ciel sereno. Alcuni di noi avranno addirittura esteso la triste immagine alla Capitale, immaginando una Roma e – dunque, l’Italia senza più il Colosseo.

Le iniziative di solidarietà: keep point

Tutto questo ha generato un’ondata di solidarietà che non ha tardato ad arrivare dalle istituzioni, dai privati, ma anche dai singoli cittadini. Il governo, infatti, ha decretato lo stato di emergenza per Venezia e ha stanziato fondi di 20 milioni di euro per i primi aiuti, mentre il sindaco della città, Luigi Brugnaro, ha aperto un conto corrente per permettere ai cittadini di fare donazioni. Dalla Protezione Civile è stato attivato un numero di telefono per gli “sms di solidarietà” e la Siae – Società Italiana Autori ed Editori – ha comunicato i codici iban di librerie e biblioteche che hanno subìto ingenti danni in materia di libri andati distrutti dalla furia dell’acqua. Non sono mancate le iniziative da parte dei cittadini: l’associazione ‘Venice Calls‘ ha riunito, sui social, numerosi giovani che per ore hanno liberato Venezia dalla fanghiglia e dall’immondizia.

Good news di solidarietà giungono anche da Matera: il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha annunciato che gli incassi ottenuti dallo spettacolo “Falstaff e il suo servo”, che il 29 novembre, si terrà al Piccolo Teatro di Milano, verranno devoluti alla città di Maera.
Analogamente, il sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha deciso di devolvere a Matera gli incassi del concerto della “Orchestra nazionale dei conservatori italiani”, che si terrà il prossimo 30 novembre.
Numerose iniziative sono giunte anche dai privati, dimostrando che, anche dalla comunità può nascere qualcosa di bello. È quello che ha sottolineato anche il giornalista e scrittore Massimo Gramellini, auspicandosi che il popolo italiano possa prendere coscienza del fatto di avere tra le mani una fragile storia da proteggere, nella speranza che le istituzioni si mettano in moto per creare un piano nazionale di opere pubbliche che permetta di tenere al sicuro, da eventuali cataclismi, strade, case, siti naturali, archeologici e musei.
Perché è anche bene ricordare che l’Italia conta ben cinquantacinque siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO (prima al mondo, con la Cina) e quindi, dal punto di vista della bellezza e della storia, abbiamo chiaramente molto da perdere.

E dunque? Che si fa? Le iniziative di solidarietà sono utili, ma servono ad ammortizzare dei danni che non possiamo assolutamente permetterci di subire. Il patrimonio artistico e culturale italiano è immenso, e dobbiamo rivedere le nostre priorità, se non vogliamo perderlo.
Non c’è più tempo.
È una frase che sentiamo pronunciare sempre più spesso al giorno d’oggi.

È davvero così: non c’è più un secondo da perdere. Se pensavamo di dover salvare soltanto noi stessi dagli sconvolgimenti di un pianeta esausto e stremato dai suoi deleteri inquilini, ci sbagliavamo. La lotta al cambiamento climatico ha a che fare anche con altro, ha a che fare anche con l’arte.
E con gli eventi degli ultimi giorni, ce ne siamo – forse -finalmente accorti. Dobbiamo salvare ciò che di più fragile esiste, dobbiamo salvare ciò che fa di un mucchio di ossa, muscoli e pelle un essere umano: dobbiamo salvare le bellezze artistiche di cui siamo, spesso, gli scellerati tutori, prima che ne resti solamente il ricordo di una foto ritrovata su Google.

Il cambiamento climatico ci ucciderà tutti e l’arte non fa eccezione.
Ma c’è ancora uno spiraglio. Dipende da ognuno di noi.
Dipende da tutti noi.

Anna Rita Orlando

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