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Quella di quest’anno verrà ricordata come una delle campagne elettorali dai toni più violenti; quella di Luca Traini, il giovane fascista di Macerata che è andato in giro a seminare il terrore sparando sui migranti, quella dell’ aggressione ai danni di un militante di Potere al popolo, fino ad arrivare a Salvini che, a mo’ di nuovo sovrano illuminato, è passato dai giuramenti sull’acqua del Po a giurare sul Vangelo.

La campagna elettorale in cui il dibattito pubblico è tornato ad occuparsi di quel fantasma che dalla storia dell’Italia non è mai andato via: il fascismo, tra chi storce il naso a sentire questo termine, considerandolo ormai desueto e anacronistico, e chi ribadisce l’urgenza di parlare ancora di fascismi e antifascismi.

E di fascismi e antifascismi non si può non parlare quando candidate al Parlamento ci sono due liste dichiaratamente neofasciste, Casapound e Forza Nuova, i cui leader, Simone Di Stefano e Roberto Fiore, se ne vanno in giro per l’Italia a fare campagna elettorale.

È accaduto anche a Benevento, dove la scorsa domenica è approdato per tenere un comizio proprio Roberto Fiore, fondatore e capo di Forza Nuova, la stessa organizzazione che ha espresso solidarietà e appoggio all’attentatore di Macerata.

Ad accoglierlo, una città completamente blindata. Un intero rione chiuso al traffico ed isolato, un dispiegamento di polizia impressionante. Nella cartina è possibile vedere la zona rossa, interdetta al traffico e circostante il Teatro Libertà, in cui Fiore ha tenuto il suo comizio.

Che dei fascisti si radunino al Teatro Libertà già di per sé è un’amara ironia, ma lo è ancora di più se si pensa che proprio questo teatro è di proprietà del Comune di Benevento, che ha permesso che da teatro diventasse teatrino della propaganda fascista.

“La storia insegna, ma non ha scolari” scriveva Gramsci.

In questo caso non ci sono scolari neanche per le cronache più recenti. Avremmo infatti dovuto imparare dai fatti di Macerata gli esiti possibili del clima di odio alimentato da certa politica. Non l’abbiamo fatto. Accade così che il giorno dopo il comizio di Fiore a Benevento, un migrante venga aggredito a colpi di pietra, proprio nel quartiere in cui si è tenuto il comizio.

Tre gli aggressori identificati. Tutti e tre giovani. Tutti e tre Beneventani. Uno di questi tre sul suo profilo Facebook sfoggia una foto proprio con Roberto Fiore.

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Foto dell’aggressore con Roberto Fiore

Tardano ad arrivare le reazioni della politica locale. Nessuna riga di solidarietà per il migrante aggredito. Un silenzio che pesa. Pesa come il comportamento di istituzioni che dovrebbero essere democratiche e che stanno dando piena agibilità a un manipolo di fomentatori di odio.

Tutto questo avviene in nome di una libertà d’espressione declamata da novelli costituzionalisti che dimenticano però che proprio quella Costituzione è figlia della resistenza, è scritta sul sangue dei partigiani e affonda nell’antifascismo le sue radici.

Dimenticano l’articolo 1 della nostra Costituzione, che dice che la nostra è una Repubblica democratica, o ancora la legge Scelba, o l’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Parole in netta antitesi con chi invece, diffonde messaggi xenofobi, con chi ha costruito negli anni la sua politica sulla negazione dei diritti alle coppie omosessuali, con chi dice no allo ius soli e parla, in perfetto stile del ventennio, di Dio, patria e famiglia.

Magari non è ancora tardi per imparare dalla storia, magari si potrebbe iniziare davvero a parlare di antifascismo come di una risposta urgente al clima di questi giorni, cacciare fuori l’antifascismo dai musei per cominciare a viverlo sulla propria pelle nella propria quotidianità.

Giulia Tesauro

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