Ha da passà 'a nuttata: la notte dei valori della Napoli milionaria di Eduardo

«Ha da passà ‘a nuttata»

Quattro parole, una frase breve, che pare veicolare un messaggio tanto chiaro quanto semplice: deve passare la nottata, perché non c’è giorno in cui il sole non torni a sorgere. Quante volte l’abbiamo pronunciata rivolgendoci a un amico in difficoltà e quante altre l’abbiamo ripetuta a noi stessi, quando la luce proprio non ne voleva sapere di rischiararci il cammino da percorrere: destinata a star sulle bocche di tutti come motto di incoraggiamento, ha da passà ‘a nuttata è però molto più, è sintesi perfetta di una filosofia di vita, quella del popolo di Napoli e non solo.

A pronunciarla per la prima volta è Eduardo De Filippo mentre è seduto a un tavolo sul palcoscenico del Teatro San Carlo: è la mattina del 15 marzo del 1945 e il grande artista, figlio di Scarpetta, veste i panni di Gennaro Iovine per la commedia Napoli milionaria!.

Un ruolo che sancisce l’inizio di una nuova stagione, di un teatro che si fa più realistico e denso in seguito alla rottura del sodalizio artistico con Peppino. Un inizio che, come sempre accade, ha origine da una fine, quella del secondo conflitto mondiale, l’evento che ha lasciato martoriata una città che ha avuto il coraggio di cacciare con le sole proprie forze il nemico nazista: sono difatti i segni stessi della violenza e della distruzione, visibili dal balcone di casa De Filippo, a ispirare la celeberrima commedia in tre atti, scritta da Eduardo «tutta d’un fiato, come un lungo articolo sulla guerra e sulle sue deleterie conseguenze».

Corre l’anno 1942 e in uno dei tipici bassi napoletani vive Gennaro con la moglie Amalia e tre figli, Amedeo, Maria Rosaria e la piccola Rituccia. Sono tempi di crisi e per campare occorre arrangiarsi come meglio si può, magari dandosi pure ad attività illecite: così donna Amalia avvia una sorta di bar clandestino, vendendo caffè a prezzi non proprio modici tra un bombardamento e l’altro. La situazione, già critica, degenera quando Gennaro viene portato via dai tedeschi: in sua assenza l’immoralità dilaga in famiglia come una piaga che infetta tutto e tutti, che rende ciechi dinnanzi all’accumulo smisurato di denaro. Non importa che esso sia sporco, né che la borsa nera praticata da Amalia abbia mandato sul lastrico tanta gente, quel che è conta è che la fame sia solo un ricordo lontano e che ora si possa condurre una vita più che agiata.

Intanto i giorni scorrono, i mesi pure fin quando il capofamiglia non torna, desideroso di raccontare le sue avventure. Ma nessuno lo chiama «pe’ sape’ pe’ sentere ‘e fattarielle, gli atti eroici», non si fa altro che dire che la guerra è finita. E invece no, ancora ha da passà ‘a nuttata e la Napoli di Eduardo procede a tentoni nel buio pesto della storia.

Occorre allora nuovamente mettersi in gioco, combattere contro un nemico che, seppur senza armi, è tanto più difficile da sconfiggere perché si cela e si annida nell’interiorità di coloro che circondano Gennaro fuori e dentro casa: il male non ha risparmiato proprio nessuno e ha risucchiato nel suo vortice nefando le fondamenta della civiltà.

La gente di Napoli oramai non è più la stessa, Iovine l’ha constatato fin da subito: non affascinano più i racconti, non c’è più tempo per l’ascolto, per condividere e tramandare esperienze, per stare tutti insieme. Le bombe hanno lasciato crepe nei muri e pure nel cuore degli uomini, i quali si sono voltati le spalle gli uni con gli altri, convinti di poter meglio sopravvivere opponendo il silenzio a quella voce spontanea che viene da dentro e che induce all’unione, alla solidarietà e alla collaborazione.

La società reduce dalla guerra viene quindi affrescata da Eduardo con toni quasi verghiani, mostrata come quell’universo di rapaci messo in scena nell’incompiuto Ciclo dei vinti. Un universo in cui, però, ancora vi sono relitti di quella Napoli sana, ignara della guerra e della disonestà: il ragioniere Spasiano, nonostante sia andato in rovina a causa di Amalia, dinanzi alla malattia della piccola Rituccia non si tira indietro, donando ai coniugi Iovine la medicina e, al contempo, la speranza di un futuro per la figlia e per la stessa città. Rituccia, presenza invisibile verso cui convergono le ultime azioni dei personaggi, infatti altro non è che emblema della vera protagonista dell’opera, Partenope, la quale a sua volta dilata i propri orizzonti per ergersi a teatro del mondo:

«Ama’, nun saccio pecché, ma chella criatura ca sta llà dinto me fa penza’ ‘o paese nuosto. Io so’ turnato e me credevo ‘e truva’ ‘a famiglia mia o distrutta o a posto, onestamente […] A te ca nun he’ saputo fa’ ‘a mamma, che faccio, Ama’, t’accido? Faccio ‘a tragedia? E nun abbasta ‘a tragedia ca sta scialanno pe’ tutti o’ munno, nun abbasta ‘o llutto ca purtammo nfaccia tutte quante […] io aggia capito che aggi’ a’ sta ccà. Cchiù a famiglia se sta perdenno e cchiu’ o pate ‘e famiglia ha da piglia’ ‘a responsabilità. E se ognuno putesse guarda’ a dint’a chella porta… ogneduno se passaria ‘a mano p’ ‘a cuscienza… Mo avimm’ aspetta’, Ama’…»

Nella conclusione, con la potenza catartica delle parole – che dopo la diagnosi della malattia sanno indicare pure la terapia –, Gennaro riconduce la famiglia sulla giusta rotta, quella della vita semplice, fatta di piccoli gesti quali un abbraccio, il vegliare un’ammalata, l’offrire una tazzina di caffè. E l’aspettare insieme che la luce torni a splendere.

Ha da passà ‘a nuttata, fa ripetere Eduardo per ben tre volte arricchendo di valenze simboliche quella che sembra una frase banale.

Ha da passà ‘a nuttata, perché dopo aver toccato il fondo non si può far altro che risalire e godersi l’alba della rinascita.

Anna Gilda Scafaro

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