Ronaldinho: il sorriso che ha cambiato il calcio
Ronaldinho: il sorriso che ha cambiato il calcio

Nel calcio, come nella vita, ci sono avvenimenti, persone e incontri che si prendono la licenza di posizionarsi sulla linea immaginaria del tempo, segnando così una spaccatura fra un “prima” e un “dopo” oggettivamente riconoscibili. È stato così per Pelè, per Maradona, per Van Basten, lo sarà per il duo Cristiano Ronaldo-Messi e lo è stato anche per un altro fenomeno, uno che il calcio lo ha cambiato col sorriso stampato sulle labbra: Ronaldinho.

Nessuno mai era andato a quelle velocità, facendo quelle cose con la palla tra i piedi ed essendo così decisivo, senza mai sbeffeggiare un avversario con una giocata. Oltre ad aver vinto tutto ciò che c’era da vincere a livello personale e di club, il brasiliano ha messo la firma su tutte le giocate più incredibili e spettacolari della storia del calcio, senza mai farle risultare fini a se stesse. Ha ridato vita al celebre elastico” di Rivelino riadattandolo ad un calcio infinitamente più veloce rispetto a quello degli anni settanta e inventato tricks mai visti prima, come il tocco no-look, il passaggio con la schiena e le punizioni dalla corta distanza calciate rasoterra, sfruttando il salto della barriera per farle passare il pallone sotto.

E ancora: è stato protagonista di spot pubblicitari rimasti nella memoria di tutti gli appassionati di calcio, come quello delle traverse oppure quello girato negli spogliatoi insieme ai compagni della nazionale brasiliana. Ha inondato di luce e gioia uno sport troppo spesso imbruttito dalla corsa al profitto e al risultato ad ogni costo. Ma la cosa più importante che ci ha insegnato è che per farlo non bisogna smussare la propria grinta o consegnarsi ad un buonismo sciapo e privo di ambizione. Ci ha insegnato che si può protestare con l’arbitro con un sorriso anche quando si è certi di aver subìto un torto; che si possono prendere calci senza dover reagire o esagerare la caduta; che vincere è una goduria, ma che è bello farlo solo se si è stati davvero i migliori. Lui per qualche anno il migliore lo è stato, e allora ognuno dei suoi trofei non poteva finire altrove che sulla sua mensola.

Ronaldinho è stato l’anello di congiunzione fra il vecchio numero 10 anni ottanta che smistava palla dalla sua “piastrella” di campo e quello contemporaneo che, salvo pochissimi casi, si trova costretto da un calcio dai ritmi sempre più accelerati a prediligere le qualità atletiche su quelle tecniche. Tra il 2003 e il 2006 ha ridefinito il gioco del calcio, creando un’armonia totale fra eleganza e concretezza, leggerezza e determinazione, correttezza e competitività. A pochi giorni dal suo quarantesimo compleanno, trascorso malauguratamente in una prigione paraguaiana, proviamo a ridipingere i tratti di questo fenomeno unico, attraverso le prime indimenticabili giocate (non necessariamente le più celebri) con le quali si è fatto conoscere dal mondo intero.

Fonte: www.itasportpress.it

20 Giugno 1999, Estádio Olímpico Monumental , Porto Alegre

Si gioca la finale del Gauchão, il campionato dello stato di Rio Grande do Sul. Si affrontano le due squadre di Porto Alegre: il Grêmio e l’Internacional, e come in tutti derby sudamericani, ci si gioca molto più del semplice risultato. Soprattutto se vale un titolo. Lo stadio è tutto esaurito, e gli occhi puntati addosso ce li ha un ragazzino di 19 anni di cui si parla un gran bene. Sulle spalle porta il numero 10 e la casacca è quella del Grêmio. Nei tabellini appare col suo nome reale: “Ronaldo“, ma c’è già chi , avendolo visto giocare, ritiene sia giusto attribuirgli un nomignolo che permetta di non confonderlo col fenomeno, dato che presto, si è certi, calcheranno gli stessi palcoscenici. Fisicamente appare ancora smilzo e asciutto, viene così spontaneo cominciare a chiamarlo “Ronaldinho“, e tale rimarrà per sempre.

La partita non scorre veloce, è combattuta e piena di scontri duri. Gli spazi sono intasati e difficili da aprire. In queste situazioni, le risolvono i campioni, quelli esperti. Quelli che riescono a mettersi in tasca la tensione “da finale” e a giocare come se fossero nel campetto sotto casa. Ma quella sera di gente così non ce n’è. In campo c’è però chi, nonostante manchi di esperienza, dispone di un talento fuori da ogni logica terrena, e allora tutto può. È il 44′ del primo tempo: Ronaldinho riceve palla sulla trequarti e decide che è tempo di dare una svolta alla gara. Lo si nota subito da come parte, pare un pugnale che si conficca in qualche ventre impotente. Colpo di suola e tunnel epico per saltare il primo avversario, uno-due con un compagno per aggirare il povero Dunga, ingresso in area, stop di coscia, tocco verso l’esterno per allontanarsi dalla marcatura e sinistro nell’angolino a battere il portiere. Sembra un cartone animato per quanto è perfetto. Esultanza sotto la curva e immancabile sorriso.

Il gol sarà decisivo e varrà il titolo. Ronaldinho è pronto per l’Europa.

22 febbraio 2003, Stade Municipal du Roudourou, Guingamp, Francia

Ventottesima giornata di Ligue 1. Si gioca EA Guingamp – Paris Saint-Germain, sfida di metà classifica senza troppe pretese. Ronaldinho veste per l’ultima stagione la casacca blu dei capitolini. È reduce da un Mondiale vinto in maglia verde-oro e forse sente già l’esigenza di palcoscenici migliori rispetto a quelli francesi. E infatti li troverà, sicuramente grazie anche a questa serata di fine inverno. È il 21′ del primo tempo, partita sullo 0-0. Ronaldinho riceve palla sulla trequarti ma spalle alla porta: tocca scaricarla a un compagno. Tre passi indietro per staccarsi dalla marcatura e riceve ancora. Questa volta c’è spazio, si può andare. Il primo avversario da superare è un giovane di cui negli anni a seguire sentiremo parlare spesso, un tale Didier Drogba, ma questa è un’altra storia.

Ronaldinho lo salta secco. Per aggirare il secondo avversario chiede l’uno-due a Pedron che gli restituisce il pallone un po’ lungo, troppo alla portata di Kouassi, il difensore, che infatti va in scivolata convinto di interrompere le danze. Probabilmente però, nonostante il campo striato dal nevischio e il freddo, Dinho in quel momento è colto da un déjà-vu: si rivede in spiaggia a Porto Alegre qualche anno prima, quando spostava il pallone a suon di “scavetti” per non farlo rimanere intrappolato fra la sabbia.

E allora “scavetto” sia. Ovviamente riuscito. Kouassi si chiede cosa sia successo, e forse tutt’oggi non lo sa ancora. Fatto sta che al brasiliano resta un ultimo avversario da saltare, un altro che più tardi si farà conoscere meglio: Mauricio Pochettino. Dinho sceglie la bicicleta, e la fa così bene che in un nanosecondo si ritrova davanti al portiere. Altro “scavetto” per scavalcarlo e gol. Capolavoro totale. Per finire ballo sotto la curva, shaka e grassa risata. Che cos’è Ronaldinho se non tutto questo?

03 settembre 2003, Stadio Camp Nou, Barcellona

È il giorno dell’esordio di Ronaldinho davanti ai suoi nuovi tifosi, si gioca Barcellona-Siviglia, la seconda giornata della Liga. È sera e si respira un’aria tesa, di quelle che solo in certi stadi si possono respirare. Chi non è mai stato al Camp Nou si fidi: mette i brividi. In queste situazioni l’approccio di Dinho è sempre stato lo stesso, inconfondibile: occhi sgranati fin dal riscaldamento, poche parole e nessuno spazio per i suoi consueti sorrisi, perlomeno non prima del fischio d’inizio. Un dialogo interiore senza sosta per trovare la concentrazione massima e stabilire il giusto feeling con il suo migliore amico: il pallone.

Sembra funzionare. Già, perché dopo quattro minuti e mezzo arriva la prima giocata da extraterrestre: un assist di tacco al volo da centrocampo che scavalca mezza difesa avversaria e mette Sergio Garcìa davanti al portiere del Siviglia. Lui però, forse incredulo per il passaggio appena ricevuto, spreca, e dopo altri quattro minuti il Barça va sotto 0-1 con gol di Reyes su rigore. La partita s’innervosisce, il pubblico scalpita, nasce qualche parapiglia di troppo e il Siviglia si chiude bene dietro.

Non sembrano esserci soluzioni per scardinare la cassaforte andalusa. C’è qualcuno però che non la pensa così e che nonostante i tanti falli subìti non cede a nessuna provocazione e distribuisce sorrisi a destra e sinistra. Poi, come tutti i più grandi, decide di caricarsi la squadra sulle spalle. È il 59’ quando riceve palla dietro la metà campo e parte come una furia. Salta Jose Luis Martì e Casquero come due birilli e si appresta a calciare da casa sua. Javi Navarro non chiude il tiro, forse per scelta: è un difensore esperto e sa che per un portiere a quei livelli, da una distanza simile, può risultare ben più fatale una deviazione di un proprio difensore piuttosto che un tiro diretto che, per quanto indirizzato bene, difficilmente si tramuta in gol. Sì, difficilmente. Ma quel ragazzo coi capelli a coda di cavallo, un sorriso contagioso e il numero 10 stampato sulla schiena quel giorno ha preso appuntamento con una signora a cui non piace aspettare: la storia del calcio.

I metri di distanza dalla porta sono 30. Il pallone si stacca dal piede destro di Ronaldinho come un missile terra-aria, dà un bacio appassionato alla traversa e si deposita in rete facendo esplodere i 99 mila spettatori del Camp Nou. È il primo gol in maglia blaugrana per il brasiliano, un gol da marziano. Semplicemente pazzesco. Di solito chi si presenta così ha un futuro più che roseo davanti a sé, e Dinho confermerà ampiamente questo trend.

08 marzo 2005, Stamford Bridge, Londra

Ottavi di finale di Champions League, partita di ritorno. Dopo la vittoria per 2-1 al Camp Nou, il Barça si trova a Londra per provare a chiudere la pratica contro il Chelsea di Josè Mourinho. Le cose si mettono malissimo: dopo soli 19 minuti i blaugrana sono già sotto 3-0. Non sembra possibile, e invece è proprio così. Servono due gol per rimettersi in tasca la qualificazione, cosa più che ardua vista l’intensità che gli inglesi ci stanno mettendo e visto che in porta hanno un gigante all’apice della carriera, Petr Čech, che sta volando a destra e sinistra parando l’impossibile. Nonostante questo, qualcosa sembra girare a favore del Barça quando al 29′ Paulo Ferreira tocca di mano in area una palla senza pretese. Rigore. Ronaldinho concentra in se stesso tutta la determinazione di questo mondo e piazza il pallone all’angolo. Čech, manco a dirlo, va vicino pure a questa, ma non può arrivarci. 3-1. Ma l’incredibile deve ancora accadere.

Serve un altro gol agli spagnoli e il Chelsea si chiude dietro a testuggine. Non ci sono spazi. Non passa nulla. Come fare? Semplice: si affida il pallone a Ronaldinho e si prega. È il 39‘, il brasiliano riceve palla da Iniesta al limite dell’area di rigore e si guarda intorno con aria inspiegabilmente disinvolta. Il pallone è fermo immobile ai suoi piedi, ma tira aria che non potrà starci a lungo vista la quantità di maglie blu che ha intorno. Non può nascere nulla di buono: Dinho non ha rincorsa per caricare il tiro e non ci sono compagni da servire. Serve un miracolo.

A questo punto qualche entità superiore sconosciuta al genere umano si impossessa del suo corpo: Dinho inizia a danzare sulla palla ancheggiando due volte a mo’ di samba (guardare il replay per credere) e poi, come quella volta in Francia, si rivede ragazzino fra i campetti di strada di Porto Alegre, quando si giocava venti contro venti in spazi minuscoli e per rubare il tempo agli avversari si era obbligati a calciare con la punta del piede, senza rincorsa. Il pallone passa fra 3 difensori inglesi e si infila a un’unghia dal palo. Questa volta Čech può solo guardare. Non si era mai visto niente di simile su un campo da calcio.

Per qualche strano e oscuro debito che l’umanità aveva con gli dèi del calcio, il Chelsea nel secondo tempo segnò un altro gol che impedì a questo capolavoro assoluto di determinare il passaggio ai quarti dei blaugrana di Ronaldinho. La Champions il Barça riuscì poi a vincerla l’anno seguente, ma ciò che accadde al 39′ di quella partita a Londra rimarrà fra le pagine della storia del calcio.

Di giocate simili alle quattro elencate, negli anni successivi Ronaldinho ce ne ha poi regalate a decine, tutte invariabilmente stratosferiche. Ma ciò che cambiò fu che non eravamo più in grado di sorprenderci come fino al 2005. Ormai l’essenza del brasiliano ci era chiara.

Parafrasando Federico Buffa, in una squadra di calcio c’è chi sposta il pianoforte e c’è chi lo suona. Si può dire che Ronaldinho sia stato per un tratto di carriera uno che il pianoforte lo ha spostato suonandoci qualche nota qua e là (Gremio e primo anno a Parigi) e per un tratto uno che l’ha suonato divinamente lasciando ai compagni il lavoro sporco (dal Milan in poi). Ma c’è stato un altro tratto di carriera, in mezzo a questi due, nel quale quel pianoforte Dinho lo ha suonato come il miglior Chopin, spostato da mediano consumato, pulito e persino lucidato: sono stati gli ultimi dodici mesi di Parigi e i cinque anni di Barcellona, gli anni in cui quel ragazzo coi capelli a coda di cavallo, il numero dieci stampato sulla schiena e un sorriso contagioso ha cambiato il gioco del calcio ridefinendolo e facendo innamorare di questo sport tutta una generazione che non è mai stanca di ricordarlo.

Fonte immagine in evidenza: calciomercato.com

Daniele Benussi

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