La casa delle madri di Daniele Petruccioli: tra corpi e geometrie affettive
L'illustrazione di Francesco Dezio sulla copertina de La casa delle madri di Daniele Petruccioli.

Ernesto ed Elia sono “rette parallele”, che si affiancano lambendosi, senza mai infrangere il principio geometrico che li vede proiettarsi all’infinito, incompatibilmente distanti, ma non abbastanza da dimenticarsi. Come in un gioco di incastri, i gemelli costruiscono il loro rapporto compensandosi vicendevolmente, indispensabili l’uno all’altro, ma incapaci di esplorare alla luce la loro profonda similitudine, che sempre rimane sottintesa, accennata, da entrambi scrutata con cautela. Attorno ai due fratelli fioriscono le relazioni dei loro familiari, altrettanto geometriche, altrettanto disfunzionali. Sono loro il fulcro a cui si annoda il romanzo intitolato La casa delle madri, pubblicato nella collana Sperimentali della casa editrice indipendente TerraRossa Edizioni nell’ottobre 2020. Il libro è tra i dodici candidati alla LXXV edizione del Premio Strega ed è opera del traduttore Daniele Petruccioli, laureato all’Accademia di arte drammatica Silvio D’Amico e, successivamente, in lingue all’università Della Tuscia di Viterbo; già autore dei saggi Falsi d’Autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti (Quodlibet 2014) e Le pagine nere. Appunti sulla traduzione dei romanzi (La Lepre 2017) e della raccolta poetica Sonderkommando (Zona 2008), con La casa delle madri Petruccioli compie il suo esordio narrativo.

La casa delle madri di Daniele Petruccioli: tra corpi e geometrie affettive
Daniele Petruccioli

Geometrie, dunque: è in un labirinto asimmetrico che Petruccioli dispone i suoi personaggi, ciascuno intento a seguire la sua traiettoria, distante e vicino a tutti gli altri, perfettamente incastrato in una trama di relazioni intessuta con maestria. I meandri del labirinto però, sembrano scongiurarne la possibilità di incontrarsi, di chiarificare i non detti e aprirsi l’uno all’altro. «Le figure geometriche sono tranquillizzanti. Sono doppie, e cambiano insieme, ma restano separate»1: è così che si sentono Ernesto ed Elia, i due gemelli cresciuti in una famiglia della borghesia colta, nell’Italia della fine del secolo scorso. L’uno è costretto alla disabilità sin dalla nascita: durante il parto, il medico ha stretto la sua testa con un forcipe, nel maldestro tentativo di farlo uscire prima che il fratello Elia soffocasse, provocandogli un trauma cranico; l’altro, invece, è costretto a correre per tutti e due, attanagliato dai sensi di colpa e dal desiderio di emancipazione nei confronti di quel fratello “sfortunato” e intelligentissimo: ancora una volta, la loro è una relazione asimmetrica, che li schiaccia verso due estremità polari e alienanti – quella bisognosa e quella sana – entrambe ineluttabilmente manchevoli, perché impossibilitate a rispecchiarsi l’una nell’altra. La giovane madre Sarabanda, ribelle e perfezionista, è figlia di una famiglia patriarcale dalla quale non smetterà mai di cercare di emanciparsi, devota all’anticonformismo e impegnata nell’attivismo femminista: anche lei, con la sua caparbietà ostinata, talvolta fine a se stessa, contribuisce involontariamente ad allontanare i gemelli, costringendo Ernesto ad un invasivo percorso di riabilitazione al fine di riportarlo ad una “normalità” che non gli appartiene, ed Elia alla protezione del fratello. Anche Speedy, il padre vanitoso e irriverente, sembra annichilito dall’aspettativa impostagli dalla virilità patriarcale, composta e autoritaria: nulla di più lontano dalla sua personalità giocosa e bambinesca, nulla di più tossico per la sua relazione con i gemelli, che resterà sempre deficitaria, troppo condizionata dalle convenzionalità per sbocciare con naturalezza.

Il narratore onnisciente di questo intreccio familiare è attento a esplorarne tutte le possibilità, a ponderarne le evoluzioni, a trarne delle considerazioni: laddove la trama – del romanzo, come dei rapporti – si ispessisce, anche la prosa si fa articolata, altrettanto labirintica e prolissa nelle subordinazioni. Dei personaggi ci restituisce molteplici facce, percorrendone meticolosamente i tentativi di comprendersi, di incontrarsi, di tradursi vicendevolmente, in un gioco di prospettive che rimanda sempre di più ad una figura geometrica, precaria nel suo equilibrio: è emblematica, da questo punto di vista, la nonna Nina, traduttrice di mestiere e immersa nel suo mondo di dimenticanze. Più di ogni altro personaggio, Nina pone tra sé e gli altri degli intermezzi, e «il suo sorriso, la sua luce, però (perciò?) non sembravano raggiungerti, restavano chiusi nel cerchio magico del racconto e della voce che lo esprimeva (forse non raggiungevano nemmeno Nina, chissà; erano del ritmo, più che suoi, lei ne sembrava semplicemente il veicolo, un medium generoso e forte che si lasciava attraversare dal racconto perché questo si trasmettesse anche ad altri […])»2. La nonna comunica disseminando fiori e filastrocche, racconti e canzoni: attraverso gli oggetti traduce il suo affetto, che altrimenti resterebbe invisibile dietro il suo fare algido e noncurante. Anche sua figlia Sarabanda eredita un certo pudore, che le impedisce di riservare ai gemelli le effusioni desiderate: e così non riesce a coprire Ernesto dell’affetto che gli sarebbe servito per abbandonare le sue paranoie, instaura con Elia un rapporto mediato dagli scambi letterari e dai racconti, che «sostituivano i baci, gli abbracci e le parole di incoraggiamento che avevano disimparato – mai imparato – a scambiarsi»3. Sarabanda traduce i figli nel suo linguaggio interiore, fatto del dubbio angosciante di aver provocato la disabilità di Ernesto con il proprio patrimonio genetico e della determinazione a remare contro la morale conformista dei suoi familiari; anche Speedy ai gemelli non arriva che per reciproche traduzioni, mai autentico, attraverso il filtro patriarcale del “Padre”, che si sforzerà sempre di emulare, consumandosi.

In questa pletora di rapporti, intessuti e mediati, gli oggetti e gli spazi hanno un ruolo centrale: sono metafore di distanze, di labirinti interiori che assumono corporeità nelle pareti domestiche. La casa delle madri è la casa dei nonni, presto ereditata da Sarabanda; “la casa delle onde” è quella al mare, la casa delle vacanze, dei giochi estivi e delle crudeltà infantili; “la casa dei bambini” è l’appartamento di Sarabanda e Speedy, in cui i gemelli sono cresciuti: le tre case fanno da cornice alla narrazione, scandendo le tre parti del romanzo – prima, intermezzo e seconda – che quasi sembra strutturarsi sul modello di una rappresentazione teatrale, con la sua cura millimetrica per le scenografie e la partecipazione corale di tutti i personaggi. Ed è forse proprio al teatro e alla sua sacralità originaria che ammicca l’autore, quando con tono dissacrante si appella a “quella caricatura di Olimpo” e all’ “Olimpo sconclusionato” degli adulti, “dèi, deesse, satiri e ninfette” detronizzati dalle ipocrisie borghesi di cui sono protagonisti. La casa, le case sopravvivono ai personaggi e li precedono, ricalcandone le evoluzioni, sfasciandosi assieme ai loro rapporti: le case danno corpo alla fugacità dell’esistenza, con la loro permanenza indifferente, e al contempo sono il bacino che ne accoglie l’eternità, con i loro fantasmi.

Petruccioli, più di ogni altra cosa, ha scritto un romanzo che tratta di corpi, in cui l’apparente volatilità dei sentimenti assume la forza concreta delle case, dei luoghi, degli oggetti. Lo spazio e la materialità, di cui leggiamo tra le righe la fascinazione, sono un grembo per i gemelli, i loro genitori e per gli altri personaggi: uno spazio d’azione, un palcoscenico, innanzitutto, ma anche un mondo fatto di permanenze, definito e definiente per gli esseri umani che lo popolano, perché lo spazio non solo «funziona come una traccia di noi […], permettendo così una qualche idea di trascendenza concreta […], ma soprattutto è importante perché accoglie la pesantezza caratteristica dei corpi. Noi crediamo di legarci a relazioni, sentimenti, persone; ma siamo molto più legati ai luoghi e agli oggetti che hanno accolto noi, e queste persone, coi sentimenti che ci siamo suscitati a vicenda e le relazioni che abbiamo intessuto. […] Perché è nel nostro legame con i luoghi che si inscrive la nostra capacità di relazione e sentimento, dunque di riconoscimento degli altri e in definitiva di noi stessi»4.

Siria Moschella


1 Daniele Petruccioli, La casa delle madri, TerraRossa Edizioni 2020, p. 29-30.
2 Ivi, p. 41
3 Ivi, p. 208.
4 Ivi, p. 157-158.

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