autocoscienza maschile
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Il femminismo è un movimento eterogeneo che, dall’800, si è nutrito di manifestazioni, marce e dichiarazioni di donne che si sono rese ancelle di una causa superiore: ottenere finalmente la dignità che ogni donna merita e mostrare al mondo quanto le costruzioni sociali abbiano nutrito la disuguaglianza di genere. Il nemico da combattere è il patriarcato (letteralmente “la legge del padre”, dal greco patriarkhēs, “padre di una razza” o “capo di una razza, patriarca”), il sistema sociale su base piramidale che – su esempio del nucleo famigliare – posiziona l’uomo al vertice, in qualità di capofamiglia. Una base gerarchica che ha contraddistinto così tanto la nostra storia da cedere il passo a una serie di pregiudizi e di stereotipi quasi impossibili da scrollarsi di dosso poiché, interiorizzati, si manifestano anche nei nostri gesti più banali. Oggi occorrerebbe dotarsi di nuovi strumenti per la causa dell’uguaglianza di genere: per esempio, un sistema dell’autocoscienza maschile, basato sul confronto e sullo scambio di punti di vista a partire dallo sguardo maschile sull’evolversi del rapporto tra sessi e generi differenti.

Dietro a ogni “torna in cucina” urlato a una donna, c’è sempre un uomo imbottito di idee malsane e spesso debilitanti, che si confronta, durante tutta la sua vita, con un modello che gli è stato inculcato indirettamente dalla società o direttamente dalla sua famiglia. Come ogni costrizione, il sessismo fa del male non solo alle sue vittime più evidenti ma anche a coloro che inconsapevolmente lo mettono in atto, riproponendo atteggiamenti che fanno riferimento al primato maschile. Secondo quanto stabilito dal machismo, gli uomini – privi di qualsiasi forma di autocoscienza del sé e di conoscenza di un mondo esterno in continua evoluzione – non possono essere emotivamente partecipi a ciò che accade loro intorno, non possono piangere o commuoversi. Non possono fallire, anzi devono affrontare una corsa contro il tempo in cerca della stabilizzazione economica che consentirà di mantenere la propria famiglia e di addossarsi le responsabilità che ne conseguiranno. Gli uomini devono essere alti e robusti per far sentire la propria donna al sicuro. Devono saperci fare con le donne ed essere bravi a letto. Devono soprattutto saper farsi rispettare in ogni contesto sociale (a casa come a lavoro), perché un vero uomo non si lascia comandare da nessuno.

L’autocoscienza maschile dovrebbe partire proprio da questo per combattere il maschilismo tossico: in un mondo che a mano a mano prende coscienza della condizione delle donne, cosa si può fare per agire sulla condizione maschile? Quale può essere la strada giusta per salvaguardare la persona e la salute mentale, guardando con nuovi occhi l’ambiente sociale che ci circonda? Rinnegando le aspettative riposte fin dalla nascita, mediante le opprimenti e soffocanti pressioni sociali – specie per gli individui più fragili sotto il profilo psicologico – l’autocoscienza maschile potrebbe essere la chiave per l’alleanza della Generation Equaliy.

Ripartire dall’autocoscienza

Negli anni ’70, le femministe della Seconda Ondata riuscirono a comprendere la propria condizione ragionando congiuntamente sul ruolo e sull’impatto generato dalle azioni e dai momenti segnanti della propria esistenza, che le vedevano relegate al ruolo di figlie, sorelle, madri e, infine, nonne, meramente in funzione della famiglia: svilupparono, quindi, una coscienza di sé che rese loro molto chiari gli obiettivi da raggiungere e i nemici da combattere nella lotta per l’uguaglianza di genere.

L’autocoscienza maschile dovrebbe essere elaborata seguendo il medesimo modello. L’osservazione consapevole della condizione maschile potrebbe, infatti, essere una carta vincente per riuscire a contrastare sia il machismo che la sindrome da spogliatoio, che induce gli uomini ad alimentare le dinamiche della competizione e del possesso in rapporto ad altri uomini (come, per esempio, azioni di cat-calling, revenge porn, gelosia estrema ..). Riprendendo, quindi, l’esempio dei gruppi di autocoscienza delle donne, sarebbe opportuno che anche gli uomini, oggi, iniziassero a riunirsi per creare una rete di interscambio di esperienze e analisi sui propri atteggiamenti e comportamenti. Soprattutto in rapporto alla violenza di genere, l’assenza di considerazioni a partire da sé evidenza che l’assenza di una visione lucida sul fenomeno rischia di relegarlo soltanto a una delle parti, generando mostri all’interno dell’ambiente privato. Il confronto aiuta a sviluppare consapevolezza e propone l’acquisizione di strumenti e di tecniche per favorire il cambiamento, grazie anche alla collaborazione con un personale specializzato atto sia alla divulgazione che al re-inserimento nella società degli autori di gesti violenti.

La rivista femminista Effe ha pubblicato una testimonianza di un uomo, classe ’75, che racconta di come il suo percorso di autocoscienza maschile sia nato con le sue esperienze sessuali. A. F. ha svelato che da giovane si sentiva inappropriato e che ha atteso i 23 anni per osare un primo contatto con una donna, seppur fosse ancora completamente inesperto. Questa sua condizione era causa di una forte mascolinità tossica che aveva completamente assorbito tutti coloro che gli erano intorno. Non aveva mai potuto informarsi a dovere su cosa fare per far sentire una donna a proprio agio (suo agognato desiderio), su come comportarsi per godere appieno di un momento di intimità con una persona con cui avrebbe voluto semplicemente stare bene, senza far emergere strani e debilitanti complessi. Fu vittima di due enormi pregiudizi: i maschi devono essere bravi, devono vantarsi con i loro amici, per loro non possono esistere indecisioni, né errori, né domande stupide; mentre le donne devono solo starci, per loro non esiste piacere, sono solo funzionali all’atto pratico.

In sintesi, dunque, alcuni uomini rischiano di coltivare enormi pregiudizi sulle donne e sulle relazioni perché a mancare sono proprio le esperienze e i modelli a cui rifarsi. Nella gara a chi è più figo e più forte c’è un’allarmante carenza di empatia sia per il genere maschile che per quello femminile che porta a ignorare la ricerca del benessere sia dell’uno che dell’altro. Nei casi più gravi, la mancanza di strumenti e una forte timidezza o bassa autostima potrebbero portare un ragazzo ad allontanarsi dalle donne e a covare un sentimento di misoginia perché, non riuscendo a reggere il confronto con i suoi simili, potrebbe affiorare il desiderio di supremazia nei confronti dell’altro ritenuto inferiore. Questo discorso sembra calzare a pennello soprattutto per i “figli di mezzo”, coloro che non si riconoscono più nei vecchi modelli maschili, ma che non sono o non si sentono abbastanza pronti per confrontarsi con il cambiamento.

L’autocoscienza maschile è il primo passo da compiere per permettere agli uomini di interiorizzare quanto le loro vite potrebbero rasserenarsi eliminando tutte le debilitanti pretese di un retaggio culturale che ormai si è fatto stantio. Aprire gli occhi dell’uomo sulla sua condizione farà del bene a tutti poiché, con un effetto domino, ne gioverà la società intera: il modo migliore per ottenere l’uguaglianza è camminare insieme e percorrere un passo dopo l’altro, l’uno verso l’altro.

Alessia Sicuro

Greenpeace

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Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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