Vite anonime, immigrazioni irregolari: la storia di Amar, immigrato indiano

Le immigrazioni che sfociano nell’irregolarità sono, al giorno d’oggi, quelle che più destano scalpore; gli immigrati irregolari (senza permesso di soggiorno) sfuggono ai censimenti, a tutele e diritti.

Sfuggono alla cittadinanza, ovvero al diritto d’appartenenza ad uno Stato in cui vivono, per cui lavorano, in cui socializzano, ma che ne complica l’integrazione come se il diritto d’appartenenza ad uno Stato fosse una prova d’esame: dai test linguistici ai meriti sociali per ottenere la benevolenza popolare e non essere incolpati di furti d’identità.

L’aggiornamento della disciplina legislativa sul fenomeno dell’immigrazione è uno dei buoni propositi del nuovo anno inserito nei programmi elettorali di nuovi e vecchi partiti, in vista delle prossime elezioni: ma l’ottemperanza a disposizioni legislative (qualunque esse siano) utopicamente regolarizzeranno un fenomeno così complesso come le immigrazioni irregolari. Un problema complesso in quanto coinvolge più Paesi, per la cui risoluzione occorrerebbe la creazione di una società multinazionale coesa e che stipuli non accordi economici ma umanitari: in gioco vi è la vita e la libertà dei cittadini. Dunque se il fallimento dell’Unione Europea e l’assenza di maturità nei rapporti diplomatici fra Stati (basti pensare che Trump e Kim Jong-un si preoccupano di politica internazionale giocando a chi abbia il pulsante nucleare più grande) è sintomo d’irrealizzabilità del dialogo tra nazioni, l’unica via d’uscita è la mentalità popolare, che dovrebbe scardinarsi da politiche razziste e integrare gli emarginati in linea con il motto di Vittorio Arrigoni «Restiamo umani».

La rubrica “Vite anonime: immigrazioni irregolari e meriti di cittadinanza” mira a dar voce a chi non ha voce; mira a rivolgere l’attenzione non solo a ciò che appare sulla superficie della società, ma anche al substrato sociale, ciò che Dostoevskij definirebbe “le memorie dal sottosuolo”.

Il primo racconto riguarda Amar, un indiano che pur di lavorare ha tentato la fortuna in Italia, ma non ha trovato la reputazione di Stato sociale che l’Europa vanta di avere all’estero.

Amar ha 44 anni e da otto vive in Italia. Originario di Nuova Delhi, una città che ama e che non manca di ricordare nei suoi racconti nostalgici e appassionanti, che infondono un po’ d’Oriente in un paesaggio tipicamente mediterraneo in cui si svolge l’intervista. Ha tre figli e una moglie in India che non vede da otto anni, la sofferenza gli impedisce di parlarne e le condizioni economiche gli impediscono di rivedere la propria famiglia; nemmeno alla morte del padre ha potuto rimpatriare a causa della sua precarietà.

Estenuato dalla disoccupazione e dallo sfruttamento lavorativo in India, giunse in Italia munito di un visto d’ingresso utile per 6 mesi, alla cui scadenza avviò le procedure per l’acquisizione del permesso di soggiorno: un’impasse fatta di carte e di denaro.

Parliamo del 2011, quando Roberto Maroni di Lega Nord e l’allora Ministro dell’economia Giulio Tremonti introdussero il decreto ministeriale del 6 ottobre 2011 n. 304, il quale prevedeva per il rilascio del permesso di soggiorno un contributo che variava da 80 a 200 euro, solo nel 2016 il Tar del Lazio disapplicò tale decreto per illegittimità costituzionale. Amar (così come tanti altri immigrati) già aveva investito i risparmi di una vita per l’ottenimento del visto d’ingresso, cui aggiungere le spese del viaggio dall’India, le spese di mantenimento che puntualmente spedisce alla propria famiglia, un salario misero con cui sopravvivere: è evidente che i costi burocratici lo costringono all’irregolarità, è evidente che le complessità dell’apparato legislativo favoriscano le immigrazioni irregolari.

Seguì, poi, la sanatoria del 2012 (la “sanatoria flop”) che permetteva ai datori di lavoro di sottrarre al lavoro nero i propri dipendenti e regolarizzarli, eppure presentava numerose difficoltà: dal dimostrare la permanenza in Italia degli immigrati almeno dal 31 dicembre 2011, fino al versamento da parte del datore di lavoro di un contributo pecuniario per regolarizzare ogni operaio immigrato che poteva raggiungere anche i 5mila euro. In questa circostanza Amar non beneficiò della magnanimità del suo datore di lavoro, il quale pensò che fosse più redditizio avere schiavi indifesi.

In quel tempo lavorava per un’azienda agricola, che aveva messo in atto un vero e proprio riciclaggio di operai esclusivamente indiani: se un operaio si assentava sul posto di lavoro (per motivi di salute o per impedimento da infortuni sul posto di lavoro) ne subentrava un altro per assicurare continuità alla produzione e soltanto una piccola percentuale di loro erano regolarizzati (giusto per non destare troppi sospetti in caso di controlli).

Un lavoro che durò otto mesi, dopo di che venne perentoriamente congedato.

Al giorno d’oggi Amar, dopo aver cercato di ottenere il permesso di soggiorno per ben sei volte, completamente scoperto di tutele e di assicurazioni, svolge lavori in nero saltuari e rischiosi per la propria salute. Ricorda un episodio di quando lavorava in un’azienda agricola: estenuato dopo 10 ore lavorative, si fratturò un braccio e fu costretto a sopportare in silenzio il dolore in quanto, nella sua irregolarità, non gode né di assistenza sanitaria né di tutele che gli risarciscano infortuni sul posto di lavoro.

Vivere nell’ombra non è dignitoso, tollerare quotidianamente gli sguardi inquisitori dei razzisti non è dignitoso, tantomeno vivere nei campi con la speranza di sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine e sentirsi perennemente fuori posto. Amar ha il diritto d’integrarsi,  socializza, adora la cultura italiana, spedisce ogni mese i suoi guadagni alla famiglia e riversa in un’irregolarità che soffoca diritti, doveri e la famosa locuzione “esistenza libera e dignitosa” del famigerato articolo 36 della Costituzione.

Mi parla dell’induismo, la religione è la sua unica speranza, dice che «Dio è uno solo» e in un angolo di una casa in campagna mi mostra l’altare di fiori che ha allestito per onorarlo, ma alla mia domanda «Ora Dio dov’è?» lui risponde: «Dio al momento mi ha abbandonato».

Uno spunto riflessivo dovrebbe essere il filo rosso che collega gli immigrati irregolari e gli italiani del ceto medio nella comune situazione di precarietà, ma in spregio alla coalizione accade che il vero problema si perda di vista e ceda il passo ad un’inutile guerra tra poveri a suon di razzismo e di priorità di razza.

Melissa Bonafiglia

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