Riace accoglienza Mimmo Lucano

Riace è un comune di 1.726 abitanti della provincia di Reggio Calabria, noto soprattutto per il ritrovamento, nel 1972, dei famosi Bronzi di Riace. Nell’estate del 1998 un barcone con duecento profughi del Kurdistan sbarcò sulle coste calabresi a pochi chilometri da Riace. Donne e uomini fuggiti da guerre e persecuzioni interminabili.

L’associazione Città Futura (dedicata al parroco siciliano Don Giuseppe Puglisi, ucciso dalla mafia) decise di aiutare i migranti appena sbarcati dando loro a disposizione le vecchie case abbandonate dai proprietari, ormai lontani dal paese. Proprio a partire da lì, nasce e si sviluppa il più importante modello di accoglienza locale italiano: il Modello Riace. Dal 2004, grazie alle politiche di accoglienza del sindaco Domenico Lucano, il paese e in particolare il centro storico, ormai spopolato, hanno concesso ospitalità a oltre 6mila richiedenti asilo provenienti da venti diverse nazioni, integrandoli nel tessuto culturale cittadino e inserendoli nel mondo del lavoro del piccolo borgo, dando di fatto nuova vita alla città di Riace.

Riace Accoglienza Mimmo Lucano

 

Riace, ai tempi, era infatti una città semi-fantasma. Nel 1998 gli abitanti del comune calabrese erano 900, oggi sono oltre 2mila: la popolazione è più che raddoppiata e, se di stranieri se ne contano circa 400, i restanti nuovi arrivati sono cittadini italiani che hanno scelto di tornare in un villaggio che proprio grazie all’integrazione è stato capace di ripartire, salvandosi dalla deriva a cui era destinato. Infatti ora camminando per le vie del paese si nota un susseguirsi di botteghe, attività, iniziative fondate sull’inclusione. Sono tornati in vita il laboratorio del vetro e del rame, dove eritrei e italiani lavorano fianco a fianco ridando linfa all’artigianato locale; o quelli del legno, della ceramica e della lana.

Altri migranti sfruttano la conoscenza della lingua per fare da traduttori e mediatori culturali, mentre anche la manutenzione delle strade, delle aree verdi e la gestione dei rifiuti è in mano a un team multietnico. Se molte iniziative di questo tipo, in giro per l’Italia, mascherano forme di sfruttamento chiedendo agli immigrati un lavoro “volontario” e non retribuito, a Riace il lavoro è tale a tutti gli effetti, stipendiato. Sono stati ideati due strumenti finanziari ad hoc, attraverso cui superare l’approccio meramente assistenzialista dell’accoglienza. Le “borse lavoro” costituiscono una retribuzione fissa versata dall’amministrazione comunale alle cooperative che, a loro volta, la girano ai migranti impiegati nelle botteghe da loro gestite, sotto forma di salario. I “bonus” sono invece una sorta di coupon spendibili sul territorio comunale, così da dare potere di acquisto agli immigrati e allo stesso tempo stimolare i consumi e, dunque, l’economia locale. Tutto questo è stato reso possibile grazie alla testardaggine di Mimmo Lucano (Mimì Capatosta), oggi al terzo mandato da sindaco, e allo sforzo quotidiano delle persone accanto a lui.

Wim Wenders, che ha girato un documentario sulla vita del villaggio, durante una cerimonia a Berlino ha dichiarato: «La vera utopia non è la caduta del muro, ma quello che è stato realizzato in alcun paesi della Calabria, Riace in testa».

Oggi l’ingresso nel Comune è segnato da un cartello: Benvenuti a Riace, città dell’accoglienza. Una capitale dell’inclusione che, sotto gli attacchi ripetuti della politica e della burocrazia, ha però rischiato più volte di smettere di essere tale. In primis da parte della criminalità organizzata locale: l’auto del sindaco bruciata, la porta del ristorante gestito dalla cooperativa colpita con proiettili, così come l’ingresso della sede di Città futura. In secundis dalle intimidazioni velate della politica, a partire da quelle del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che dichiarò: «Per me il sindaco di Riace è uno zero»

Il modello Riace fa parte del sistema Sprar (Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati).  Oltre 1200 comuni italiani hanno aderito al sistema con diversi progetti. Quella di Riace è però, senza dubbio, una delle realtà più strutturate. I veri problemi hanno riguardato la questione dei fondi. Dal 2016, infatti, i soldi del programma di finanziamento governativo non arrivano nelle casse dell’amministrazione locale e le attività vanno avanti a credito. Senza quei fondi, c’è il rischio che finiscano in strada 165 rifugiati e circa 80 operatori. Altri problemi potrebbero poi riguardare anche i cittadini italiani di Riace che hanno fornito beni, prevalentemente alimentari, e da più di un anno non si vedono pagato il credito accumulato, a causa proprio del blocco dei finanziamenti.

E, oggi, 2 ottobre 2018 il sindaco Mimmo Lucano è stato messo agli arresti domiciliari  con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. L’arresto è stato fatto in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Locri su richiesta della Procura della Repubblica.

La sensazione è che il processo al Modello  Riace sia un processo all’accoglienza che funziona. Difficile da affiancare alla dialettica del “Mandiamoli a casa loro”, degli immigrati che delinquono e che vengono in Italia a far nulla e a lamentarsi per il wi-fi. Difficile che tale modello possa essere accettato dalla barbarie giallo-verde, da chi specula sull’odio razziale e sulla fame dei poveri per poter alimentare il proprio potere. Da un lato, ci sono le immagini e i racconti di una realtà del Sud Italia rigenerata proprio grazie all’impegno e all’attivismo dei migranti, dall’altro i fondi bloccati, le relazioni negative sbandierate e quelle positive camuffate per anni e anni. Mentre si attende l’esito del processo a Mimmo Lucano e l’invio dei fondi con cui si potrà tornare a pagare chi nell’ultimo anno ha lavorato a credito, il sistema di accoglienza di Riace non si ferma. Non deve.

In Italia è in atto una deriva di umanità. Vediamo navi trattenute in mare per giorni, con bambini, donne e malati a bordo. Assistiamo ad attacchi di forze neo-fasciste a discapito dei princìpi costituzionali. Assistiamo al concretizzarsi di un senso comune securitario imbevuto di razzismo e dogmatismo.  Ascoltiamo continuamente fake news istituzionali con lo scopo d’alimentare il clima d’odio. Sia chiaro: questo non è buonismo. Non è buonismo essere a favore della giustizia e della certezza della pena per tutti, a prescindere dall’etnia.

Voler giustizia sul caso del comunitario R. Formigoni, che si professava seguace di Dio mentre accumulava illecitamente 5 milioni di euro; giustizia sui 49 milioni di euro che mancano nei bilanci della Lega Nord; giustizia per lo scandalo bancario che riguarda Banca Etruria e MPS. Giustizia sui reati di stampo mafioso, giustizia sulle morti sul lavoro e sui reati di tortura. Non comporta essere buonisti se ci si scaglia contro soprusi e ingiustizie, contro la violenza e l’omologazione fascista e contro l’odio razziale. In questo contesto cupo, Riace è un’isola virtuosa, un modello da emulare che non può scomparire.
Riace non si arresta.

Come disse Che Guevara:
«Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo».

Gianmario Sabini

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Gianmario Sabini
Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano, peccato c'abbia pensato già T. S. Eliot a scrivere "Waste Land", sono giunto con ispirazione tardiva. Sono un ramingo laureatosi in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro in particolar modo Nietzsche e Marx, e amo anche le percussioni, un po' meno il metronomo. Comunque l'oggetto di studio che più mi affascina e terrorizza, al contempo, è l'essere umano; ma voi lettori potete star tranquilli, cercherò di non influenzarvi con i miei disagi esistenziali. Ma qualora qualcuno di voi volesse incontrarmi, mi troverebbe a casa seduto, fumando la pipa e sorseggiando un buon scotch oppure, per vostra fortuna, potrei essermi semplicemente perso. ''Je est un autre''…

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