Zio Palmiro di Luca Sorgato TFF40
Luca Sorgato sul set di Zio Palmiro © beynot

Al crepuscolo di un sabato pomeriggio, un uomo cammina solo col suo cane. Lo fa in un mercatino dell’usato mentre il freddo gli fa rosso il naso, il senso privilegiato che ha per annusare il passato. Cerca oggetti: piccoli, qualsiasi. Unica condizione: avere un passato. Non contano il valore, né se a darli in vendita siano stati la noia o la disperazione; o forse sì? È importante che abbiano in sé la vita e i suoi opposti: il bianco e il nero. Cosi è, e così lo abbiamo incontrato, Luca Sorgato, classe 1985, regista di lavori apprezzati da musei e festival quali MOCAK di Cracovia, Lamezia International Film Festival, Festival des Cinémas Différents et Expérimentaux de Paris, Laceno d’oro e ShorTS International Film Festival. In concorso con il suo ultimo lavoro, “Zio Palmiro”, alla 40esima edizione del Torino Film Festival nella categoria Cortometraggi Italiani.

Zio Palmiro (guarda il trailer) è stato un uomo fortunato, un colore bianco, che ora dovrebbe, agli occhi del nipote Antonello, lasciare in eredità quella forza. Tutti i giorni, il colore nero siede su una panchina del cimitero dove è sepolto lo zio, in attesa di «almeno un ambo». Tuttavia, indietro ha solo beffe e forse il dono più grande, l’illusione. I colori, le inquadrature, le dimensioni della vita e del cimitero, i numeri, i personaggi e le sensazioni tessono un dualismo singolare con la vita.

In nome del dualismo riscontrabile nei tuoi corti, presumo tu non sia mai solo nelle tue opere. Chi o cosa non deve mai mancare nella vita di Luca Sorgato e dei suoi corti?

Luca Sorgato: «Ho iniziato a pensare ai film per la figura di un poeta che è Attilio Lolini. È stata la scintilla, e tuttora mi accompagna, sebbene non ci sia più. L’ho scoperto nel 2017 e dopo qualche mese è mancato. Ho avuto la fortuna di conoscere la moglie, andare nel suo studio e vivere momenti privilegiati come stare nello studio di un poeta poco noto. È una figura funzionale alla realizzazione della mia “Trilogia della Disillusione”, basata sulle sue poesie, e di “Zio Palmiro”. Quest’ultimo, Infatti, contiene la lettura delle “Ecclesiaste”, che sono state fatte anche da Ceronetti. Ho inserito Lolini anche in questo corto. È come se fosse l’amico che ti dice: «fallo, inizia». È stato la motivazione principale, mi ha dato il coraggio di farlo. La domanda quotidiana è: «perché farlo?» Non bisogna mai essere scontati. Lui è una sorta di motivazione quotidiana e ne condivido la centralità del quotidiano e dei piccoli gesti. Ci trovo del comico e del tragico».

Le parole, in forma orale o scritta, sono una presenza importante nei tuoi corti e in “Zio Palmiro”. Hai una formazione umanistica che ti ha portato ad appassionarti alla poesia o Lolini è un’eccezione?

Luca Sorgato: «Lolini è un’eccezione che mi ha fatto appassionare alla poesia. Non mi sono mai addentrato in poeti come Leopardi, Cioran, Ceronetti; ne ho sempre preso la superficie. Lolini invece è stato come un pozzo, e da quel momento ho iniziato a tirare su acqua con un secchiello. Per la prima volta sono andato a fondo della questione loliliana ed è diventata personale. Ho sempre avuto difficoltà ad andare in fondo alle cose e questa volta sono andato al centro della Terra da quel pozzo».

I tuoi corti risultano disarmanti, difronte alle abitudini, alla noia, alle illusioni e contemporaneamente attenti ai dettagli. È un modo per sublimarli o dissacrarli?

Lua Sorgato: «Non distinguo i due elementi. Sono legati a doppio filo. Li sublimo e li dissacro. Mi interessano gli oggetti che arrivano dal passato o proprio da mercatini dell’usato. Sono alla ricerca di oggetti che hanno un vissuto, come fossero piccoli personaggi che racconto il quotidiano. Non voglio essere morale, non è una questione morale la mia. Voglio far capire che viviamo nella routine, ma dare anche una consapevolezza di questo e dire quanto sia bella l’abitudine e quanto sia tombale, perché può farci rendere conto in vecchiaia di quanto tempo abbiamo speso in quelle cose. Non mi interessa nemmeno scappare dalla routinarietà, voglio trovare la magia in questo. Essere consapevole dei dettagli. È uno sguardo zen. Una filosofia orientale che può salvare. Il dettaglio è necessario alla sopravvivenza dell’essere umano. Per esempio in “Zio Palmiro”, la sua foto, i portachiavi, l’uovo sodo sono l’espressione di un feticismo, un mio modo di raccontare quel tipo di passato. Non voglio cavalcare la modernità, ma far capire che il passato, anche attraverso gli oggetti, è uguale al futuro. Penso che insegua la nota più romantica e nostalgica. Preferisco ambientare le scene in un passato indefinito, recente o antico».

C’è una forte attenzione al tempo. Che rapporto hai con esso?

Luca Sorgato: «Complesso. Sono più affascinato dal passato. È la dimensione che mi conforta maggiormente. Il mio sguardo è sempre indietro per analizzare il presente e il futuro. Mi rendo conto che gli esseri umani siano sempre in balia di certe disgrazie. Come si fa a dire che oggi è meglio di ieri o viceversa? Siamo sempre in balia dell’odio e dell’amore, che si trasformano in oggetti. Cambia poco dal passato al presente. il tempo è come un liquido, ma non stagnante. Preferisco andare per piccoli frammenti. Credo davvero che il frammento contenga l’universalità. Il sasso è la Terra. Non mi va di realizzare film sulla Terra, ma su un sasso, perché è l’emblema della Terra, il frammento per eccellenza di questo blocco su cui siamo. Mi interessa raccontare per frammenti a livello concettuale. A livello filmico mi piace alternare larghe e strette. Credo che il cinema sia questo equilibrio. Raccontare il frammento per raccontare la vita. Lo spazzolino, il dente che è l’emblema del corpo umano. Un dente cariato, per esempio, rappresenta un po’ la decadenza del corpo che va accettata. Il mio è un tentativo di accettare il disfacimento del corpo. Tutto è legato all’accettazione della morte. È un modo per esorcizzare la paura del tempo e della morte. Uno specchio filmico in cui cerchi di accettare ciò che hai fatto. Credo che la vita oltre ad essere una serie di cose da fare sia un’accettazione della morte. Tutti i giorni dobbiamo pian piano arrivare ad accettarla. Non è pessimismo, ma realismo, quindi un modo per ironizzare anche».

Se dovessi consigliare due modi per vedere “Zio Palmiro”, quali sarebbero?

Luca Sorgato: «Potremmo vederlo dalla parte di Palmiro come essere fortunato e di Antonello, che è sfortunato e disgraziato. Il bianco e il nero. Il film infatti ruota intorno al concetto di fortuna, cui ho aggiunto un ricordo di infanzia. Ho inserito il ricordo di mia nonna che era molto fortunata nel gioco, ma anche molto generosa. Aveva questa predilezione per il gioco d’azzardo e passava le nottate al casinò e alla roulette, pensando di trovare chissà che. Si divertiva e in tarda età mi mandava a giocare i numeri del lotto. Mi piaceva partire da questo ricordo e creare un abito di fortuna su Palmiro, un uomo dallo sguardo austero, che a differenza di mia nonna non è affatto generoso e si prende gioco del nipote. Allo stesso tempo ho voluto scardinare l’idea della morte che rende tutti buoni, ma in modo elegante e con garbo».

Tra la fortuna e l’illusione, dunque, cosa salveresti?

Luca Sorgato: «Salverei l’illusione. Siamo esseri fatti di piccole illusioni quotidiane, che ci portano ad avere gli entusiasmi quotidiani. Bisogna dire che l’entusiasmo iniziale della giornata è vitale. Non credo che la vita sia un dono, piuttosto una condanna, ma giacché ci siamo dobbiamo godercela. Non ha colore né genere, né ricchezza. L’unica cosa che può salvarci è l’illusione, che non deve fregarci la mente. Bisogna cercarle quotidianamente. Un simbolo dell’illusione e della bellezza è il sole, perché quando ci colpisce ha un effetto di vitalità assoluta. Mi viene in mente un passaggio contenuto in “Zio Palmiro” delle “Ecclesiate”: “L’affanno dell’uomo quotidiano sotto il sole che senso ha?”».

Cosa non è mai stato detto e vuoi dire?

Luca Sorgato: «Io credo nella fotocopia, non esiste il nuovo. La ricerca del nuovo è illusoria e non benefica. Non mi interessa il nuovo. Credo sia fuorviante e faccia vivere male. Mi immagino davanti a una grande fotocopiatrice con le mie cose che sono Lolini, Petri e i miei riferimenti del passato. Come se volessi farne una fotocopia, che è un’arte e non vuol dire semplicemente replicare. Anche una piccola sbavatura sei tu nel 2022 e racconta la tua unicità».

Cosa ti aspetti e cosa ci aspetta dopo Torino e “Zio Palmiro”?

Luca Sorgato: «Non lo so, ma mi piace non saperlo. Non mi affligge, perché le cose vanno come devono andare e tutto quello che arriva lo prendo. Mi piacerebbe andare a Venezia a presentare un film prima o poi, ma allo stesso tempo mi interessa poco saperlo. Fare aiuta a vivere, anche non fare. Dopo “Zio Palmiro” credo ci sarà un altro cortometraggio che sto sviluppando per replicare la pellicola e arrivare a un lungometraggio ispirato all’unico romanzo scritto da Lolini: “Morte sospesa”. Ho avuto la fortuna di lavorare sui faldoni originali datimi dalla moglie. Un libro del ‘87 che si rifà alla letteratura americana. Sono andato a ritroso sulle bozze preparatorie, e andando indietro mi rendevo cono che il romanzo era completo. Lolini nel suo pensiero illusorio ha smembrato il romanzo. Ha tolto dei pezzi e ha pubblicato il romanzo, che manca di equilibrio. Io allora ho lavorato sulle edizioni precedenti e ho iniziato a scrivere la sceneggiatura inserendo dei miei elementi, perché credo di avere una affinità con questo autore, senza arrivare a distinguere il confine tra i miei ricordi e i suoi».

Tra i cinque sensi, quali assoceresti ai tuoi corti, se escludessimo la vista?

Luca Sorgato: «Tecnicamente l’udito. In “Zio Palmiro” i suoni sono stati profondamente curati e rivestono un ruolo fondamentale. Concettualmente l’olfatto, il senso più legato al passato. Ci riporta indietro negli anni, ci svela ricordi persi. Basta un alito di vento che arrivi sotto al naso…».

Alessio Arvonio

Classe 1993, laureato in lettere moderne e specializzato in filologia moderna alla Federico II di Napoli. Il mio corpo e la mia anima non vanno spesso d'accordo. A quest'ultima devo la necessità di scrivere, filosofare, guardare il cielo e sognare. In attesa di altre cose, vivo.

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