Foscolo, Dei Sepolcri
Fonte: http://inchiostrovivo.blogspot.com/

In quanti si insinuerebbe un fermo dubbio nel sentire che Ugo Foscolo non coltiva semi di assoluta tristezza nel terreno della sua poesia? E a quanti farebbe aggrottare la fronte sapere che il poemetto Dei Sepolcri parla più di vita che di morte? È il prezzo da pagare se si tratta di cose spesso bollate semplicemente come tristi. In realtà, non è esclusivamente in seno a parole di gaudio che si manifesta l’amore per la vita. Talvolta, è necessario seguire un percorso a ritroso, partire dall’inevitabile e certo epilogo per amare la vita e imparare a non sprecare un minuto della nostra fragile esistenza. Tra le «ombre de’ cipressi» e i «sassi» dei cimiteri può esserci qualcosa di bello. Foscolo ne è certo ed è pronto a rivelare ai suoi lettori il lato positivo delle cose definite tristi.

Il poeta di Zacinto ha in sé una forte concezione materialista dell’esistenza, ma ha in serbo nella manica due assi: l’illusione e la poesia. Foscolo prende per mano gli uomini che, come lui, non hanno un Dio in cui credere e “crea una religione” che possa dare conforto. In altre parole, ha dato ai più scettici l’adito dell’illusione, insegnando che si può vivere anche da morti, ma non è consentito a tutti. Il poeta Dei Sepolcri incoraggia gli uomini a creare uno spazio ideale alternativo in cui mettere a riparo sé stessi dal senso di inquietudine derivante dalla vita. Questo è possibile grazie alle illusioni che gli esseri umani possono realizzare con la propria fantasia. Se a esse, poi, si unisce la poesia, l’eternità potrebbe essere assicurata poiché «breve è la vita, e lunga è l’arte».

Foscolo insegna che se non è dato scegliere quanto vivere e come la mitologica Elettra si può, invece, scegliere la qualità del proprio tempo. Se l’esito sarà positivo, in ricompensa «gioia ha dell’urna». A sostegno dell’uomo che dovrà subire la morte, dunque, c’è l’idea di un’imperitura memoria affettuosa: propaggine alternativa al materialismo della vita. Tra i defunti e i vivi può instaurarsi un contatto che dà ai primi l’illusione di durare nel tempo, mentre ai secondi il conforto di sentirsi ancora vicini a chi non c’è più. Le tombe diventano, all’interno Dei Sepolcri, un luogo di custodia per quella memoria, un simbolo di civiltà, ma soprattutto un centro di affetti intorno al quale può costruirsi la vita e la poesia.

Il filosofo Schopenhauer sosteneva che l’universo intero fosse dominato da una forza chiamata «volontà di vivere» che si manifesta in ogni forma di vita. Per scoprire questa verità, ogni essere umano avrebbe dovuto guardare fuori e dentro di sé. La scoperta, in virtù dei meccanismi della natura e delle gioie e dei dolori personali, sarebbe stata che il segreto del cosmo era voler vivere, durare e permeare. Foscolo che sin dai versi giovanili si confronta con la morte, del padre prima e del fratello Giovanni poi, e con una serie di dolori personali come l’abbandono dell’amata isola greca, sfiora il nichilismo più acuto, ma la poesia lo salva. Col poemetto Dei Sepolcri scopre il potenziale della vita, provvede a elargire gli strumenti per potersi eternare rivelando il segreto filosofico di ogni essere umano: voler vivere, anche dopo la morte.

Il carme, come il poeta chiama il poemetto, è presentato in forma di epistola poetica indirizzata all’amico Ippolito Pindemonte e nasce alla sera di un viaggio personale tortuoso, segnato da lutti e delusioni storiche. Tuttavia Foscolo, che aveva visto il suo alter ego Jacopo Ortis suicidarsi, non rinuncia alla vita, «protesta come uomo e come poeta». La protesta, che era iniziata contro quella concezione materialista della vita, continua poi contro Napoleone. L’atto di nascita del poemetto Dei Sepolcri era stato segnato, infatti, dall’editto di Saint-Cloud emanato dal generale francese nel 1804 e imponeva sepolture anonime fuori dalle mura cittadine, suscitando così la contrarietà del poeta.

Un contadino è sicuro della vita che nascerà dal campo che ha seminato. Similmente, il poeta sa che un terreno sepolcrale, coltivato da lacrime affettuose e versi di poesia, può far germogliare la vita, questa volta degli esseri umani. Tombe, cimiteri, e morte oltre ad essere potenziali elementi di un’ambientazione gotica si rivelano portatori di vita. Tra i versi del poemetto Dei Sepolcri si legge: «A egregie cose il forte animo accendono/ l’urne de’ forti». Foscolo si riferisce, in questo caso, ai grandi artisti e intellettuali sepolti nella Basilica di Santa Croce a Firenze a cui gli Italiani avrebbero dovuto, e dovrebbero tuttora, ispirarsi. Dunque, l’esempio illustre di coloro che non ci sono più sprona il nostro animo ad agire bene, ma soprattutto a vivere. Foscolo segna il primo percorso a ritroso che dalle «urne» della morte porta alla luce di una vita da vivere nel migliore dei modi sotto la guida di quegli esempi.

Più avanti, gli altri percorsi. Foscolo scrive: «Non sorge fiore ove non sia d’umane
/lodi onorato e d’amoroso pianto»
. Le lacrime versate per la mancanza di qualcuno diventano il simbolo di un amore che non può celarsi dietro le apparenze di un dispiacere ipocrita. Il pianto porta fuori l’interiorità dell’essere umano, l’amore per la vita, propria e altrui. L’animo di chi ricorda si accende, è vivo e il suo tumulto interiore lo dimostra. In particolare, suscitare il pianto è la prova di aver lasciato «eredità d’affetti» e, quindi, di aver vissuto una vita piena d’amore. Questo dettaglio fa la differenza. A più riprese, all’interno del poemetto Dei Sepolcri, il poeta ribadisce l’importanza del ricordo come strumento attraverso il quale coloro che restano possono mantenere in vita i propri cari estinti, ma ad una condizione: che abbiano lasciato quella «eredità» fondamentale. In questo modo, Foscolo dà ai propri “fedeli” un comandamento da seguire per poter vivere bene e morire ancor meglio. È necessario che nella vita ogni essere umano sfrutti al meglio il proprio tempo senza rincorrere l’odio e il male, ma perseguendo il bene per se stessi e gli altri. Se ci riuscirà, a modo suo potrà vincere un po’ la morte. Tutto questo non è altro se non vita.

Nello spazio poetico di 295 endecasillabi sciolti, il poeta Ugo Foscolo concilia la morte con la vita facendole funzionali l’una per l’altra. Per diverse strade, di vita e versi, Foscolo sembra converge nella teoria degli opposti messa a punto dal filosofo Eraclito. Il padre del «panta rei» credeva, infatti, che la legge della realtà fosse costituita da una lotta continua tra gli opposti. Questi, in quanto tali, non possono fare a meno l’uno dell’altro altrimenti sarebbero incompleti o inesistenti. Un simile ragionamento sembra giacere segretamente al fondo dell’animo foscoliano, per venire alla luce poi nel maturo poemetto Dei Sepolcri. C’è uno sposalizio che la morte non divide perché è sposa della vita.

Alessio Arvonio

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