Claudio Baglioni, In questa storia che è la mia
Foto: Alessandro Dobici / Fonte: melodicamente.com

Apro la cartella Musica del computer, e mi dirigo con un rapido sguardo verso quella più corposa. 2,04 gigabyte, dice la finestra informativa, ma non ci faccio molto caso. Due rapidi clic per visualizzare gli album messi in fila in ordine devoto, cronologicamente. 1970 – Claudio Baglioni, recita il primo. 2013 – Con voi, l’ultimo. Di lì a breve so che ne apparirà un altro, e che si chiamerà 2020 – In questa storia che è la mia. Il calcolo è facile: cinquant’anni esatti raccolti in dozzine di cartelle e svariate centinaia di file; un viaggio nel tempo in formato mp3, ma la musica si può comprimere, gli anni no.

Cos’è cambiato da allora? La risposta è retorica: tutto e niente. Il vinile è diventato Spotify, il fruscio ruvido sotto le dita si è smaterializzato in grossi server ad ogni angolo del globo, le mani scorrono su schermi interattivi che sono cervello e cuore di un’emotività più ampia, ma più algida. Chissà se queste macchine che parlano per noi ci avvicinano o ci allontanano, verrebbe da chiedersi. Domanda retorica anche questa, ma la cifra comunicativa è sempre uguale, Claudio Baglioni si rivolge a noi come un amico di vecchia data che riappare dopo anni con la naturalezza di chi non si è mai allontanato troppo, e poggia una carezza gentile sulla spalla a dar conforto e sostegno.

In questa storia che è la mia diventa allora inevitabilmente anche la nostra, quella di ascoltatori, certo, di fan accaniti o sfegatati, ma in primo luogo di persone in sangue e palpiti, poesia e sale e nuvole. Chiunque, col proprio vissuto, può attraversare l’architettura generazionale che Claudio predispone con cura minuziosa, arrampicarsi sulle impalcature autobiografiche del pentagramma e ritrovarsi ad ogni piano, ad ogni nota. Far vibrare il passato nel presente e riecheggiare nel futuro è opera d’ingegno non solo artistico, ma esistenziale: quasi un’abitudine, per chi da cinquant’anni racconta, con calma olimpica ed eterea delicatezza, la dimensione individuale e universale di un’epoca che corre veloce e fagocita vorace tutto intorno a sé.

Claudio Baglioni, In questa storia che è la mia

Tra le pieghe dell’album si scorgono le cuciture che ricamano la storia delle storie. A braccia tese e mani vuote Claudio Baglioni canta le emozioni di una vita con scanzonata spensieratezza, quella di chi ha saputo donarsi senza mai pretendere, e decora con la sua consueta giocosità l’etimologia dei versi, arricchendo di rimandi e citazioni senza scadere nell’autoreferenziale. La musicalità è una scelta netta, In questa storia che è la mia si affida alla pulizia acustica degli strumenti tradizionali, senza ricorrere agli artifici dell’elettronica, e in questo rafforza l’impressione di un cerchio che si chiude, un ritorno alla tradizione nella maturità che deriva dall’esperienza. Gli intermezzi sono richiami evidenti a quelli contenuti in Strada facendo, numerati anche questi da 1 a 4 come pietre miliari che da un viottolo delle campagne romane portano dritto al centro del mondo.

In quei messaggi di speranza velati di malinconia c’è il tentativo di correre e di ripercorrere, accelerando il passo quando necessario, come nei ritmi sincopati di Reo confesso che prendono palese ispirazione dalla celebre Via, fermandosi a riflettere lungo il cammino, come nelle più melodiche Io non sono lì e Dodici note. Come per ogni album di Claudio Baglioni è il contesto a tracciare il solco dell’identità, e riprodurne tutte le canzoni dona sinergia all’ascolto: la comprensione diventa piena solo ad album terminato, e si arricchisce di quel riconoscimento istintivo che contraddistingue il cantautore romano. L’ouverture chiarisce fin da subito che l’intento è totalizzante, Altrove e qui è un vero e proprio anthem, un inno che gravita intorno alle dimensioni spaziali e temporali del Baglioni uomo e cantante tracciandone rimpianti e velleità, in una chiosa che avvolge e trascina verso il resto dell’opera. Il finale, invece, è la summa degli intermezzi di cui sopra: Uomo di varie età è la diretta eredità di ’51 Montesacro, da cui mutua la struttura rovesciandone però la narrazione, che diventa gioiosa, libera dalle fisiologiche paure del tempo che scorre inesorabile. Claudio si autoprofessa “di varie età”, adulto nel bambino, bambino nell’adulto, e in estrema sintesi immortale su una scena che non uscirà da lui neppure quando lui stesso sarà ormai uscito di scena.

Il volume si abbassa, le note sfumano accompagnandomi in un silenzio pregnante; In questa storia che è la mia finisce, ma non termina. L’eco di un racconto rimbalza sulle pareti del tempo, avanti e indietro nelle memorie, nelle attenzioni, nelle speranze. Torno al 1999, al video di Cuore di aliante che fu incanto e suggestione, ai nuovi singoli attesi con trepidazione alla radio, ai testi imparati a memoria come un sacro voto da onorare. Cinquant’anni sono trascorsi in un battito di eternità, perché la vita è adesso, ma il sogno è sempre. Chiudo Spotify mentre ordino il vinile e tutto torna al suo posto, dove in realtà è sempre stato: la nostra storia nella mente, l’arte di Claudio Baglioni nel cuore.

Emanuele Tanzilli

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