Cesare Pavese e la fuga dal tempo ne La luna e i falò
Fonte immagine: skuola.net

Osservare il passato per trovarvi traccia del presente, disegni del futuro. È quello che l’uomo fa quotidianamente: rendere il tempo una storia, conferirgli una logica, un fine e – naturalmente – una fine. Se l’uomo però di mestiere fa lo scrittore e il suo nome è Cesare Pavese, raccontare il tempo diventa semplicemente un modo per sfuggirgli, per sottrarsi all’amara consapevolezza dell’eterno persistere del proprio dolore, mentre intorno tutto muta e perisce.

È un dramma – quello del tempo come dolore – che attraversa ogni parola, ogni scritto del Pavese, e che poi si condensa nell’opera ultima, forse la più bella: La luna e i falò. Un romanzo senza intrecci, una costruzione fatta di eventi, rievocazioni e simboli, tutti indistintamente proiettati verso la ricerca dell’assoluto, dell’atemporalità.

Anguilla, il protagonista, nostalgico emigrante, torna al paese natio – o meglio quello in cui è cresciuto – all’indomani della Liberazione e di una lunga permanenza in America. Il rientro nelle Langhe ha per lui le fattezze di un viaggio dentro e al di sotto delle cose: ricordare l’infanzia riattraversando quel mondo rurale che, tra tanti abbandoni, l’aveva reso grande, significa non recuperare un’era favolosa – che in realtà tale non è stata –, bensì lasciare affiorare i segni di un destino comune e universale.

Cesare Pavese e la fuga dal tempo-dolore ne La luna e i falò

Accanto ad Anguilla, lungo questo percorso di ‘ri-conoscenza’ e ‘ri-scoperta’, Cesare Pavese pone l’artigiano Nuto, una sorta di Virgilio moderno – così l’aveva considerato Calvino –, compagno da ammirare e da cui imparare, perché nutrito di una incorruttibile sapienza. Insieme, i due personaggi camminano mescolando memoria e presente: Anguilla si muove tra le reliquie di un antico passato, rimette piede nella casa dove aveva vissuto con il Padrino, ora abitata dal Valino e dal fragile Cinto; Nuto, intanto, si fa voce di quel passato e parimenti testimone provato – e non di rado reticente – di un altro passato, più vicino, che ha vistoi boschi tramutarsi in teatro di guerra e orrori.

Un tempo, quello del quale Nuto è stato partecipe, in cui «il ferro era caldo» e bisognava approfittarne per imprimere una svolta al Paese: tuttavia, l’ignoranza dilaga e l’amico d’infanzia di Anguila dalla sua non ha che «una pialla e uno scalpello». Così come lo stesso Cesare Pavese, armato semplicemente della penna; comunista convinto ma non militante; fine osservatore, poco incline all’agire.

Più le pagine del romanzo scorrono e più l’umana tragedia viene fuori: Anguilla scopre che la storia è passata anche tra le campagne del Piemonte, nei luoghi più remoti; di morti ne ha fatti e ciononostante la vita delle colline resta uguale a se stessa, abituata a seguire i ritmi – come suggerisce il titolo stesso del romanzo – della luna e dei falò. Protagonista e lettore pian piano se ne rendono conto: la distruzione è motore della ciclicità della terra, è sinonimo di rinnovamento, di un “eterno durare”.

Là dove c’è stato un falò, il terreno si rivela difatti più fecondo. E anche per Nuto, l’amico saggio, è impossibile non credere alla natura:

«Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano».

Se si asseconda tale logica, pure l’incendio appiccato dal Valino che, preso dalla pazzia, massacra la famiglia per poi impiccarsi, rientra nell’immobile disegno della natura, così come le morti di Irene, Silvia e Santina, figlie del proprietario della Mora, la fattoria dove Anguilla da ragazzo aveva lavorato. E non a caso l’ultimo evento luttuoso raccontato, ossia la fine di Santina – di cui il protagonista era innamorato –, coincide proprio con il divampare di un fuoco: spia prima dei tedeschi e poi dei partigiani, la ragazza viene giustiziata e il suo corpo, ancora giovane e bello, bruciato, reso d’un tratto cenere e riconsegnato immediatamente alla terra dalla quale era stato concepito.

Gli eventi dunque si ripetono, diventano simbolo e il tempo, quello che ossessiona il Cesare Pavese de Il mestiere di vivere, finisce per essere un non tempo, uno scorrere di rituali, un susseguirsi di miti descritti con l’incedere del poeta che contempla e s’incanta.

Nella dimensione assoluta – aspaziale e atemporale – in cui sono immersi gli uomini e le colline de La luna e i falò tutto trova giustificazione, pure la morte. E il dolore momentaneamente si attenua, cova nel fondo, fino a esplodere una volta per tutte in quel maledetto 27 agosto 1950.

A Pavese scrivere non basta più.

«Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto». Cadere nell’oblio per affidarsi, inconsapevolmente, all’eternità.

Anna Gilda Scafaro

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