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Stop bombing Gaza: una delle consuetudinarie scritte che aprono i cortei internazionali di cittadini che (pur vivendo altrove e in contesti di pace) manifestano da anni per gli abitanti della Palestina e per il loro diritto di non essere prigionieri in un carcere a cielo aperto in quella Striscia umiliata e occupata da Israele.

Stop bombing Gaza è la voce popolare diventata litania che scandisce le notizie di altri morti nella Striscia e quella famigerata definizione di Palestina che nelle mappe geografiche stenta a comparire a favore di Israele.

Da un lato e da decenni i riflettori puntano su quel lembo di terra assediato, lottizzato da Israele, sulla questione palestinese, dall’altro si fatica a riconoscergli l’autonomia e i media occidentali continuano a parlare di Israele come Stato democratico degno dunque di finanziamenti, di strette di mano che contengono accordi commerciali.

Dalla prospettiva europea la situazione è avvilente e genera rabbia, sia per l’imbarazzante immobilismo della Comunità, sia per lo sviamento mediatico occidentale interessato più a puntare il dito contro il fantomatico e millantato pericolo iraniano che ad una reale presa di posizione contro la violazione del diritto internazionale sui diritti umani che Israele quotidianamente perpetra alla luce del sole.

Parallelamente una rabbia amplificata echeggia all’interno della Striscia di Gaza dai palestinesi che in nome della libertà continuano a manifestare costantemente da oltre un anno: ogni settimana manifestano lungo la linea di confine con Israele, nonostante i morti civili ammazzati dai cecchini israeliani. In specie, il determinante appuntamento di protesta si è tenuto il 30 marzo 2019 in occasione del primo anniversario della Grande Marcia del Ritorno, indetta da Hamas.

A tale marcia si stima abbiano aderito oltre quarantamila manifestanti provenienti dai cinque accampamenti della Striscia di Gaza, tra cui quello di Malaka, il più importante. I palestinesi hanno chiesto la fine dell’occupazione israeliana, l’indipendenza, il riconoscimento dello Stato della Palestina, la fine di una guerra dispotica che ha segnato la storia contemporanea per il mare di sangue versato, protratta per un assurdo lasso di tempo e che non accenna a terminare.

La Marcia del Ritorno è stata pagata a caro prezzo dai palestinesi: il bilancio, infatti, è di cinque morti palestinesi (di cui due minorenni) e oltre trecento feriti. La conta delle salme è diventata consuetudine e in occasione di tale marcia le previsioni erano ulteriormente drammatiche. Si temeva, infatti, che si verificasse una tragedia come in occasione della protesta palestinese in seguito allo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme.

La realtà è che il governo israeliano continua a sparare contro un popolo in proporzione disarmato; continua ad ostentare la sua prepotenza costringendo alla prigionia famiglie, persone, bambini la cui unica colpa è quella di voler vivere nel proprio territorio.

La Palestina è devastata, ma ha ancora molta forza

La Palestina non è certo rimasta a guardare lo spettacolo grottesco mentre le venivano sottratti diritti e libertà. Si è organizzata in movimenti di lotta. Da Gaza, in questi giorni, sono partiti una sessantina di razzi destinati ad Israele, che hanno provocato alcuni feriti civili, ma nessuna vittima. Israele ha risposto bombardando quindici postazioni di Hamas.

Un susseguirsi di manifestazioni e attacchi militari ha sollevato la preoccupazione di Israele che vive di equilibri precari in questo periodo. Ricordiamo che il 9 aprile si svolgeranno le elezioni israeliane per il rinnovo del Knesset. Così da un lato il governo israeliano ha cercato di allentare la tensione con la Palestina, dall’altro nessuna concessione è stata messa per iscritto, nero su bianco, perché ciò potrebbe implicitamente essere interpretato come segno di debolezza dello Stato israeliano nel non riuscire più a fronteggiare le sue stesse vittime.

Tali accordi riguardano, come riportato da Agi, “l’aumento dei fondi qatarioti da 15 a 40 milioni di dollari al mese per il pagamento dei dipendenti pubblici a Gaza; l’estensione dell’area in cui è possibile pescare da nove a dodici miglia nautiche; l’aumento delle forniture elettriche; l’approvazione di un progetto di desalinizzazione” e l’apertura del valico di Kerem Shalom e quello di Erez, i maggiori canali di transito di combustibile per la centrale elettrica di Gaza e per il transito di merci e aiuti umanitari.

Nessun compromesso. L’obiettivo è la liberazione dall’assedio israeliano

I negoziati tra Israele-Hamas sono stati spalleggiati dall’Egitto, che ha mediato al fine di scongiurare un nuovo bagno di sangue con l’assenso provvisorio di Netanyahu angosciato dall’impatto elettorale.

A tal proposito, Ramy Balawi (insegnante palestinese che vive a Gaza) ha spiegato per Libero Pensiero i vantaggi bilaterali che sottendono questi accordi: «La mediazione egiziana potrebbe ridurre il rischio di un nuovo scontro tra Hamas e Israele a Gaza, infatti entrambi non gioverebbero di questo scontro in questo periodo.

Negli ultimi anni Hamas è in crisi finanziaria dovuta alle sanzioni imposte da Israele e ciò si ripercuote sui cittadini palestinesi. Quindi anche Hamas ha bisogno di questo accordo con Israele: in primis per ridurre le proteste popolari palestinesi tramite il miglioramento delle condizioni di vita, poi perchè vuole diventare un punto di riferimento politico per i palestinesi e a livello internazionale.

Soprattutto Israele trae beneficio da questi accordi, da un lato perchè gli permettono di conservare la divisione palestinese ma rafforzare la sua presenza in Cisgiordania grazie anche all’aiuto di Trump, dall’altro gli permettono di calmare le proteste popolari palestinesi che hanno creato timori e insicurezze per i cittadini israeliani che vivono vicino il confine.»

Dunque i palestinesi, nonostante la posizione subordinata, fanno paura ad Israele e l’ansia israeliana è palpabile, a partire dal bisogno di costruire alleanze con governi di destra anche oltralpe: il 31 marzo il premier Netanyahu ha ricevuto il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, esordendo con «Facciamo la storia assieme» , oppure stringendo rapporti di fraterno dispotismo con Donald Trump. In effetti la storia la stanno facendo insieme, saranno ricordati nello stesso capitolo dei libri di storia dedicato all’oppressione sui popoli: Netanyahu contro i palestinesi, Trump contro i messicani, Bolsonaro contro gli indigeni.

Nonostante le apparenti aperture, concessioni e negoziati in corso, la lotta storica della Palestina non è finalizzata a contentini o compromessi. Il sangue di cui è intriso la bandiera palestinese e su cui è indelebilmente inciso il nome di migliaia di martiri e attivisti (tra cui l’italiano Vittorio Arrigoni) non può sciogliersi alla luce dei patti con il carnefice. Per questo e per altro, nonostante il cessate il fuoco, i palestinesi continueranno a manifestare come sempre ogni settimana.

La lotta per la liberazione della Palestina continua ad oltranza, fino alla fine, fino alla vita.

Melissa Aleida