Gambrinus Napoli
Fonte: https://www.cappuccinointheclouds.it/colazione-al-gran-caffe-gambrinus/

«Ah, che bellu cafè,/sulo a Napule ‘o sanno fa’/ e nisciuno se spiega pecché» cantava Domenico Modugno, dedicando una piccola parte della sua produzione musicale al caffè napoletano: una miscela che acquisisce un carattere e un tono tutto suo. A Napoli il caffè è un invito per fare quattro chiacchiere, è la tanto meritata pausa dopo una giornata di lavoro, la ciliegina sulla torta al termine del pranzo domenicale, un’occasione per dire “ho voglia di trascorrere del tempo con te”. Come parte del patrimonio culturale partenopeo, i luoghi della sua produzione hanno un certo ruolo nella formazione culturale della città di Napoli e, tra le più antiche caffetterie, il Gran Caffè Gambrinus è tra quelli più intriso di storia.

Nel 1860, al piano terra del palazzo della Foresteria (l’elegante edificio del 1816 che oggi ospita la sede della Prefettura) viene aperto il Gran Caffè Gambrinus, in una posizione quindi ottimale che gli ha permesso di diventare sede e nucleo delle attività intellettuali di Napoli. Affaccia su Piazza Plebiscito e quindi, in breve, è diventato luogo attrattivo per i frequentatori del Palazzo Reale e del teatro San Carlo. Il pubblico altolocato che gli gravava intorno lo ha reso un vero salotto culturale, ma il salto di qualità si ottenne grazie a un selezionato staff di gelatai, pasticcieri e baristi che è riuscito a rendere il Gambrinus per decreto il Fornitore della Real Casa, onorificenza tributata dai Borbone soltanto ai migliori fornitori del Regno delle due Sicilie.

Nel 1885 una breve crisi economica ha toccato il Gambrinus, decretando l’inizio del suo rinnovato splendore. Nel 1889 la gestione venne infatti affidata al lungimirante Mario Vacca, frequentatore di artisti e attori, che decise di conformare gli interni della caffetteria al rilevante spessore artistico degli esterni. Per raggiungere questo obiettivo si affidò all’architetto Antonio Curri, affiancato ad alcuni tra i migliori impressionisti e paesaggisti napoletani atti alla realizzazione di sontuosi ed eleganti affreschi. Le sale sono state poi decorate con i marmi di Jenny e Fiore, gli stucchi del Bocchetta, i bassorilievi del Cepparulo e le tappezzerie del Porcelli. Il Gran Caffè assume le sembianze di una preziosa galleria d’arte, impreziosita con un plus ultra del tempo: l’illuminazione elettrica.

Queste vesti del tutto nuove suggerirono che era giunto il momento di dover ribattezzare il locale, per dargli una nuova vita. Si optò per il nome “Gambrinus” in onore del re germanico Joannus Primus che secondo la leggenda fu l’inventore della birra. Questa scelta, che potrebbe sembrare bizzarra, vuole invece creare un legame tra due tradizioni simili ma che si esplicano in modo contrapposto: fondere nell’immaginario collettivo le due più famose bevande d’Europa: la birra (nordica, bionda e fredda) e il caffè (meridionale, scuro e bollente).

Il cuore della nobile Napoli aveva ora un effettivo centro di ritrovo. La Belle epoque partenopea vede nel Gambrinus il suo nucleo più produttivo di idee e di dinamiche culturali, su imitazione del Cafè Chantant parigino, luogo di opere drammatiche e di concerti. Benedetto Croce, Hemingway, Sartre e Simone de Beauvoire, Oscar Wilde con l’amante Alfred Douglas, Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Matilde Serao per l’inaugurazione del “Il Mattino”, Eduardo Scarpetta, Totò e i De Filippo: tutti gravitano intorno alle sontuose bellezze e alle gustose leccornie che il Gambrinus offre, approfittando del calore e del ristoro della tipica accoglienza di Napoli.

Uno degli aneddoti più simpatici vede come protagonista Gabriele D’Annunzio, frequentatore del bar durante il suo soggiorno partenopeo. Nel 1892 scommise, proprio nel Gambrinus, con Ferdinando Russo, di riuscire a comporre una poesia interamente in dialetto napoletano. Scrisse così La vucchella che riscosse molto successo, tanto da essere poi musicata nel 1902 da Francesco Paolo Tosti.

Nel 1938 il Gambrinus sembrava aver abbandonato i suoi fasti iniziali in quanto etichettato come luogo di ritrovo antifascista. Il prefetto Marziale decide di chiuderlo, ma vista la pregnanza storica e artistica del luogo, il Banco di Napoli richiede alcune opere e sale per i propri uffici, proteggendole dall’incuria. Solo agli inizi degli anni ’70 Michele Sergio riesce a recuperare i locali del Caffè e ne inaugura di nuovo l’apertura.

Alessia Sicuro

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Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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