calcio e coronavirus
Calcio e Coronavirus

Rapporto strano quello fra calcio e coronavirus. Il calcio è condivisione, rituale, emozione, contatto. In antitesi con elementi quali la distanza, isolamento, tutte cose che una malattia infettiva determina. Ma in questi giorni abbiamo capito, a nostre spese, che il problema del calcio non è solo il covid19.

La lezione del coronavirus ci ricorda ancora una volta quanto siamo fragili, che la salute è l’unica cosa che conta. Un qualcosa che è stato difficile da ribadire viste le resistenze di chi non ha voluto rinunciare alle proprie abitudini di vita, ai propri interessi commerciali. Simbolo che l’emergenza non è sentita come tale fintanto che non diventa perniciosa per la nostra incolumità. Un po’ come vedere il bosco divampare e preoccuparsene solo quando le fiamme arrivano a ghermire le nostre pareti. Ovvero, quando ormai è troppo tardi.
E forse per questo che, nonostante il parere preoccupato degli esperti, i vertici dello sport e della politica abbiano avuto difficoltà a gestire l’evento “calcio”. Su tutti Vincenzo Spadafora, Ministro per le politiche giovanili e dello Sport, che con i suoi ondivaghi atteggiamenti ha dimostrato di non avere la caratura e la cifra professionale per tenere banco in questo momento così delicato. E come tanti altri personaggi, schiacciato dalle pressioni dei convitati di pietra, alla fine ha scaricato la patate bollente (e le responsabilità) sugli altri organi istituzionali. Un comportamento che qualcuno definirebbe improprio, o molto peggio.

calcio e coronavirus

È per questo abbiamo avuto partite rinviate, poi congelate, poi indette, e poi di nuovo rinviate. Tutto questo fino a ieri sera quando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha diramato le nuove direttive: competizioni sportive ufficialmente sospese. Calcio compreso. Provvedimento necessario, da prendere ben prima, ma a cui le eminenze grigie, nemiche della sanità pubblica, hanno battagliato fin quando la questione non è diventata oggettivamente grave.
Questi figuri oscuri,  insomma, sono stati obbligati a passarsi la mano dal portafogli alla coscienza, segnale che – alla fine – il Governo può ancora dire la sua superando gli interessi particolaristici.
Ma rimane l’amaro in bocca, in quanto di sport, anche in questa occasione, ne è rimasto davvero ben poco. Il motivo di tanto accanimento, di tali resistenze, non è l’evento sportivo in sé, la voglia di godere della sua bellezza, della performance atletica, di vivere il rituale. Ma sono le impellenze commerciali, gli sponsor, gli interessi materiali a muovere il pallone.

Capitolo tifoserie. La colpevole incoscienza di questi giorni (l’esodo dalla Lombardia, la fila ai supermercati…) appartiene anche a questi ultimi. Quando la situazione non era così fuori controllo, più di qualche fan storceva il naso al pensiero delle porte chiuse. Rabbrividiva all’idea di interrompere il campionato, di non vedere più la domenica i propri beniamini su quel rettangolo verde. I peggiori istinti oscuravano la loro ragione.
Dimostrazione che in Italia, come solo in pochi altre coordinate al mondo, il calcio venga vissuto come ossessione, come vera patologia. Anzi, non abbiamo paura di ipotizzare che il calcio possieda una carica virale superiore a quella del coronavirus. Le reazioni di questi giorni, insomma, dimostrano che la passione per il pallone a scacchi, sia in grado di annientare anche la paura verso l’epidemia e le sue conseguenze. Di alimentare una certa incoscienza.
Chiamatela fede, chiamatela passione, chiamatela inettitudine. Ma, spesso, è proprio peccando di fede che si commettono le cose più insensate. Come la storia insegna, essa può portare alla cecità, alla mancata coscienza della realtà. A vere e proprie eutanasie della civiltà.

calcio e coronavirus
fonte: lesoir.be

Alla fine, nonostante i mugugni dei tifosi più ostinati, il calcio è dovuto cambiare, contagiato suo malgrado dal virus. Campionato sospeso, dicevamo. Il tutto avviene in un clima surreale che sancisce un cambiamento nel tifo e nello sport, e anche un ridimensionamento nell’importanza che attribuiamo a quella rete, a quell’agonismo, quando dall’altra parte è in pericolo la vita dei nostri cari.

Calcio e Coronavirus: e se il problema fosse molto più profondo?

Tutto questo fiume di parole nel rapporto fra calcio e coronavirus, lo ammettiamo, porta a tante elucubrazioni, a sommare tanti pensieri fini a se stessi.
Forse, c’è un’unica rilevante riflessione da digitare: il pensiero di quanto sia accelerato il mondo in cui viviamo, tanto da non riuscire a frenarlo quando è necessario. Fermarci due settimane, infatti, sembra da pazzi. E se lo facciamo, saltano eventi, scadenze, lavori. Tutti organizzati fittamente in un orizzonte temporale troppo frenetico e vicino.
Questa è la prova evidente di un mondo che corre troppo veloce su queste maledette rotaie della contemporaneità e di cui noi abbiamo, letteralmente, bruciato i comandi.

Enrico Ciccarelli

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