A che punto siamo con il vaccino per il coronavirus: previsioni e strategie
Fonte Immagine: Sky TG24

La notizia che un altro vaccino contro il coronavirus sia arrivato alla fase III, l’ultima della sperimentazione clinica, ha riacceso critiche e speranze nell’opinione pubblica, che si è affrettata nel commentare l’evento con il classico entusiasmo e l’ormai comune boria che caratterizza gli schieramenti dei vaccinisti e degli anti-vaccinisti. Si tratta del vaccino della società farmaceutica Johnson e Johnson, che prevede una singola iniezione e coinvolgerà nelle sperimentazioni fino a 60 mila persone in 215 centri tra USA, Sud Africa e America del Sud.

A dispetto di quanto i cittadini possano credere, non sono pochi i vaccini che vengono testati contro il coronavirus. Ci sono 170 candidati di cui più di 140 sono in fase pre-clinica, 27 in fase clinica e solo sette hanno lanciato studi di fase III. Di solito occorrono tra i 15 e 20 anni per mettere a punto un vaccino, in questi casi si parla di un anno o un anno e mezzo. Tempi incredibili e che hanno sollevato più di qualche polemica circa la loro efficacia.

Se da un lato il multilateralismo con cui governi e aziende farmaceutiche stanno lavorando alla ricerca di un cura è lodevole, dall’altro testare vaccini non molto efficaci rischia di peggiorare la pandemia. Non si tratta di un’illazione complottista: sulle pagine della prestigiosa rivista Lancet, un team di scienziati dell’Organizzazione mondiale della sanità ha sottolineato che i governi non devono forzare la mano della scienza, spinti da motivi puramente geopolitici, poiché un vaccino richiede tempo e soprattutto dei risultati di sperimentazione che dimostrino almeno il 30-50% di efficacia.

Ecco perché Moderna, l’azienda che sta producendo il vaccino più promettente, ha deciso di rendere pubblici i dettagli sulle prossime tappe della sperimentazione. Un’operazione necessaria, soprattutto alla luce della grande fiducia che non solo gli Stati Uniti nutrono nei confronti di un serio candidato alla “vittoria finale”.

Nel Regno Unito, vista anche la situazione pandemica disastrosa, l’Imperial College di Londra ha deciso di coordinare un’azione volta a effettuare test clinici sul vaccino per il coronavirus infettando delle persone sane. La decisione, rischiosa, potrebbe accelerare sicuramente i processi di analisi e sviluppo di una cura vaccinale ma, al contempo, porta con sé numerose implicazioni etiche. Infettare un individuo sano comporta sempre qualche rischio, soprattutto con una malattia sconosciuta come la Covid-19.

Ma non ci sono solo il Regno Unito e gli Stati Uniti in questa partita. La soluzione a questa pandemia avrà la forza simbolica di uno sbarco sulla Luna: non a caso i russi hanno dato il nome “Sputnik” al proprio vaccino, rivendicato come il primo in assoluto. Chiunque avrà tra le mani questa cura potrà usarla per determinare gli equilibri internazionali.

Putin e il vaccino Sputnik V

La corsa al vaccino contiene, dunque, delle implicazioni politiche. A dimostrarlo ci sono due istrioni dello scacchiere internazionale del calibro di Donald Trump e Vladimir Putin. Il primo spera che la cura per il coronavirus possa arrivare prima del fatidico Election Day per recuperare terreno a livello elettorale; il secondo, invece, si augura un repentino ritorno di immagine.

Quanto sta accadendo sulle potenziali cure al coronavirus, con i leader di tutto il mondo che rilasciano dichiarazioni spesso smentite dagli scienziati che hanno reclutato, suggerisce che la corsa al vaccino è più di una partita prettamente sanitaria, essendosi trasformata in una vera e propria competizione geopolitica. In questo frangente si colloca il prototipo di vaccino scoperto in Russia, lo Sputnik V, che nonostante le grandi celebrazioni non ha convinto gli scienziati. La comunità scientifica ha ammesso di saperne poco o niente al riguardo, e in attesa di acquisire la documentazione relativa ai metodi utilizzati per ottenerlo, ha invitato tutti alla cautela.

Si sa benissimo che quando si parla di Russia il giudizio non è mai sereno, poiché a prevalere non sono le certezze bensì i pregiudizi. Nello specifico, ciò che ha sorpreso la comunità internazionale è la rapidità con cui Mosca è giunta a un vaccino, superando i cinque concorrenti (tre in Cina, uno in Europa e l’altro negli USA). Ma la differenza che non tutti riescono a notare è che gli Stati hanno assunto approcci e procedure diversi nell’elaborazione della cura, a seconda della concezione che hanno della lotta al coronavirus. L’Occidente concepisce il virus come un problema di sanità pubblica, gli altri Stati, invece, lo considerano una questione di sicurezza nazionale, circostanza che determina in automatico la partecipazione della Difesa e dell’esercito.

Questo spiega la sorpresa dello Sputnik V. Infatti il vaccino risulta registrato dall’Istituto epidemiologico e microbiologico di ricerca Gamaleya, una struttura che ha collaborato fianco a fianco con il quarantottesimo istituto centrale di ricerca del Ministero della Difesa russo. E lo studio del nuovo coronavirus è iniziato molto tempo prima rispetto alle ricerche mediche statunitensi ed europee; in molti ricordano il contingente militare russo a Bergamo, composto da un’élite specializzata nella guerra batteriologica. Ufficialmente il suo compito era quello di aiutare la popolazione ma, molto probabilmente, aveva l’obiettivo collaterale di sequenziare il virus che stava mettendo in ginocchio l’Italia. Dunque la Russia ha cominciato a muoversi ancora prima di sperimentare sulla propria pelle la prima ondata.

Elementi medici che fanno sorgere dubbi circa l’efficacia del vaccino russo, comunque, ci sono. Il primo riguarda i dati pubblicati sulla sperimentazione, che non appartengono a un singolo studio. I lavori in realtà sono due, uno sul vaccino e l’altro su una soluzione liofilizzata, e ciascuno condotto coinvolgendo un numero di volontari (40) troppo basso per poter concludere che il vaccino russo sia sicuro ed efficace. Nei dati, inoltre, sempre secondo la lettera aperta di alcuni scienziati a The Lancet, ci sarebbero incongruenze e «dubbi tali che, per essere dissipati, è necessaria la disponibilità dei dati originali dello studio». Tra questi c’è la risposta degli anticorpi e dei linfociti T, che non sarebbe in grado di garantire una protezione efficace dal coronavirus.

Il sovranismo sanitario e il potere medico

In mezzo alle polemiche che la scoperta dello Sputink V ha provocato si colloca quello che è stato definito il “nazionalismo da vaccino“, o meglio, il sovranismo sanitario. Chiunque sarà in grado di convincere il resto del mondo circa l’efficacia del proprio vaccino, ne guadagnerà in termini di immagine e soprattutto di export.

Il prestigio internazionale, al tempo della globalizzazione, deriva soprattutto dalle capacità di massimizzare l’investimento in capitale umano, attraverso la creazione di una base industriale nuova, aperta, moderna e competitiva. In questo senso le unità di misura saranno le biotecnologie, l’IA e la capacità di analizzare massicce dosi di dati.

Appare chiaro che il brevetto sarà una vera e propria “arma geo-strategica“, il cui utilizzo determinerà un potere enorme in termini di influenza, soprattutto in considerazione delle alleanze economiche e militari che determineranno forme ancora più evidenti di dipendenza: prima verranno i Paesi alleati, poi, forse, gli altri. Erigersi a salvatori della patria, fingendo di superare le differenze e le rivalità intrinseche risponde a tutti i criteri su cui si sta svolgendo la competizione sullo stato più virtuoso.

A questo proposito basta vedere le “dichiarazioni di pace” della Cina nei confronti del globo, che si collocano in netta contrapposizione a quelle di Donald Trump, più volente e diplomaticamente meno appetibili. Si tratta di “smart power“, o potere medico, che esiste più o meno da quando la penicillina ha salvato l’umanità. Da questo punto di vista giocherà un ruolo di primaria importanza la capacità di Pechino di sviluppare e consegnare vaccini per il coronavirus nei Paesi più poveri. Un potente segnale dell’ascesa della Cina come leader scientifico nel nuovo mondo post-pandemico.

E poi ci sono i danari. La montagna di profitto che una casa farmaceutica è in grado di guadagnare con la proprietà intellettuale di un prodotto si aggira attorno a diverse decine di miliardi di dollari, figuriamoci per un vaccino contro la Covid-19.

Risvolti economici, politici e di prestigio. Si tratta di una competizione geopolitica in piena regola, la quale però potrebbe avere delle conseguenze impreviste e poco gratificanti sulla qualità del vaccino. Ecco perché la comunità scientifica esorta gli Stati a collaborare, poiché una competizione individuale potrebbe peggiorare e non migliorare l’andamento della pandemia. Una sperimentazione globale potrebbe fornire risultati più rapidi e affidabili, dato che gli scienziati sarebbero continuamente in contatto tra di loro. I costi sociali di un vaccino “sbagliato”, d’altronde, sarebbero ben maggiori rispetto a quelli della sperimentazione. Parafrasando un detto popolare, si potrebbe dire che il sovranismo, anche in questo caso, è un cattivo consigliere.

Donatello D’Andrea

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