Home Esteri L’Europa dopo la COVID-19, l’unica via è la solidarietà

L’Europa dopo la COVID-19, l’unica via è la solidarietà

122
Europa COVID-19
L'Europa dei punti neri, Henri Dron, Parigi 1869. Fonte immagine: limesonline.com.

Ritardi, paure, egoismi. Se ci fosse bisogno di parole per descrivere l’Europa alla prova della COVID-19, forse queste sarebbero le più appropriate. In principio furono i ritardi; l’Unione Europea si è limitata a osservare l’Italia, primo Stato membro a essere colpito dal coronavirus. Solo il 2 marzo Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha annunciato in conferenza stampa la creazione di un gruppo di lavoro per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Lo stesso giorno il Consiglio europeo, attualmente a guida croata, ha attivato l’“Integrated Political Crisis Response mechanism” (IPCR), il massimo strumento di cooperazione fra gli Stati membri.

Il periodo a cavallo tra gennaio e marzo è stato difficile per l’Europa. Da un lato infatti si sono ufficialmente aperti gli scenari post-Brexit, col voto favorevole di Parlamento Europeo e Consiglio e la rimozione simbolica della bandiera del Regno Unito nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio. Dall’altro lato l’attenzione è stata rivolta alla crisi sul fronte turco-greco, con migliaia di migranti in fuga dal conflitto tra Turchia e Siria verso le frontiere esterne dell’Unione. E ancora una volta, come denunciato da ong e dall’Agenzia ONU per i rifugiati, l’assenza di una risposta forte dell’Europa, che si è limitata a finanziare la Grecia nelle pratiche di respingimento dei migranti al confine.

Poi venne la paura. L’11 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato quella da COVID-19 una pandemia. A stretto giro e su sollecitazione del Centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (un’agenzia europea indipendente), l’Unione ha deciso di seguire il modello italiano. Gli Stati membri, a partire dalla Francia, hanno iniziato a replicare le misure di distanziamento sociale, di chiusura delle scuole e dei luoghi pubblici, di divieto di assembramenti.

C’è poi chi ha approfittato del clima di paura. Il 30 marzo scorso il presidente del consiglio ungherese Viktor Orbàn ha approfittato dell’emergenza sanitaria per ampliare i poteri del governo. Con un voto favorevole del Parlamento è passata una legge che ha previsto, fra l’altro, la possibilità di approvare leggi senza preventivo controllo parlamentare e ha sospeso l’indizione di nuove elezioni senza indicare un termine finale.

Infine, gli egoismi. Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea, socialista e convinto europeista, all’indomani del Consiglio europeo del 26 marzo, dove si è creata una profonda spaccatura tra gli stati membri del sud e del nord Europa sull’ipotesi coronabond, ha lanciato un monito dalle pagine di Le Figaro, giudicando la mancanza di solidarietà un «pericolo mortale» per l’Unione Europea. Jérôme Vignon, consigliere dell’Istituto di ricerca fondato proprio da Jacques Delors, ha sottolineato come l’Europa sia «troppo legata a meccanismi automatici e ad obbligazioni legali e troppo poco alla solidarietà fra le nazioni».

Non è un caso che una vistosa tara del modello comunitario sia l’assenza di risorse proprie per promuovere interventi fiscali omogenei negli stati membri. La fiscalità è sempre stata considerata materia di competenza nazionale e gli Stati del nord si sono sempre opposti alla creazione di un bilancio comune europeo per timore che le risorse, una volta redistribuite fra i vari Paesi, vengano spese arbitrariamente. Inoltre una fiscalità comune comprimerebbe la sovranità nazionale sull’uso e la destinazione delle risorse pubbliche; un’ipotesi fuori discussione per i Paesi membri in generale.

La crisi economica da COVID-19 richiede una risposta compatta dell’Europa, pena la sua dissoluzione

Quali prospettive ha davanti l’Europa, una volta terminato il periodo di emergenza? Da un punto di vista economico, il 23 aprile scorso il Consiglio Europeo ha raggiunto un accordo sull’istituzione di un Fondo europeo per la ripresa (Recovery Fund). Questa misura si aggiunge al MES al quale, su accordo dell’Eurogruppo, si potrà accedere senza condizionalità ma con un vincolo di destinazione, ossia l’utilizzo delle risorse per spese sanitarie. Il Recovery Fund sarà finanziato con i maggiori contributi che gli Stati membri si sono impegnati a versare nel bilancio UE per fronteggiare la grave crisi economica post COVID-19. Per quanto riguarda la natura degli aiuti derivanti da questo Fondo, si sono già registrate delle fratture tra i Paesi del sud che chiedono che le risorse siano redistribuite in forma di sussidi (e quindi senza obbligo di restituzione) e quelli del nord che premono affinché si tratti di prestiti. Le trattative e i tentativi di accordo continueranno durante le prossime settimane.

L’élite d’Europa è, al momento, dinanzi a una grande prova che passa da compromessi sul piano economico. Ad oggi elemento essenziale perché l’Unione non perda credibilità agli occhi dei suoi cittadini è la coesione sulla condivisione del debito per fronteggiare la crisi post COVID-19. Una crisi che investirà tutti gli Stati membri, anche quelli considerati più virtuosi; secondo i pronostici della presidente BCE Christine Lagarde, il calo dell’economia nella zona euro oscillerà, solo nel 2020, tra il 5 e il 15%.

Il mondo dopo la COVID-19 potrebbe essere un sogno o un incubo. L’Unione Europea ha promosso, insieme ad altri partner, una raccolta fondi per reperire risorse da donare alla ricerca mondiale su sperimentazioni e test diagnostici per il coronavirus. E qui si sogna; massima cooperazione internazionale per una causa di enorme valore per tutto il mondo. Ma dall’altro lato è in agguato l’incubo; il fiorire dei sovranismi e, in generale, delle chiusure nazionali. Ad esempio, mai come in questo momento storico si registrano più analogie che differenze sul piano politico ed economico fra Stati Uniti e Cina. Donald Trump infatti non può di certo essere considerato difensore della plurisecolare democrazia americana.

L’Europa sta in mezzo al guado. Secondo un sondaggio condotto da eupinions nel marzo 2020, il 53% dei giovani europei si affiderebbe a governi autoritari (e non democratici) per affrontare l’emergenza climatica. Un dato di certo non rassicurante che proviene dalla leva futura dell’Europa su un tema che pone grandi sfide agli Stati, ora e negli anni a venire. Il fallimento dell’Unione potrebbe alimentare il clima euroscettico già al di sopra del livello di rischio (Brexit docet). Un’ulteriore “pandemia” di certo non auspicabile.

Raffaella Tallarico

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui