Crisi di governo cosa succede

È andata com’è andata, come doveva andare: sulla TAV si è consumata la rottura tra Lega e Movimento 5 Stelle. Con Salvini che alla fine ha deciso di staccare la spina al “governo del cambiamento”, trascinando il paese verso nuove elezioni in cui spera di passare all’incasso del consenso accumulato in questo anno o poco più di governo. Ma come si è arrivati fino a questo punto? E ora che si è aperta la crisi di governo, cosa succede? Cerchiamo di fare chiarezza.

Cronistoria della caduta del governo del cambiamento

È il 23 luglio, e il premier Giuseppe Conte convoca una conferenza stampa per parlare del progetto dell’alta velocità Torino-Lione, la TAV. In breve, Conte riconosce come «non realizzare il TAV costerebbe molto più che completarlo», invalidando del tutto l’analisi costi-benefici portata avanti dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli e di fatto dando il via libera al progetto. Ma la reazione del M5S, da sempre contrario alla TAV, non si fa attendere: Di Maio annuncia che «il MoVimento 5 Stelle presenterà un atto per dire che le priorità sono altre», rimandando quindi al Parlamento la decisione finale. Il voto si svolge il 7 agosto, e tutto va come pronosticato: passano le mozioni a favore dell’opera di Lega, Partito Democratico, Forza Italia e Fratelli d’Italia; bocciata invece quella del M5S che chiede di ridiscutere l’opera.

Voto TAV
Foto: ANSA/Angelo Carconi

Per Salvini, che già nei giorni precedenti aveva ribadito che un voto contro la TAV sarebbe stato un voto contro il governo, l’occasione per far cadere il castello di carte è troppo ghiotta per non essere presa al volo. E così, in mezzo ai comizi di Sabaudia e Pescara in cui torna spesso sulla contrapposizione tra il “partito del No” (impersonato dai 5 Stelle e in particolare da Toninelli) e “i Sì di cui ha bisogno l’Italia”, comunica in un lungo colloquio con Conte la sua richiesta di andare in Parlamento per «prendere atto che non c’è più una maggioranza». Incassando però, nella conferenza stampa tenuta in serata da Conte, la risposta di un premier insolitamente agguerrito. Il Presidente del Consiglio ha infatti affermato che sarà Salvini a dover giustificare in Parlamento la scelta di interrompere l’esperienza di governo; rifiutando poi l’etichetta di “governo dei No” e mandando anche una frecciata a Salvini sul caso Papeete: «Questo governo ha parlato poco e fatto molto. Non era in spiaggia, ma ha lavorato dalla mattina alla sera a beneficio di tutti gli italiani».

Ora che è aperta la crisi di governo, cosa succede?

La richiesta della Lega è chiara: ridare “la parola al popolo” e andare al voto il prima possibile. Il M5S è d’accordo sul voto, ma chiede agli ormai ex alleati di governo di lasciare in eredità al successivo esecutivo un ultimo atto: votare la riforma costituzionale che prevede il taglio di 345 parlamentari, già approvata al Senato e in teoria calendarizzata per settembre. Una mossa che però allungherebbe i tempi per arrivare alle elezioni, perché vorrebbe dire dover scrivere una nuova legge elettorale e ridisegnare i collegi in base al nuovo numero di parlamentari.

Anche le opposizioni sono d’accordo quasi all’unanimità con la scelta del voto: il PD per decretare che “i populisti hanno fallito“, Fratelli d’Italia per “dare all’Italia il governo sovranista che gli italiani vogliono“, Forza Italia per affermare a livello nazionale “il modello del centro-destra, che oggi governa il maggior numero delle Regioni e dei Comuni italiani con successo“. Ma oltre alle dichiarazioni spavalde di facciata, ci sono una serie di scadenze che potrebbero rallentare il processo che porterà al voto. E un attore istituzionale chiamato a mediare tra tutti i protagonisti: Sergio Mattarella.

Il prossimo appuntamento ormai certo è la riunione dei capigruppo del Senato prevista per oggi 12 agosto, che dovrà decidere quando calendarizzare la mozione di sfiducia verso Conte presentata dalla Lega in Senato, e se accogliere la richiesta del PD di discutere prima la mozione di sfiducia nei confronti di Salvini presentata dai Dem pochi giorni fa. La data più probabile per ufficializzare la caduta del governo Conte sembra essere il 20 agosto: visti i tempi che devono necessariamente trascorrere dallo scioglimento delle camere alle elezioni (tra i 45 e i 70 giorni), la prima finestra elettorale utile potrebbe essere il 20 ottobre, o più probabilmente il 27. In ogni caso, un unicum nella storia della Repubblica: non si è mai votato in autunno.

Le implicazioni politiche della crisi di governo

Ma all’orizzonte c’è una manovra che si preannuncia delicatissima: bisogna infatti trovare il modo di disinnescare 23 miliardi di clausole di salvaguardia ed evitare quindi l’aumento dell’IVA. E bisogna farlo in un periodo che coinciderebbe proprio con il pieno della campagna elettorale, con il DEF che va presentato entro il 27 settembre e la Legge di Bilancio che va inviata all’UE entro il 15 ottobre. E inoltre proprio in UE l’Italia rischia di restare senza un proprio Commissario, perché mancherebbe l’interlocutore istituzionale con il quale trattare.

Ecco perché Mattarella può giocare diverse carte: può chiedere al governo attuale di assumersi la responsabilità della manovra (difficile visti i rapporti correnti, e dato il fatto che Conte non si dimetterà ma vuole arrivare alla rottura traumatica); può tastare il terreno per un governo tecnico (che però dovrebbe avere comunque l’appoggio delle camere, non semplice); oppure può insistere affinché nasca un governo politico di scopo, con l’obiettivo di evitare l’aumento dell’IVA e, forse, rivedere la legge elettorale.

In questo senso, i maggiori indiziati per un governo di questo tipo sono ovviamente PD e M5S. E infatti, nelle due compagini sono iniziati i corteggiamenti: pochi giorni fa l’Huffington Post parlava di un segnale d’apertura da Renzi a Di Maio verso un governo di scopo, e lo stesso Renzi ha confermato la sua volontà di non votare subito ma formare un governo istituzionale. Dello stesso parere Roberta Lombardi del Movimento 5 Stelle, che curiosamente fu proprio colei che, insieme a Vito Crimi, rappresentava la delegazione del M5S che rifiutò la proposta di governo di Bersani nel 2013. L’attuale consigliere regionale del Lazio ha infatti dichiarato che «Dopo la Lega potremmo andare d’accordo anche con Belzebù», aprendo esplicitamente poi ad un governo del presidente con il PD. Contrario a quest’ipotesi però il segretario Dem Nicola Zingaretti, per il quale questa crisi di governo vale anche per capire cosa succede nel Partito Democratico: gli attuali parlamentari del PD sono frutto delle liste ‘renzianissime’ stilate proprio dall’ex Premier, che infatti oggi cerca di allontanare il voto. Tornare alle urne per Zingaretti vorrebbe dire plasmare anche la presenza in Parlamento del PD a propria immagine e somiglianza, e far evaporare il fantasma di Renzi.

Assecondare i desiderata di Salvini e tornare subito alle urne, senza poter intervenire sulle scadenze che incombono sull’Italia? O piegarsi alle responsabilità con il rischio di fornire ai sovranisti un clamoroso assist per prendersi il paese? Questi sono i due binari su cui si gioca questa partita. Raccontarvi cosa succede in questa crisi di governo, invece, è compito che spetta a noi.

Simone Martuscelli

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