Salvini, il taglio dei parlamentari e le poltrone

Tanto tuonò che non piovve; d’altronde siamo ad agosto e non poteva essere altrimenti. Ma ci eravamo talmente abituati alle tensioni, alle poltrone che tremano, alle schermaglie amorose e ai ricongiungimenti shakespeariani di questo Governo da non immaginare che si sarebbe arrivati così presto alla resa dei conti. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, c’eravamo tanto amati: e adesso, nel cuore di un mese rovente per la crisi politica e quella climatica, ci interroghiamo sul destino di quel sogno di una notte di mezza estate chiamato “Governo del cambiamento”, a partire dalla riduzione del numero dei parlamentari, che sarebbe dovuto approdare alla Camera il 9 settembre per l’approvazione in seconda lettura.

Il taglio delle poltrone, così come progettato dal Movimento 5 Stelle, prevede il passaggio da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori, per una riduzione complessiva di 345 parlamentari. Questione di costi della politica, di sobrietà istituzionale, ma in questo momento anche un modo per mettere i bastoni fra le ruote alla Lega, che spinge per calendarizzare crisi e nuove elezioni al più presto, addirittura prima di Ferragosto. Curioso come questi assidui frequentatori di stabilimenti balneari e sagre della porchetta siano pronti a rinunciare alla grigliata e agli ombrelloni pur di tornare al voto.

A conti fatti, il Parlamento del nostro Paese conta un esponente ogni 65 mila abitanti circa. Per fare un paragone, nella vicina Francia l’Assemblea Nazionale e il Senato constano di 923 parlamentari su una popolazione di 67 milioni: uno ogni 72.500 abitanti circa. Il Bundestag e il Bundesrat tedesco hanno 778 membri con una popolazione di 82,8 milioni (uno ogni 106 mila abitanti). Negli Stati Uniti, invece, i membri di Camera e Senato sono 535 su una popolazione complessiva di oltre 327 milioni: addirittura uno ogni 610.000 abitanti. E nessuno si sognerebbe certo di mettere in discussione l’efficacia della democrazia americana: chiedere a Iraq, Afghanistan e Palestina per averne una conferma lampante.

Come spiega il Post, anche se il voto sulla riforma costituzionale del taglio dei parlamentari venisse anticipato e la stessa fosse approvata a maggioranza semplice, potrebbe essere promulgata dopo tre mesi, nei quali sarebbe possibile chiedere e indire un referendum popolare. Difficile, nel marasma del momento, che ci si riesca. Tutto lascia presagire che la mozione di sfiducia presentata dalla Lega nei confronti di Giuseppe Conte alla fine avrà la meglio, e che Mattarella scioglierà le Camere ben prima del 9 settembre, salvo colpi di scena. Insomma, un diamante sarà pure per sempre, ma anche una poltrona non è male; figuriamoci 345.

Dunque perché Salvini, che ripete come un ossesso di non essere interessato alle poltrone e accusa le altre forze parlamentari di non voler tornare al voto, non accetta di anticipare (e votare) una riforma che oltre a snellire l’elefantiaco apparato lancerebbe un inaspettato segnale di equità? Le ragioni sono molteplici. Ci sarebbero, anzitutto, quei “pieni poteri” che il ministro – ancora per poco – dell’Interno ha chiesto al popolo italiano, così come fece nel 1922 quel tizio a cui piacevano i balconi e nel 1933 quell’altro tizio coi baffetti che non si possono nominare altrimenti ci querelano. Passando in rassegna gli attuali poteri di Salvini, oltre all’abilità in console e una digestione efficiente, è palese l’ambizione, anzi la necessità, di affrontare la prossima manovra finanziaria, che si preannuncia draconiana, con una piena legittimità popolare. Tradotto: siccome Salvini non sa dove trovare i soldi per disinnescare le clausole di salvaguardia, coprire le spese indifferibili e pagare la flat tax, ha bisogno di una salda maggioranza per chiedere a Bruxelles di sforare il deficit fino al 3,5%. E questo, in compagnia del Movimento 5 Stelle che in Europa ha assunto un profilo che più istituzionale non si può, non sarebbe realizzabile.

Secondo motivo: tutti gli attuali sondaggi sono concordi nel pronosticare alla Lega un consenso molto ampio (fra il 38 e il 40%). Con l’attuale sistema elettorale, il Rosatellum, quella percentuale potrebbe garantire alla Lega un numero di parlamentari tale da governare da sola. È un’eventualità piuttosto remota, ma non del tutto surreale. Ed è per questo che Salvini appare restio a discutere di alleanze pre-elettorali con Forza Italia e Fratelli d’Italia. L’intento è ovvio: non essere costretto a spartirsi le candidature nei collegi uninominali, provare a far saltare il banco e passare all’incasso, operando in totale libertà. L’occasione è troppo ghiotta, forse unica, per non provare a monopolizzare quelle poltrone che a Salvini non interessano affatto, ma davvero per niente, per carità. Con buona pace del taglio dei parlamentari, di Giorgia Meloni e dell’ultimo briciolo di democrazia che ci illudevamo di poter conservare.

Emanuele Tanzilli

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