Salvini, Meloni e la disfatta del centrodestra sovranista
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Il mese di agosto è stato, forse, il periodo più movimentato che la politica italiana ricordi da un decennio a questa parte. Tra una crisi di governo e la nascita di un controverso esecutivo, è arrivato il momento di dedicare un po’ di attenzione al vero sconfitto di questo breve ma intenso lasso di tempo: il centrodestra sovranista di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Partito come “rivoluzionario e fiero”, alla fine il centrodestra a trazione leghista e meloniana si è arreso dinanzi alla realtà dei fatti: l’Italia è una Repubblica Parlamentare non soggetta agli umori elettorali dei loro leader/elettori. La vuota retorica che entrambi ne hanno ricavato, prima o poi, comincerà a sgonfiarsi, e cosa resterà di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni?

La crisi di governo e il disaccordo del centrodestra

Già all’inizio di questa crisi di governo, ci furono dei dissapori all’interno della benamata coalizione di centrodestra. Matteo Salvini, il 7 agosto, decise di staccare la spina al Conte “uno”, in preda ai suoi ormai noti deliri di onnipotenza. Questa amara decisione incontrò il disaccordo di alcuni suoi fedelissimi, quali Giancarlo Giorgetti che suggerì al Capitano di non aprire la crisi proprio ad agosto.

Nonostante l’intimo suggerimento dell’ex Sottosegretario, Matteo Salvini decise di inaugurare uno dei periodi più controversi della storia della Repubblica, causando, però, anche la débâcle del centrodestra.

I problemi interni, infatti, non finiscono con il dissenso di Giancarlo Giorgetti. Anche Berlusconi ha chiuso in faccia la porta al suo Matteo. L’ex Cavaliere, che ha “cresciuto politicamente” il leader della Lega, ormai non si fida più di lui. E ne ha tutti i motivi.

Dopo la nascita dell’esecutivo giallo-verde, Matteo Salvini rifiutò qualsiasi avance proveniente dal centrodestra (“Matteo torna a casa”), allontanandosi anche bruscamente da quella che per lui era la “vecchia politica”. Il leader di Forza Italia questo non l’ha dimenticato e dopo un iniziale tentennamento è arrivata la decisione definitiva di scaricare Salvini. La decisione, però, è stata facilitata dalla scioccante proposta di quest’ultimo di un listone unico di centrodestra. Una manovra che declasserebbe il negletto FI, che dovrebbe concorrere senza il suo simbolo.

Il centrodestra, stando a quanto appena detto, appare più diviso che mai. Berlusconi, che si qualificò come il “garante della coalizione”, pare essersi defilato con alcune dichiarazioni che sanciscono in modo chiaro chi sia, per Forza Italia, il responsabile della nascita di questo governo di “ultrasinistra”.

I tweet di Mara Carfagna rendono tutto più chiaro e evidente: la Lega ha “scassato” il centrodestra e ha permesso alle sinistre di andare al potere.

Il tweet di Mara Carfagna sulle responsabilità di Matteo Salvini

La mossa di Matteo Salvini, cioè quella di chiedere “pieni poteri”, si è risolta in un doppio fallimento. La pretesa di “de-sovranizzare” il centrodestra, attraverso quella proposta indecente cui prima si faceva riferimento, ha portato allo sfaldamento di quella coalizione che solo un anno prima riuscì ad avvicinarsi alla soglia del 40%.

Le cose non vanno meglio all’interno della stessa Lega: i governatori Zaia e Fontana ormai hanno detto addio all’autonomia differenziata, imputando tutto ciò al troppo “meridionalismo” del governo giallo-verde e all’ormai conquistata dimensione nazionale del partito, il quale ha preso il posto dell’incallito regionalismo.

Nemmeno i sondaggi paiono sorridere al leader del Carroccio. In meno di un mese, la Lega avrebbe lamentato una perdita del 7% rispetto alle ultime rilevazioni pre-crisi e del 4% rispetto alle Elezioni Europee. Un calo sicuramente dovuto alla disapprovazione, di una parte del mondo leghista, per quanto è stato fatto e che sottolinea, al contempo, come i lumbard nutrano seri dubbi nei confronti della leadership del Capitano, e della sua capacità di condurre la nave padana, soprattutto dopo aver sbagliato la più importante delle sue “virate”.

Ora però, lo stratega mancato ha messo in campo un “piano bellico” per non restare nell’ombra. Innanzitutto ha invocato una manifestazione di piazza a Roma, il 19 ottobre, dove risuoneranno le accuse contro il “governo voluto dai poteri forti”, poi ha messo in campo una strategia comunicativa che farebbe inorridire qualsiasi costituzionalista o cittadino in grado di leggere la nostra Carta Fondamentale. Una vuota retorica, da Papeete, che tende, erroneamente, a sottolineare come questo sia un “governo non eletto dal popolo”. Senza contare, poi, le critiche al sistema Rousseau, lo stesso che lo ha salvato dal processo Diciotti.

Il tweet di Matteo Salvini sul voto della Piattaforma Rousseau

Un ritorno al movimentismo e una scommessa sul fallimento del Conte-bis. Questa è la strategia che Salvini ha ben pensato di mettere in campo. Una tattica che fa leva sull‘astio e l’ignoranza (nel senso di ignorare) di una parte del popolo, che volontariamente ha scelto di seguire il Capitano, rinunciando a informarsi. A questa tattica, poi, si va ad aggiungere il volontario vittimismo dello stratega leghista, auto-dipintosi come il martire di una crisi di governo, voluta e provocata dai grillini a causa dei ripetuti “no” su tutto.

Una strategia intrapresa anche da Giorgia Meloni, nella speranza di riuscire a “farsi notare” dalla Lega, cercando di chiudere al più presto un accordo di alleanza in chiave anti-PD e anti-M5S. Ma anche tra questi due partiti esistono delle divergenze.

Giorgia Meloni e il sovranismo “di complemento”.

Distaccatasi da Berlusconi per inseguire il sogno dell’indipendenza, Giorgia Meloni ha dato vita a un organismo che tende a riunire sotto lo stesso stendardo i forzisti meno moderati e delusi dai fallimenti dell’amministrazione Berlusconi.

Nonostante tutto ciò, Giorgia Meloni, assieme al suo partito, è stata parte della coalizione di centrodestra nelle scorse elezioni, predicandone sempre la sua unità, avente il preciso scopo di dar vita a un monocolore di centrodestra.

La rottura, forse definitiva, con l’immortale leader è arrivata in seguito alla gestione di questa crisi di governo. Berlusconi, dopo lo schiaffo a Salvini, ha deciso di manifestare la sua contrarietà alla nascita di questo esecutivo facendo opposizione all’interno del Parlamento (anche se non mancano allusioni ad un presunto sostengo di venti o trenta azzurri al Conte-bis). Salvini e Meloni hanno deciso, invece, di scendere in piazza.

Parrebbe che entrambi i sovranisti abbiano deciso di seguire lo stesso schema. Anche al suo interno, però, non mancano delle frizioni. Giorgia Meloni contesta a Salvini la dilazione della mobilitazione popolare. Le elezioni negate, secondo Fratelli d’Italia, sono uno smacco alla nazione e per ciò è richiesta una manifestazione davanti Montecitorio il giorno della fiducia (il 9 settembre).

È evidente una polemica, seppur silenziosa, all’interno del fronte sovranista: la Meloni vorrebbe saldare la sua alleanza con Salvini, quest’ultimo invece considera Fratelli d’Italia come degli ausiliari di complemento.

La destra italiana è un cumulo di macerie. Macerie create dalla rissosità interna e dalle reciproche diffidenze. Problemi che, ormai, esistono da anni ed esasperati dall’allontanamento di Berlusconi, il garante del centrodestra. I vari personalismi esistenti all’interno degli stessi partiti impediscono la ricerca di una sintesi programmatica e culturale comune. Inoltre, gridare alla congiura, invece di porsi un serio esame di coscienza, rappresenta un grave problema di incapacità cognitiva che mira profondamente all’unica cosa che rende una coalizione appetibile elettoralmente: la credibilità.

Mettere da parte una retorica che prima o poi esaurirà la sua forza propagandistica, in favore di una politica seria e responsabile, potrebbe essere un inizio, per riconsegnare un po’ di credibilità alla ormai derelitta coalizione di centrodestra.

Donatello D’Andrea

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