Il Governo che dipende da Rousseau, ovvero la morte della rappresentanza politica
fonte: Il Blog delle Stelle

È una sala stampa gremita, quella del palazzo del Quirinale, a Roma. Dev’essere la prima settimana di settembre, su per giù; di sicuro fa ancora molto caldo. I giornalisti sono assorti in un trepidante silenzio di attesa e decine di telecamere mandano su TV e smartphone di mezzo mondo – italiani, cancellerie europee, mercati finanziari – le immagini della grande porta in legno inesorabilmente chiusa. L’attesa cresce.

All’improvviso la porta si spalanca. Un uomo, visibilmente provato e che a fatica riesce a nasconde il forte disappunto, si fa strada tra la pioggia di flash: è il prof. Giuseppe Conte, da diversi giorni Presidente del Consiglio incaricato di formare un nuovo Governo dal Presidente della Repubblica. Dicono che pure un po’ di esperienza nel mondo giuridico dovrebbe averla, e sembra che dopotutto a lui quest’assurda situazione non stesse bene fin dall’inizio. Anzi, avrebbe fatto tutto il possibile per evitarla. “Il Movimento è fatto così, Giuseppe, dobbiamo sentire gli iscritti”, dicevano. “Andrà tutto bene”.

Conte si schiarisce la voce, ma la sua dichiarazione è breve: “È con profondo rammarico che mi vedo costretto a rinunciare all’incarico conferitomi di formare un nuovo Governo, per la sopraggiunta volontà del Movimento 5 Stelle di non dare il voto di fiducia all’esecutivo, in seguito all’esito del voto sulla piattaforma Rousseau. Lo stesso Movimento dal quale ero stato incaricato e per cui mi scuso con tutti gli italiani”.

Il Governo che dipende da Rousseau, ovvero la morte della rappresentanza politica
fonte: ANSA/Ettore Ferrari

Uno scherzo di nome Rousseau

Ci scuseranno, i nostri lettori, se ci siamo presi la libertà di partire dalla fine che, naturalmente, è – e speriamo resti – frutto di fantasia. Una possibilità futura, da vedere quanto remota. Eh già, perché quest’interminabile crisi di governo agostana sta trovando una soluzione nel governo PD – Movimento 5 Stelle, l’esecutivo giallo-magenta. Il Presidente incaricato Conte ha avviato le consultazioni, i Parlamentari dei due principali partiti di maggioranza sembrano lavorare per l’accordo, ma c’è ancora un’importante incognita che rischia di fermare sul nascere un governo già partito: la piattaforma Rousseau, il sito del Movimento che permette anche agli attivisti di esprimersi attraverso un voto online.

Come annunciato da Di Maio, messaggio poi ribadito in un post sul Blog delle stelle il 29 agosto, il nascente accordo di Governo sarà votato online su Rousseau dagli iscritti. Solo se il voto sarà positivo la proposta sarà supportata dal Movimento 5 Stelle. Il voto dovrebbe avvenire entro la prossima settimana.” Alle critiche pervenute circa l’inadeguatezza di utilizzare tale strumento a rischio di compromettere la prassi istituzionale e costituzionale, la comunicazione del blog ribatte con fermezza: “Sono valori democratici che non barattiamo per nulla e nessuno e chiediamo vengano rispettati, così come rispettiamo chi decide la propria linea politica in una direzione di delegati. Il Pd ha i propri organi decisionali, noi abbiamo il nostro: gli iscritti.”

Assolutamente legittimo, ci mancherebbe. Bene, bravi, bis. Il piccolo dettaglio, che entrambi i comunicati omettono e che pone immediatamente un primo problema politico rilevante, è che il Movimento 5 Stelle ha già espresso la volontà di sostenere un Governo Conte Bis al Capo dello Stato Sergio Mattarella, così come prevede la Costituzione. Gli stessi vertici grillini avrebbero insistito per confermare lo stesso inquilino di Palazzo Chigi. Si scherzava? Cosa succederebbe se malauguratamente ci fosse un esito della votazione negativo su Rousseau – frattanto che lo stesso Conte termina le consultazioni (giornata di venerdì) e probabilmente si conserva qualche giorno per stabilire i membri del Governo e una bozza di programma (inizio della prossima settimana)? Chi glielo spiega, a Mattarella, che viene dopo un sito web privato e che si saranno persi decine di giorni per poi comunque andare al voto?

In quest’ottica assumono grande rilevanza proprio le tempistiche della votazione sulla piattaforma Rousseau e la formulazione del quesito che sarà sottoposto agli iscritti del Movimento: è chiaro che Luigi Di Maio e gli altri vertici hanno scommesso tutto su questo Governo e temono che davvero la base possa sconfessare il loro operato, cosa che porrebbe fine alla carriera del capo politico, oltre che di larga parte dei parlamentari, tutti al secondo mandato. Oltretutto danneggiando non poco l’immagine di una forza politica già compromessa, agli occhi di molti. Tantomeno, i 5 stelle non possono rinunciare anche al voto online, dopo i già tanti voltafaccia e tradimenti su valori storici. Sono in una classica situazione lose-lose in cui si può lavorare solo di astuzia e cercare di limitare il più possibile i danni.

Per tutte queste ragioni ci si aspetta un quesito il più “soft” possibile (via i riferimenti al PD e invece tanti rimandi al programma) e soprattutto si ritarderà il più possibile la votazione su Rousseau, che sarà aperta solo qualche giorno prima che il Presidente incaricato salga al Quirinale per sciogliere la riserva. Nel frattempo, si pensa, si darà tempo agli iscritti di “digerire” l’alleanza con l’odiato Renzi – quello di Bibbiano, delle banche, dei poteri forti, nella propaganda grillina fino a una settimana fa – e sopratutto di valutare pro e contro di un no al Governo, in particolare mediatici.

Possiamo fidarci di Rousseau?

Vista la centralità che sta assumendo la piattaforma, che di fatto potrà avere l’ultima parola sulla formazione di un Governo, conviene interrogarci meglio su come funzioni realmente Rousseau, in particolare in relazione ai voti online. Soprattutto: possiamo fidarci?

Lanciata ufficialmente il 12 ottobre 2016, dal sito si apprende che a gestire l’associazione Rousseau, oltre a Davide Casaleggio, presidente, ci sono 3 soci: Massimo Bugani (responsabile organizzazione eventi), Pietro Dettori (resp. editoriale) ed Enrica Sabatini (resp. ricerca e sviluppo). La parte più controversa dello statuto riguarda proprio il sistema di e-voting, visto che la regolarità di ciascuna votazione dovrebbe essere convalidata da un organismo terzo o da un notaio, ma di fatto i nomi di chi avrebbe svolto questi compiti nelle passate votazioni non sono mai stati resi pubblici.

Il Governo che dipende da Rousseau, ovvero la morte della rappresentanza politica
fonte: Start magazine

Non sono mancate, negli anni, accese polemiche sulla sicurezza dei dati degli utenti, con diversi casi di attacchi al sito da parte di hacker (il caso dell’account R0gue_0 o quello, presunto, avvenuto in questi giorni), tanto che le pesanti lacune hanno attirato anche l’attenzione del Garante per la privacy, che ad aprile 2019 ha sanzionato l’associazione Rousseau con una multa di 50mila euro. Come si può leggere nel loro comunicato, in particolare al punto 3.4 sulle operazioni di voto elettronico:

“…si aggiunge che la rilevata assenza di adeguate procedure di auditing informatico, escludendo la possibilità di verifica ex post delle attività compiute, non consente di garantire l’integrità, l’autenticità e la segretezza delle espressioni di voto, caratteristiche fondamentali di una piattaforma di e-voting (almeno sulla base degli standard internazionali comunemente accettati). Infatti, gli addetti tecnici alla gestione della piattaforma e, in particolare, coloro che svolgono la funzione di Dba (Data Base Administrator), pur individuati tra persone di elevata affidabilità, sono comunque tecnicamente in grado di accedere alle delicate funzionalità del Dbms in cui vengono registrati i dati relativi alle espressioni di voto mantenendo una capacità d’azione totale sui dati e sfuggendo alle procedure di auditing. La regolarità delle operazioni di voto è quindi affidata alla correttezza personale e deontologica degli incaricati di queste delicate funzioni tecniche, cui viene concessa una elevata fiducia in assenza di misure di contenimento delle azioni eseguibili e di suddivisione degli ambiti di operatività, cui si aggiunge la pratica certezza che le attività compiute, al di fuori del ristretto perimetro soggetto a tracciamento, non potranno essere oggetto di successiva verifica da parte di terzi.” 

La risposta del Movimento a queste accuse, come era lecito aspettarsi, fu quella di delegittimare l’accusatore, più che di smentire l’accusa. E da allora non si ha notizia sia cambiato qualcosa.

La fine della rappresentanza politica

Quanto appena descritto a proposito del governo Conte Bis, che pur rispettando tutti i crismi costituzionali si trova a dipendere da Rousseau, una piattaforma online gestita da privati in maniera non sempre trasparente, lo dimostra una volta di più: la democrazia diretta – al di fuori della forma referendaria, già prevista e perfettibile – può arrivare a tradire il mandato del popolo, che non dovrebbe essere un fantoccio da aizzare a seconda delle convenienze politiche di questo o quel partito.

Davide Casaleggio ha più volte riferito la visione secondo cui “il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile. Il ruolo centrale del Parlamento si sta esaurendo e in futuro è possibile che non sarà più necessario”. Il Movimento 5 Stelle, riprendendolo da comitati minori, si è fatto espressamente portavoce dell’idea che la democrazia diretta finora non sia stata possibile esclusivamente per una mancanza tecnica: l’impossibilità fisica di riunire in un luogo milioni di persone. Grazie a Internet, è il sottotesto, si può ora chiamare a votare l’elettorato ogni volta che si vuole e comodamente da casa. La democrazia del televoto.

Al di là delle numerose questioni che si aprono su chi dovrebbe controllare e garantire questi sistemi di voto, il vero problema ha a che fare con il funzionamento stesso di un simile modello di democrazia ed è quindi squisitamente di natura giuridica e politica. Non a caso il tema della rappresentanza politica è ampiamente studiato nel diritto costituzionale, più o meno da quando si è diffusa la democrazia.

Il Governo che dipende da Rousseau, ovvero la morte della rappresentanza politica
Jacques-Louis David, Giuramento della Pallacorda, 1791

In primis, se ne può dare una semplice dimostrazione pratica: in una versione estrema, in cui cioè davvero la scelta estemporanea del popolo sostituisse qualsiasi Parlamento, chi sarebbe chiamato a legiferare, cioè a tradurre la volontà popolare in fatti? Una casta di burocrati, di tecnici, un po’ come quelli che non a caso ha invocato Grillo per i ministeri del nascente Governo?

In una versione ridotta, in cui si mantenga un Parlamento ma vi siano dei partiti che facciano da notai delle volontà dei cittadini, così come di volta in volta espressa, il risultato non cambierebbe: i parlamentari sarebbero dei meri esecutori, il Parlamento un fantoccio. Non potrebbero esistere maggioranze e opposizioni, né tantomeno una visione di mondo che organizzi il futuro. Se la politica è l’arte del possibile, una democrazia simile ne decreterebbe l’assassinio, con effetti profondamente anti-democratici. E’ per questo che la nostra Costituzione vieta il vincolo di mandato per i Parlamentari, all’art. 67, che pure il Movimento vorrebbe introdurre.

La rappresentanza politica non è un rapporto che si esplica solo dal basso verso l’alto – dal popolo alle istituzioni -, ma, come ci ricorda il costituzionalista Mario Dogliani, è un rapporto bidirezionale, che dovrebbe discendere anche dall’alto delle istituzioni al popolo. È qui che la politica trova la sua massima realizzazione, non nel fare i notai dei propri elettori, ma dandone una visione coerente con i complessi temi globali: “Se non cʼè rappresentanza dall’alto non cʼè nemmeno quella dal basso. Gli individui sovrani di sé stessi, autoconvocati, non controllati da nessuno (come vorrebbe una retorica oggi in auge), le formazioni sociali e i corpi intermedi, di per sé, non generano, da soli, alcuna rappresentanza. Ed è per questo che la crisi della rappresentanza non è mai crisi del rappresentato, ma è sempre crisi del rappresentante. Il rappresentato (il popolo, la classe, la nazione…) può certo sfarinarsi, liquefarsi, frammentarsi, sciogliersi in un “volgo disperso che nome non ha”. Ma questo significa solo che non cʼè un rappresentante che lo renda “uno”, che riesca a farlo essere “uno”. […] Altro che società liquida. È il rappresentante che trasforma un «branco errante e servile» – o una società smarrita e sofferente – in «un corpo politico». Se cʼè un branco errante e servile vuol dire che non cʼè un rappresentante capace.”

Il primato è della politica, non di Rousseau. A buon intenditor…

Antonio Acernese

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