Ius Culturae cittadinanza
Fonte: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ius-culturae-di-maio-frena

Lo ius culturae e le norme sulla cittadinanza sono di nuovo al vaglio della Camera, il dibattito si è riaperto lo scorso 3 ottobre nella Commissione parlamentare Affari Costituzionali in cui le proposte presentate sono state tre: quella di Laura Boldrini sullo ius soli, quello di Renata Polverini sullo ius culturae e quella di Matteo Orfini che prevede l’introduzione sia dello ius culturae che di uno ius soli temperato.

Tutte e tre le proposte mirano a una riforma delle norme che regolano la cittadinanza nel nostro Paese, ma cosa differenzia questi tre principi?

Lo ius soli prevede l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di bambini nati in Italia da genitori stranieri regolarmente residenti nel nostro Paese.

Lo ius culturae prevede l’acquisizione della cittadinanza da parte di minori che abbiano frequentato un corso di istruzione primaria o secondaria o di formazione professionale.

Il principio dello ius soli temperato, presente nella proposta di Matteo Orfini, prevede l’acquisizione della cittadinanza da parte di minori nati in Italia che però hanno concluso un ciclo di studi nel nostro Paese, quindi una sorta di compromesso tra i due principi precedenti.

La questione su cui ci si interroga quando si anima il dibattito sulla cittadinanza è come riconoscere la stessa a persone nate in Italia da genitori nati in altri Paesi, e quindi sprovvisti della cittadinanza italiana. La domanda da porsi è in fondo una: una persona che vive, studia e lavora da vent’anni su un territorio, e che quindi contribuisce al suo sviluppo, è da considerarsi uno straniero oppure no?

Cosa dicono i politici sullo ius culturae

Lo ius culturae riapre la porta ai diritti, l’ambito su cui forse le diverse anime dei Cinque Stelle e del PD hanno maggiori ombre e ambiguità.

Il capo politico dei 5 Stelle ha infatti dichiarato che lo ius culturae «non è una priorità» e che «ad esprimersi saranno gli iscritti su Rousseau», mentre il Ministro Fioramonti si è schierato a favore perché «convinto che bisogna essere intelligenti con l’inclusione e l’integrazione, è l’unico sistema che funziona. Mi sembra giusto darla a chi di fatto è italiano».

Renata Polverini, a seguito del mancato abbinamento del suo testo sullo ius culturae a quello a firma Boldrini già in esame, si è autosospesa dal gruppo parlamentare di Forza Italia per quello che ha considerato ostruzionismo da parte dei suoi colleghi ed è sempre più vicina a Italia Viva. Il capogruppo Sisto risponde alle accuse: «Noi non è che abbiamo chiesto di non abbinare il suo testo. Abbiamo chiesto di approfondire tutti i testi che si vorrebbero abbinare. Non è detto che ius soli e ius culturae possano andare insieme». La Meloni ha invece organizzato una raccolta firme contro il provvedimento, sostenendo che si tratta di una «svendita della cittadinanza italiana».

L’altra faccia della cittadinanza: la burocrazia

La politica, a volte senza che se ne ricordi, ha delle inevitabili conseguenze sulla vita quotidiana delle persone, che spesso fanno i conti con un’altra faccia del potere, vale a dire la burocrazia. Chi deve rispettare le norme sulla cittadinanza o chi deve richiederla è invece obbligato a fare i conti con l’ambito burocratico, motivo per cui dei provvedimenti in materia di cittadinanza dovrebbero preoccuparsi anche di semplificare questi processi.

La burocrazia è la forma più dimenticata di esplicazione del potere, eppure è quella di cui il cittadino fa più esperienza. La politica vive di politiche (policies) che sono formalizzate, regolarizzate, schematizzate, materializzate in fogli protocollo, firme, timbri, pec, buste e sigilli.

Tutto questo interessa lo ius culturae nella misura in cui ciò che tendenzialmente non è prioritario per la politica lo è per il cittadino, o in questo caso il non cittadino, colui che, pur vivendo da anni in Italia, deve aspettare il doppio e lavorare il triplo per ricevere quei fogli protocollo, timbri e autorizzazioni non necessarie a un normale residente, come quelli relativi ai rinnovi di permessi di soggiorno, solo per fare un esempio.

Riconoscere la cittadinanza non è solo un atto formale o legale, ma è il prendere coscienza dell’esistenza di un soggetto cui vanno riconosciuti diritti e doveri. In un certo senso, e a livello astratto, non è diverso dal riconoscimento del diritto di voto, rivendicato storicamente in innumerevoli battaglie, dove divenire titolare del diritto ha favorito l’inclusione del singolo nel tessuto della società: reso cittadino, ha potuto influenzare il posto in cui vive tramite l’esercizio del voto.

La cittadinanza, del resto, è quella condizione che riconosce a coloro che vivono un territorio la loro appartenenza all’autorità che su quello stesso spazio vigila, di norma lo Stato.

Se il problema nella società contemporanea, almeno in Europa occidentale, non è più il modo attraverso cui uno Stato si crea, lo è ancora come questo si prende cura di sé e dei suoi cittadini. Regolamentare le norme sulla cittadinanza, quindi, potrebbe aiutare adolescenti e ventenni di fatto italiani, ma sprovvisti del riconoscimento formale, a non sentirsi estranei in casa loro – spesso l’Italia è l’unico luogo in cui hanno vissuto e conoscono i luoghi originari dei propri genitori solo attraverso i loro racconti.

A prescindere, dunque, dal principio che si vuole applicare – che sia lo ius culturae o lo ius soli –, una riforma sulla cittadinanza è auspicabile in quanto andrebbe a occuparsi di politiche di inclusione, la cui assenza grava sulla vita quotidiana di molte persone. Politiche che di certo non estenderebbero diritti a chi non ne ha i requisiti o senza distinzioni, ma che riconoscerebbero la cittadinanza a chi di fatto è già italiano.

Sabrina Carnemolla

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