Kalafi: «Il reggae è universale perchè batte a ritmo del cuore»

In questi ultimi anni la meravigliosa Calabria è diventata una realtà consolidata della cultura reggae, genere che in Italia sta continuando ad espandersi e fare proseliti. Sono molte le realtà provenienti dalla punta dello Stivale che hanno intrapreso progetti musicali degli di nota. In questo contesto va sicuramente segnalato Francesco Posca, in arte Kalafi.

L’artista calabrese che ad oggi vanta la pubblicazione di quattro album in free download (Malacapu, Kalaklan for life”, “In Calabria col furgonee Faccia brutta mixtape” ) è tornato sulla scena con il suo nuovo singolo “Original Dancehall”, canzone in cui esprime un forte attaccamento al suo genere di riferimento e la gran voglia di far festa che da sempre lo caratterizza.

Il nuovo brano di Kalafi ci riporta indietro ai tempi in cui Internet e i social non esistevano: all’epoca per incontrarsi ci si trovava alla feste di quartiere e ai concerti. In quegli anni tali eventi che hanno delineato la cultura di generazioni, erano vissuti con maggiore intensità rispetto ad oggi. Gli appassionati di reggae avevano un vero e proprio culto delle dancehall, luoghi di incontro e svago che riflettevano appieno lo stile di vita della comunità.

Iniziamo con una domanda di rito: come e quando hai deciso di intraprendere il tuo attuale progetto musicale Kalafi? A cosa è dovuta la scelta di un nome così singolare?

«Ho iniziato a scrivere e pensare musica ancora minorenne nei primi anni del 2000. Sognavo ai tempi di salire sui palchi e mi “allenavo” ascoltando attentamente Bob Marley e gli italianissimi Africa Unite. Kalafi (acronimo di Kalabrian Fire) è nato a Bologna, la culla italiana della musica underground . Il progetto nasce dalla mia esigenza di affermare un po’ di “calabresità” al Nord Italia.»

Hai esordito nel 2007 al Lake Splash Festival con singolo Calabria Mia fino ad affermarti come uno degli artisti principali della scena reggae italiana. Puoi raccontarci alcuni dei momenti che hanno segnato la tua carriera?

«Il mio incontro con Mikey Tuff outta Forward the Bass a Bologna ha sicuramente fatto la differenza: è stato proprio lui a credere nel mio stile, a mettermi di fronte al mic nelle dancehall bolognesi e ad introdurmi in questo meraviglioso mondo. Nello stesso periodo ho conosciuto il fonico e ingegnere del suono Nicola Bavaro: con lui ho mosso i primi passi negli studi di registrazione e tuttora collaboriamo in un rapporto di grande professionalità ed amicizia nei progetti della Emic Entertainment. Oltretutto, è stato proprio lui nel suo home studio dei tempi a registrare e mixare “Calabria mia” . Il Rototom Sunsplash nel 2008 ha affermato il nome di Kalafi tra i singer italiani. In quell’occasione ho avuto modo di aprire il concerto di un grande artista che ammiro molto, ossia Jah Cure. Porterò sempre nel cuore quest’esperienza magnifica che non potrò mai dimenticare e per questo devo ringraziare Mark-One (my daddy from Pistoia).»

Le dancehall hanno da sempre rappresentato un’occasione di incontro e svago, ma anche di informazione dato che i dj nel corso di questi eventi erano soliti raccontare notizie di quartiere. Nel tuo ultimo singolo Original Dancehall ricordi con nostalgia questi eventi che oggigiorno con l’avvento di Internet e della tecnologia hanno perso valore. Questo brano può considerarsi una critica velata alla società odierna sempre più social , ma meno socievole? Puoi raccontarci come è nato?

«Questo brano vuole ricordare a tutti che “si stava bene anche quando si stava senza tecnologia”. Non voglio muovere alcuna critica nei confronti di nessuno. La gente ha il diritto di scegliere come meglio vivere la propria vita. Sicuramente un tempo si dava molto più senso allo studio delle canzoni, degli artisti, di quello che succedeva in Jamaica. Si era proprio innamorati dello stile d’oltreoceano! Ad una dancehall si andava già all’orario di apertura per incontrare tutti i fanatici come te del movimento e per stare assieme. Oggi la sterile chat ha reso molte persone svogliate questo è vero, ma i leoni restano leoni e non si adattano a fare le iene! Ad ogni modo ho molta fiducia nel popolo del reggae italiano.»

La musica reggae, che nel suo stato embrionale era considerata la voce dei marginalizzati di Kingston, ha raggiunto nel tempo un successo planetario e ad oggi è abbracciata da un’ampia fetta della società. Lo scorso anno è addirittura stata inserita nella lista dei tesori culturali globali delle Nazioni Unite. A tuo parere cosa è dovuto questo fenomeno? Quali sono le funzioni sociali di base del tuo genere di riferimento e perchè è importante secondo Kalafi la sua diffusione?

«Si diceva “Il reggae è la musica del popolo”, quasi come se si volesse dividere il popolo “povero” da quello “ricco”. Si tratta di un grave errore! La musica reggae è la musica del mondo intero perché batte al ritmo del cuore e colpisce le sue corde; tutti abbiamo un cuore perciò tutti ne siamo colpiti. Il messaggio di pace vale per tutti noi! Uniti possiamo camminare insieme verso un mondo migliore, fatto di umanità, amore e rispetto per la natura che ci circonda. In una dancehall non importa che tu sia ricco/a, povero/a, bianco/a, giallo/a o nero/a, se balli al ritmo di musica reggae sarai sempre considerato un fratello o una sorella!»

Un’ultima curiosità: a cosa è dovuto il nomignolo Don Pesca che ti è stato attributo da alcuni tuoi fan?

«Ascoltate la mia canzone “Bella Pesca” su Youtube e capirete. Non posso dire altro a riguardo.»

Vincenzo Nicoletti

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