Whirlpool, non solo Napoli: quando governo e aziende dimenticano gli accordi
Fonte: Pagina Fb "Napoli non molla"

Napoli non molla: è il grido dei lavoratori Whirlpool lanciato all’esterno del consolato USA a fine luglio. L’eco risuona ancora oggi, perché mentre i tavoli di discussione sul futuro dell’azienda sono aperti c’è una sola certezza: lo stabilimento di Napoli il 31 ottobre chiuderà. L’intento è spostare la produzione e riposizionare gli impianti altrove, in Cina e in Polonia. Mise e Invitalia lavorano a un piano B di ricollocamento, ma a operai e sindacati non basta e non piace. C’è di più.

A essere messa a rischio non è soltanto la continuità occupazionale dello stabilimento, giacché di vicende simili ne è pieno il martoriato Sud. A essere compromesso è il Mezzogiorno sempre più vuoto, terreno arido per gli investitori. Calzano bene le parole della vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera Michela Rostan pronunciate nel giorno della manifestazione davanti al consolato: «Sbaglia chi pensa che si tratti solo di una vertenza locale. La Whirlpool è la madre di tutte le battaglie che segnerà per il futuro il rapporto tra governi e multinazionali». 

Whirlpool: retroscena e situazione attuale

Era il 2018 quando si metteva a punto il piano per evitare i licenziamenti. Il piano industriale 2019-2021 era stato sottoscritto dalla Whirlpool, dai sindacati, dai rappresentanti delle Regioni e dall’allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, pubblicizzato da quest’ultimo a suon di “abbiamo risolto la crisi industriale”. Ma ammortizzatori sociali e incentivi non sono bastati: dopo appena pochi mesi l’accordo è stato messo in discussione. Ai lavoratori di Napoli è stato annunciato il trasferimento a Lugano e il passaggio a un’altra società, la Passive refrigeration solutions; le proteste hanno bloccato la cessione ma non hanno messo un punto finale al caso. La pandemia ha poi posto ulteriori dubbi sul futuro, nonostante gli impianti abbiano continuato a produrre e anzi si siano registrati incrementi di produzione nello stabilimento di Siena tradotti in nuove assunzioni.

I dubbi dell’azienda sul futuro

Whirlpool segnala in una relazione che l’elettrodomestico dovrebbe uscire dalla crisi post-pandemia nel 2021. Anche se l’azienda si dice pronta a investire fino a 250 milioni in Italia fino al 2021, non ritratta sulla chiusura. L’amministratore delegato Luigi La Morgia è stato chiaro: stop alla produzione nello stabilimento Whirlpool di Napoli. La Morgia ha poi declinato l’opzione del ministro del Sud Giuseppe Provenzano di considerare i vantaggi di una fiscalità agevolata per chi investe al Meridione. Sembra proprio che questo matrimonio non s’ha da fare: il problema è che le promesse ci sono già state e non sono state rispettate. «Più di quello che sta facendo il governo assieme alla Regione Campania è oggettivamente molto difficile. Ma per essere seri bisogna anche costruire un’alternativa». Sono le parole dell’attuale ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli pronunciate il 31 luglio, giorno del tavolo di discussione, mentre assicurava che la prima soluzione resta mantenere lo stabilimento aperto. Il piano B? Invitalia ha individuato aziende della componente automotive e dell’aerospazio, si ipotizza un assorbimento di quasi 280 persone nel caso in cui si realizzassero le condizioni per investire. Adler Group e Htl Fitting le protagoniste interessate.

Cosa chiede chi vive la storia da dentro

I tavoli continuano, ma alcuni pareri pare siano contrastanti: per questo sindacati e lavoratori chiedono che la questione passi nelle mani del presidente Giuseppe Conte. Ma cosa si chiede? Una proroga al blocco dei licenziamenti e che vengano rispettati gli accordi del 2018. Anche perché sono stati messi a disposizione circa 100 milioni di euro di risorse pubbliche vincolate al rispetto di quel piano, come sottolinea in un comunicato Barbara Tibaldi, segretaria nazionale Fiom-Cgil e responsabile elettrodomestico. È per questo che gli operai scendono in piazza: a Napoli, a Roma, ovunque. Sono loro a gridare di rabbia, a condividere uno slogan: operai se more. Le famiglie che aspettano risposte sono più di 350, oltre quelle dell’indotto. Ma si ricordi che la Whirlpool ha 5 mila dipendenti in Italia. L’età media dei dipendenti di Napoli è di 45 anni, sono quasi tutti figli di ex operai che hanno lasciato il proprio posto ai figli.

Oltre Whirlpool

«Sono i lavoratori e i sindacati che tengono aperte le aziende, non le multinazionali che decidono di chiuderle per motivi che non hanno niente a che fare con la produzione». Lo dichiarano in una nota congiunta Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil e Barbara Tibaldi. «La vertenza Whirlpool è emblematica da questo punto di vista. Ma anche in altri casi, se pensiamo alla Bekaert, a Industria Italiana Autobus, a Termini Imerese, chi tiene le fabbriche aperte sono le lotte dei lavoratori».

Perché questa non è soltanto la storia di Napoli e di Whirlpool. È la storia di un Sud che a denti stretti cerca di tenere vive le poche realtà che lo fanno respirare, è la storia di famiglie a cui vengono garantite certezze poi ritrattate, di accordi firmati da governo e aziende non rispettati che sono poi dei gravi precedenti. È la storia, ormai nota, delle delocalizzazioni. Il timore è che si faccia ciò che si vuole senza pagarne le conseguenze.

Alba Dalù

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