schiaccianoci storia

È ufficialmente iniziata la trepidante attesa per l’uscita de Lo Schiaccianoci e i quattro Regni, con la regia di Joe Johnston e Lasse Hallström, prevista nelle sale italiane il 31 ottobre 2018. La pellicola conta un cast d’eccezione che vede sul grande schermo attori del calibro di Keira Knightley e Morgan Freeman. La battitura registica si presenta, a tutti gli effetti, come un riadattamento cinematografico disneyano della storia presentata in “Lo Schiaccianoci e il re dei topi” di  Ernst Theodor Amadeus Hoffmann e nell’omonimo balletto di Pëtr Il’ič Čajkovskij.

 

La prima del balletto, le cui musiche furono composte da Čajkovskij tra il 1891 e il 1892, si tenne al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo il 18 dicembre 1892 e vide l’uso di un nuovo strumento idiofono, la celesta, avvistato dal compositore per la prima volta a Parigi. Il libretto si ispira alla trama redatta da Hoffmann, in uno dei suoi racconti, ma in forma edulcorata, meno cruenta e più vicina alla proposta di Alexandre Dumas.

È la storia di un regalo, uno schiaccianoci a forma di soldatino, rotto per dispetto, e di un sogno che lo anima rendendolo protagonista di un’ardua impresa: la lotta contro l’esercito di Re Topo. Lo schiaccianoci riesce a sconfiggerlo solo grazie a un diversivo offertogli dalla sua piccola padroncina, Clara, che lancia la sua scarpetta per distrarre il nemico. Una volta sconfitto il re, lo schiaccianoci si trasforma in un principe e guida Clara in una foresta innevata. Qui, si schiude davanti a loro il dolce regno della Fata Confetto a cui il neo principe decanta le proprie peripezie: tutto il Palazzo, allora, prende parte alle danze che costituiscono il passo più celebre della composizione. Il divertissement culmina nel famoso “Valzer dei Fiori” a cui segue il passo a due dello schiaccianoci con la Fata Confetto, durante il quale è chiarissimo il contributo della celesta. A quel punto il sogno svanisce, Clara si sveglia e ricorda, abbracciando il suo amato giocattolo.

Dunque, il coreografo Marius Pepita trasse ispirazione dalla variante di Alexandre Dumas per l’opera musicata da Čajkovskij. Ma il noto soldatino prende vita dalla penna di Hoffmann che pubblicò nel 1816 “Lo Schiaccianoci e il re dei topi”, un racconto successivamente inserito nella raccolta I Confratelli di Serapione, in 4 volumi editi tra il 1819 e il 1821.

Il racconto consta di 14 brevi capitoli che tessono la storia di un amore inteso come cura, nel senso arcaico del termine latino coera, quindi di un amore come premura, preoccupazione nei confronti di una persona amata o di un oggetto di valore. Lo schiaccianoci è un regalo sui generis affidato a Maria dal suo padrino la sera di Natale; il soldatino, che schiaccia le noci con i denti, è di brutto aspetto ma dall’aria nobile e, quando il fratello lo rompe, la bambina ne soffre talmente tanto da volergli restare accanto tutta la notte. È a quel punto che la magia prende il sopravvento: la camera si riempie dei topacci al seguito di Re Topo che brama la morte dello Schiaccianoci da anni; Maria cerca di intervenire lanciando la sua scarpa ma viene ferita e, solo così, l’indomani saprà che, nel sogno, veritas. 

«Quello che è solo un giocattolo per te, può essere un amico per qualcun altro. Tutto dipende dalla fantasia.»

“Lo Schiaccianoci” di Hoffmann è il racconto delle vere illusioni quanto delle realtà sbiadite, una storia senza epoca ma dal tempo scandito, a cavallo tra sogno e verità. Così il padrino diviene un orologiaio disposto a salvare il suo amico, il mondo in miniatura dei soldatini un campo da guerra animato di notte, lo strano schiaccianoci un principe colpito da una maledizione, l’affetto di una bambina il nobile amore che potrebbe salvarlo. Una verità dura da credere, una verità non per tutti ma

«È tutto vero? – Se ci credi veramente, lo è.»

Pamela Valerio

 

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