Il dramma di Idlib non è la guerra, ma l’ipocrisia vigliacca dei governi
Fonte immagine: Globalist

Con un sorriso e una stretta di mano: così è stato bloccato il dramma di Idlib, almeno per adesso. Erdogan ha incontrato Putin a Mosca la sera del 5 marzo, i due hanno esaminato la questione della città siriana dove nell’ultimo mese si sono scontrati i turchi di Erdogan e l’esercito di Bashar el Assad, appoggiati dalla Russia. Un’offensiva, quella che ha avuto luogo a Idlib, che ha dato vita a un crudele disastro umanitario, descritto come uno dei momenti più critici del conflitto in Siria e della guerra che dura da più di 9 anni. Il risultato dell’incontro? Il cessate il fuoco prima di tutto, la creazione di un corridoio di sicurezza lungo l’autostrada M4 e una zona cuscinetto, e ancora un avviso da parte di Erdogan: attaccheremo se attaccati.

Retroscena

Idlib è il territorio protagonista. Ultimo territorio roccaforte dei ribelli a Assad. A febbraio le forze di Assad avevano bombardato il territorio e ucciso cinque soldati e tre civili. All’attacco non era mancata la risposta turca, uccisi trentacinque soldati siriani. A poco è servito in questi anni l’accordo del 2018 tra Turchia e Russia. Nessuno aveva rispettato completamente gli accordi.

Il nuovo cessate il fuoco dopo i conflitti a Idlib ha sventato il pericolo di un’escalation ulteriore in cui si prefigurava già lo scontro diretto tra russi e turchi, e un coinvolgimento inevitabile da parte della Grecia. Un disastro insomma pare sia stato evitato. La tregua tuttavia non risolve i veri problemi. Il timore è che non si tratti infatti di una soluzione definitiva, quanto di un accordo che come tale potrebbe essere temporaneo o non rispettato come già accaduto. A parte questo, resta un fardello enorme, la crisi umanitaria in Siria.

Il cessate il fuoco su Idlib non risolve la crisi

Circa 1 milione di civili, la metà bambini e donne, sono stati costretti a fuggire negli ultimi mesi dagli alloggi che avevano trovato a Idlib. Le infrastrutture sono distrutte così come le abitazioni. È impossibile per i civili pensare a un ritorno a casa, sono intrappolati.

Gli sfollati sono diretti verso i campi profughi, nelle zone settentrionali di Idlib e Aleppo, ma non trovano una sistemazione adeguata in quei campi già sovraffollati. Anche qui la situazione è precaria. Il clima invernale poi non aiuta.

Le devastazioni sono fisiche e morali. È l’ennesimo dramma di una popolazione martoriata e stremata da una guerra quasi decennale. A subirne le conseguenze sono i civili e ancora di più i bambini, vittime di quella che viene definita una mattanza. 77 di loro sono stati feriti o uccisi lo scorso gennaio nella zona nord-ovest. Per 280 mila bambini non c’è la possibilità di studiare. A essere bombardate sono state anche le scuole e gli asili.

Servono azioni decise 

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati ricorda che servono risposte dalla comunità internazionale. Il 26 febbraio, prima della firma dell’accordo sulla tregue a Idlib, 14 ministri degli esteri hanno lanciato un appello e chiesto alla Siria e a Mosca di interrompere il conflitto. Sono stati presi in considerazione ricorsi di livello internazionale. È naturale chiedersi perché non tutti gli Stati membri abbiano preso parte all’appello di fronte alla tragedia disumana in atto. C’è da chiedersi perché il ruolo europeo non sia stato determinante in dieci anni di conflitto e perché di fronte a disastro umanitario la risposta europea non sia stata forte. Mentre si riflette sulle risposte, la crisi umanitaria è ancora in atto e rimarca un concetto fondamentale. La tragedia di Idlib e del conflitto in generale è l’emblema di un’Europa politicamente debole, e frutto dell’ipocrita retorica di quanti condannano la guerra e poi si rendono complici anche con il silenzio.

Alba Dalù

Greenpeace

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