guerra in siria conflitto siriano
[sky news]

Guerra in Siria, anno 2019. Quasi nove anni dopo l’inizio del conflitto, e nonostante la sostanziale vittoria del regime di Bashar al Assad, il paese è ancora devastato dai bombardamenti.

Nessuna soluzione diplomatica in vista: arrivano il ‘no deal‘ e le dimissioni dell’inviato delle Nazioni Unite per la creazione di una commissione costituzionale, la cui composizione è stata rifiutata dalle forze del regime. Tuttavia la guerra in Siria, i cui morti ad oggi sono stimati attorno alle 470.000 persone, non è un conflitto che può essere risolto militarmente.

Ma quali sono le cause e le conseguenze della guerra in Siria?

L’inizio della guerra in Siria: dalle proteste anti-governative alla guerra civile

Cavalcando l’onda della Primavera Araba, a marzo 2011 i civili siriani iniziano a manifestare pacificamente nella regione di Daraa. Cosa vuole il popolo siriano? Maggiori libertà politiche e un implemento della democrazia.

Allo stesso tempo esprime un generale malcontento per le condizioni economiche del paese, peggiorate dalla grave siccità che ha causato tra il 2007 e il 2010 un intenso movimento di persone dalle campagne verso le già sovraffollate aree urbane.

Il presidente Assad risponde con la repressione, ferendo e uccidendo centinaia di manifestanti, tra cui molti studenti giovanissimi. L’esercito siriano viene inviato contro i civili.

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Il presidente siriano Bashar al Assad e il suo principale alleato il presidente russo Vladimir Putin [Mikhail Klimentyev, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP, File]

A luglio 2011 i disertori dell’esercito siriano formano l’Esercito Siriano Libero. Nel giro di pochi mesi le proteste anti-regime si trasformano in una sanguinosa guerra civile sotto gli occhi della comunità internazionale che per ora si limita ad esprimere disapprovazione nei confronti di Assad, senza intervenire.

Chi sono i ribelli? L’intervento degli attori regionali e internazionali

Rapidamente le potenze regionali entrano nello scacchiere siriano: la lotta per la supremazia politica si maschera da conflitto etnico-religioso, con il benestare tanto dei ribelli quanto del presidente Assad.

Da una parte, l’Iran, con il proprio esercito e con il supporto alle milizie sciite di Hezbollah, si schiera con il fronte pro-Assad. Presto anche la Russia si unirà a questo fronte, inviando, a partire dal 2015, contingenti aerei in supporto dell’esercito siriano.

Dall’altra parte si schierano le forze regionali sunnite Arabia Saudita, Qatar e Turchia, che iniziano a inviare supporto economico e militare ai gruppi ribelli. Il fronte pro-rivoluzione è, in principio solo nominalmente, appoggiato dall’Occidente, in particolare dagli Stati Uniti.

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[Aljazeera]

Il fronte dei ribelli inizia subito a frammentarsi. Nel 2013 nasce ufficialmente ISIS, le cui conquiste militari oltre che imprese eccezionali attirano l’attenzione mediatica occidentale. La nascita del califfato nel 2014 darà una svolta alla guerra in Siria, giustificando l’intervento armato delle potenze internazionali sotto la bandiera della “lotta al terrorismo“.

Oltre a ISIS e all’Esercito Siriano Libero iniziano a nascere un conglomerato di gruppi ribelli di matrice islamista, sponsorizzati da Turchia e dai paesi del Golfo, come Jabhat Fateh al-Sham, e un insieme di forze democratiche, armate e addestrate dagli Stati Uniti a partire dal 2015, alla testa del quale si trovano le forze curde guidate da YPG e YPJ.

Le armi chimiche e la “linea rossa” americana

Nell’agosto 2012 l’ex-presidente degli Stati Uniti Barack Obama traccia la tristemente famosa “linea rossa”, minacciando un intervento americano nel caso di utilizzo di armi chimiche nel conflitto siriano.

Ad agosto 2013 muoiono centinaia di persone nella zona di Ghouta, a est di Damasco, per un attacco al gas sarin. Le forze americane ed europee continuano a non intervenire direttamente nella guerra in Siria.

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L’ex-presidente degli Stati Uniti Barack Obama [REUTERS/Kevin Lamarque]

Nel 2014 iniziano ufficialmente i bombardamenti della coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, contro i terroristi. Tuttavia se tutti concordano sul bombardare ISIS, non c’è accordo sugli altri gruppi da considerare terrositi: la Turchia considera gruppi terroristi i curdi alleati con gli Stati Uniti, mentre la Russia considera terrorista buona parte dei ribelli anti-Assad.

La distruzione: l’assedio di Aleppo e i rifugiati della guerra in Siria

Nel maggio 2015 ISIS rade al suolo il sito archeologico di Palmira, patrimonio dell’umanità. Intanto si stanno consumando ormai da anni una serie di assedi alle città ribelli da parte del fronte di Assad.

Grazie ai bombardamenti russi e al supporto dell’Iran, la battaglia di Aleppo (la cosiddetta “Stalingrado siriana”) si conclude nel dicembre del 2016 dopo più di quattro anni di bombardamenti indiscriminati sui civili, caratterizzati dall’uso di barili bomba sganciati su scuole, ospedali e soccorritori, uso di armi chimiche e di munizioni a grappolo. La cittadella di Aleppo, patrimonio dell’umanità grazie alla sua storia secolare, conta più di 35.000 edifici danneggiati irreparabilmente a causa del conflitto.

Anche Homs viene riconquistata dall’esercito siriano dopo quasi quattro anni di assedio. I ribelli, tanto i combattenti quanto le rispettive famiglie, vengono spostati nella regione di Idlib, ad oggi l’ultima roccaforte ribelle.

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La cittadella di Aleppo [AP Photo/Hassan Ammar]

Secondo le stime del 2018 circa 12 milioni di siriani sono stati costretti a lasciare le proprie case a causa del conflitto siriano (in un paese che al 2010 contava circa 22 milioni di abitani). Di questi, 5.5 sono i rifugiati che hanno cercato protezione all’estero, soprattutto in Turchia, Libano e Giordania, mentre 6.5 sono gli sfollati interni che si sono riversati soprattutto nel nord della Siria, tra la regione di Idlib e il Kurdistan siriano.

Verso la pace in Siria? I colloqui di Astana

A partire da gennaio 2017, Russia, Iran e Turchia organizzano una serie di colloqui ad Astana il cui scopo è trovare una soluzione diplomatica alla guerra in Siria. I colloqui, disertati dai rappresentanti dei ribelli e boicottati dal regime, si sono risolti in un nulla di fatto così come le parallele trattative delle Nazioni Unite, iniziate a Genova nel 2012.

I grandi protagonisti del 2018 sono però i curdi. Se nel 2015 dopo la riconquista di Kobane dalle mani dell’ISIS godevano di grande supporto internazionale, con la vittoria del fronte pro-Assad e con l’annunciato ritiro del contingente americano il futuro sembra quanto mai incerto.

A gennaio 2018 le forze turche hanno cominciato il bombardamento di Afrin, una delle maggiori città del Rojava nonché meta di un gran numero di rifugiati, la cui riconquista è stata annunciata ad aprile dall’Esercito Siriano Libero.

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Tempio di bel, Palmira [Joseph Eid/AFP/Getty Images]

Ad aprile 2018 si è concluso anche l’assedio della zona di Ghouta, cominciato nel 2013. A dispetto del cessate il fuoco voluto da una risoluzione ONU a febbraio 2018 (risoluzione che esclude le azioni armate contro i “terroristi”), i combattimenti sono stati incrementati fino alla resa totale dei ribelli. Circa 400.000 civili risiedevano nell’area, di cui la metà minori di 18 anni. Il conteggio dei morti durante i 30 giorni del cessate il fuoco ammonta a quasi 1.500, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani.

I miliziani e i civili evacuati sono stati condotti, ancora una volta nella zona di Idlib, designata come “zona sicura” a settembre 2018. Lo scopo di Russia, Iran e Turchia è di evitare un bagno di sangue nell’ultima roccaforte ribelle.

Il 2019 vedrà la fine della guerra in Siria?

Nonostante i grandi proclami internazionali che plaudono alla sconfitta di ISIS, la soluzione alla guerra in Siria sembra ancora lontana.

L’annunciato ritiro delle truppe americane non può far altro che gettare benzina sul fuoco turco, il cui obiettivo è la distruzione dell’enclave curda. Allo stesso tempo l’incertezza internazionale sull’identificazione dei terroristi getta ombra sulla creazione di una zona sicura nella provincia di Idlib, tanto quanto l’incapacità di trovare una soluzione diplomatica non promette bene per il futuro federale della Siria.

È un peccato che impariamo così poco dalla storia, soprattutto la più recente. L’augurio per questo 2019 è che la Siria non diventi una nuova Bosnia e che Idlib non sia la nuova Srebrenica.

Claudia Tatangelo

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