Campo profughi di Moria.
Fonte: facebook.com/lesvoscalling

Il rogo del campo profughi di Moria sull’isola di Lesbo è il rogo dell’ipocrisia, quello che ormai da anni arde mettendo in evidenza il fallimento totale delle politiche di immigrazione e integrazione dell’Unione Europea. 

È ormai passato un mese dall’incendio avvenuto nel campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, che ha lasciato senza acqua, cibo e assistenza circa 13.000 persone, 4.000 delle quali bambini. Eppure, nonostante il dramma umanitario che stanno vivendo queste persone, la risposta dell’UE è stata inconcludente: l’allestimento del nuovo campo profughi “emergenziale” di Kara Tepe, già ribattezzato come Moria 2.0, si è dimostrato fin da subito inadeguato alle problematiche e alle esigenze degli sfollati. Tendoni con il logo UNHCR in bella vista soccombono alle prime piogge lasciando le persone senza alcun riparo. È una vergogna inaudita che si consuma all’interno della civile e progredita Unione Europea, la quale sembra tanto preoccuparsi delle condizioni disumane che vivono popolazioni esterne ad essa e che poi fa orecchie da mercante quando tali problemi la riguardano direttamente.

Moria, Lesbo, Unione Europea
MoMoriaIl campo profughi di Moria dopo l’incendio. Fonte: https://www.facebook.com/lesvoscalling

Numerosi gli attivisti che si sono recati a Lesbo per documentare il dramma umanitario che si sta consumando sull’isola: su tutte spicca la campagna solidale “Lesvos Calling, volta a documentare con aggiornamenti costanti le disumane politiche portate avanti dall’Unione Europea e dagli Stati nazionali nei Balcani.

«Il campo di Moria è stato avvolto dalle fiamme, il fuoco ha riportato attenzione sull’isola e sulla popolazione migrante provata ulteriormente da mesi di lockdown durissimo. Gli appelli per un’immediata evacuazione hanno trovato il muro dell’Europa fortezza che ha finanziato l’immediato allestimento di un nuovo campo militarizzato, un “Moria atto secondo”, posizionato vicino al mare e su un terreno utilizzato in passato come poligono di tiro militare. Il governo greco, per dimostrare efficienza, dopo che negli ultimi 5 anni ha lasciato le persone senza tende nel fango del “primo Moria”, ha utilizzato un enorme dispiegamento di forze di polizia per “convincere” le persone a entrare in questo nuovo luogo di prigionia, impedendo l’ingresso alle Ong e ai giornalisti. Tutto ciò mentre la Commissione UE a Bruxelles ha proposto un nuovo patto su migrazione e asilo accostando la parola solidarietà ai rimpatri forzati, di fatto rendendo sempre più centrale il ruolo di Frontex e il sistema Hotspot, prevedendo fondi per assicurarsi che le persone non partano e per sottoscrivere accordi simili a quello con la Turchia. In altre parole potenziando ed esportando il “modello Lesbo” alle altre zone di frontiera con i paesi extra Ue.»

First Rain

The rainy season on #Lesvos is upon us. Today was just a taste. This #newcamp doesn't provide cover from the elements, flooring, showers or working toilets. It is ignorant planning at best, intentionally cruel at worst. People cannot survive winter here.___#EuropeMustAct #LeaveNoOneBehind #humanrights #refocusmedialabs ___Cinematography:Refocus Media LabsMustafa NadriYaser TaheriNazanin ForoghiMusic:Eamon KellyEdit:Douglas Herman

Pubblicato da Refocus Media Labs su Giovedì 8 ottobre 2020

Moria è solo la punta dell’iceberg

Il dramma dei migranti non è l’unica fonte di preoccupazioni nell’intera vicenda. Infatti, al problema dell’immigrazione se ne aggiunge conseguentemente un altro: un’esasperazione estrema degli abitanti del luogo, dovuta a una cattiva gestione dei fenomeni migratori, che ha determinato il sorgere di pericolose tensioni sociali tradottesi in sempre più frequenti episodi di intolleranza verso i migranti.

Come si è arrivati a questo? Come si è arrivati a considerare l’accoglienza una forma di prigionia? Come si è potuto pensare che l’integrazione dei migranti potesse avvenire con la ghettizzazione degli stessi? La prigione a cielo aperto di Moria, purtroppo, non è l’unico caso di fallimento delle politiche sopracitate. Seppur in misura ridotta, i fenomeni migratori sono un fardello per tutti quei paesi che si trovano ai confini dell’Unione Europea; il Regolamento di Dublino competente in materia, infatti, impone l’esame delle richieste d’asilo dei migranti al primo paese di sbarco scaricando quindi tutta la responsabilità dei fenomeni migratori su un solo paese dell’Unione: è pertanto lesivo dell’art.80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che recita quanto segue:

«Le politiche dell’Unione di cui al presente capo e la loro attuazione sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario. Ogniqualvolta necessario, gli atti dell’Unione adottati in virtù del presente capo contengono misure appropriate ai fini dell’applicazione di tale principio.»

Così facendo viene meno il concetto di solidarietà europea e si viene dunque a “nazionalizzare” il problema dell’immigrazione che invece riguarda gli Stati membri tutti: e allora non ci meravigliamo se i fenomeni di intolleranza aumentano quotidianamente, se i partiti di estrema destra riescono facilmente a fare proseliti, se ai confini tra gli Stati assistiamo a barbari respingimenti o all’erezione di muri – come accade sulla rotta balcanica – o se vengono a crearsi veri e propri campi di prigionia, come quello di Moria, in cui relegare i profughi. Tutto ciò non è un’anomalia, è semplicemente il frutto delle ipocrite politiche di integrazione dell’Unione Europea.

Nicolò Di Luccio

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