Armi
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Parlare di armi in un momento in cui il mondo intero è alle prese con l’emergenza Covid-19 potrebbe sembrare fuori luogo, o un goffo tentativo di sviare l’attenzione dai problemi reali. Ma quella delle armi è una questione drammatica che nel nostro Paese non ha mai ricevuto la dovuta attenzione, e persino in un periodo simile bisogna evitare che cada ulteriormente nel dimenticatoio. Partendo dall’industria militare che non si ferma nemmeno per il Coronavirus, fino ad arrivare alla legale detenzione domestica che uccide anche in quarantena, parlare di armi nonostante l’emergenza sanitaria non è fuori luogo. Anzi, è necessario.

In primo piano, vista la delicata situazione che stiamo vivendo, c’è la questione delle spese militari, che crescono ormai da anni mentre la sanità, in proporzione, subisce tagli. È infatti cronaca quotidiana la scarsità di posti letto nei reparti di terapia intensiva, così come la situazione di medici e infermieri costretti a turni massacranti a causa degli organici ridotti. Secondo un report pubblicato a settembre 2019 – quindi in tempi non sospetti – dalla Fondazione GIMBE (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze), tra il 2010 e il 2019 il finanziamento pubblico al Sistema Sanitario Nazionale ha subito una decurtazione di 37 miliardi di euro. Di contro, invece, le stime dell’Osservatorio Mil€x registrano negli ultimi anni un aumento delle spese militari, passate dall’1,25% del PIL nel 2006 all’1,40% (circa 25 miliardi) nel 2019, con un ulteriore incremento dello 0,03 previsto per l’anno corrente. Dati, questi, che recentemente sono stati ripresi da Rete Italiana per il Disarmo e Rete per la Pace in un comunicato congiunto per ribadire la necessità di un cambio di rotta. Più investimenti per la salute, insomma, e meno armi.

Eppure la produzione di armi continua nonostante quasi tutto il Paese sia fermo per il Coronavirus. Con il decreto del 22 marzo il Governo ha chiuso gran parte delle attività produttive, esentando quelle strettamente necessarie e quelle considerate strategiche per l’economia nazionale. Inutile dire che tra queste ultime figurano anche l’industria dell’aerospazio e della difesa. È incomprensibile – si legge nel comunicato di Rete italiana per il Disarmo e Rete per la Pace – come sia considerato strategico e necessario continuare a far montare un’ala ad un cacciabombardiere o un cingolo ad un carro armato, con il rischio di far contagiare i lavoratori addetti a queste attività. Riteniamo inaccettabile chiedere ai lavoratori un sacrificio così alto per una produzione che, oggi, non ha nulla di strategico ed impellente e costituisce solamente un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti.

Ma il problema è ancora più grande. Parlando in generale, è come se l’Italia intera stesse sviluppando una vera e propria assuefazione da armi. Se da un lato, infatti, la politica incrementa le spese militari, dall’altro una fetta sempre maggiore di cittadini pretende di avere una pistola o un fucile in casa. Il forte incremento delle richieste di porti d’arma per uso sportivo negli ultimi anni ne è appunto una dimostrazione. Non sorprende, poi, che episodi di omicidi e/o suicidi eseguiti con armi legalmente detenute balzino frequentemente agli onori delle cronache.
Per fare un esempio, lo scorso 13 marzo a Beinasco, vicino Torino, un ex vigile urbano di 66 anni ha ucciso la moglie e il figlio a colpi di pistola, per poi rivolgere l’arma, regolarmente registrata, contro se stesso. All’origine del folle gesto ci sarebbero le difficoltà economiche della famiglia e la preoccupazione per il futuro del figlio disoccupato. O ancora il 31 marzo, quando a Firenze una coppia di anziani, 87 anni lui e 97 lei, è stata trovata morta nella propria abitazione. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, il marito avrebbe imbracciato il fucile regolarmente detenuto per sparare alla coniuge, poi avrebbe usato l’arma per togliersi la vita. Le indagini non hanno escluso che la solitudine dovuta alla quarantena possa aver psicologicamente influito sulla drammatica decisione dell’uomo, già preoccupato per le gravi condizioni di salute della moglie.
Secondo il rapporto “Omicidio in famiglia” dell’agenzia di ricerche economiche e sociali Eures, un omicidio su due (163 vittime su 329) nel 2018 è stato commesso all’interno della famiglia, in 4 casi su 10 con un’arma da fuoco, che nel 65% dei casi era legalmente registrata. La maggior parte delle vittime è costituita da donne.

Si potrebbe dire che il problema non è la legale detenzione domestica, che non è fondamentale un’arma per compiere un omicidio. D’altronde chi ha intenzione di commettere un simile gesto può avvalersi di un qualsiasi altro oggetto, o anche solo della propria forza fisica. Ma è anche vero che una pistola o un fucile rendono inevitabilmente più facile uccidere una persona. La pericolosità della legale detenzione è sotto gli occhi di tutti, eppure diversi partiti ed esponenti politici la sostengono fermamente. Basti pensare alle ripetute visite del leader della Lega Matteo Salvini all’Hit Show di Vicenza, il più importante evento fieristico italiano dedicato al mondo delle armi che si tiene annualmente a febbraio. E la situazione si aggrava ulteriormente nel momento in cui vengono sbandierati slogan politici del tipo “la difesa è sempre legittima”. Si rischia infatti che il consenso popolare attorno all’idea di una giustizia fai-da-te cresca esponenzialmente in un Paese che comunque, come i dati del Ministero dell’Interno dimostrano, è tra i più sicuri d’Europa.

C’è insomma un legame intenso tra l’Italia, la sua società e il mondo delle armi. Secondo un rapporto pubblicato a marzo dall’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), il nostro Paese risulta tra i primi dieci esportatori al mondo di materiale d’armamento. Per quanto riguarda poi le armi leggere, l’industria italiana è l’unica in grado di competere con gli Stati Uniti. L’Italia è dunque tra i primi della classe, ma non ha scelto un bel settore dove eccellere.

Edoardo Venditti

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