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Fonte: Carl Heyerdahl on Unsplash

Facebook cambia nome e diventa Meta. Un ologramma dell’infinito è la nuova brand identity scelta per rappresentare i progetti futuri di un universo digitale in fase di implementazione. Il metaverso a cui parteciperanno le Big Tech, tra cui Facebook, è uno spazio dove fisico e virtuale si incroceranno per rendere tangibili ai cinque sensi esperienze umane e cibernetiche. L’UE si prepara mettendo a punto i Digital Service Act (DSA) e Digital Market Act (DMA), pronti per l’estate 2022.

Cos’è il metaverso?

Il metaverso è una prospettiva – per i prossimi 10 o 15 anni – che sta emergendo nel mondo degli investimenti digitali. I pianeti, in questo caso, sono superpiattaforme che comprenderanno social media e videogames, un spazio digitale unico dove far confluire le “esperienze” dei singoli utenti. Le Big Tech GAFAM ci stanno già lavorando da un po’.

In questo contesto, emergono preoccupazioni rivolte alle evoluzioni che sconfinano nella realtà, come la Virtual Reality (VR) e la pubblicità comportamentale (behaviour advertising). Riunioni tra avatar, prove d’abito, simulazioni di traslochi, colloqui, viaggi e audizioni saranno alcune delle attività possibili, non pensate per aumentare il tempo trascorso online, ma per renderlo significativo. Nelle premesse le idee corrono veloci, nei fatti la regolamentazione dovrà restare vigile per garantire responsabilità (accountability) e trasparenza algoritmica per impedire che i dati raccolti possano essere utilizzati per controllare le abitudini delle/i cittadinǝ.

Facebook non è mai stato disinteressato a questo genere di attività e attraverso Oculus e Horizon Workrooms aveva già investito in realtà aumentata. Di recente, ha fatto sapere che è pronto il suo piano volto a creare 10.000 posti di lavoro per ingegneri altamente specializzati nell’Unione europea. «La caratteristica distintiva del metaverso sarà di essere aperto e interoperabile» – sostiene l’azienda, affinché nessuno ne sia mai del tutto proprietario, preparandosi a stanziare ben 50 milioni di dollari. Come già sostenuto in passato, la solidarietà dei proprietari delle piattaforme non è filantropia.

Diventeremo degli avatar? Se lo chiede Sam Wolfson in un articolo che fa luce su una serie di criticità della realtà virtuale, citando le esperienze con cui siamo entratǝ in contatto in passato, come Habbo Hotel e Second Life, dove individui in piedi potevano già incontrarsi in stanze virtuali e dialogare. Ciò su cui vale la pena riflettere è che permettere a un’icona di ballare, non apporterà alcun beneficio – né fisico né emozionale – alla persona che digita i tasti, che resterà ferma a immaginare come sarebbe stato poterlo fare in prima persona e dal vivo. Un rischio è che si acuisca la capacità di inibizione causata dagli schermi in contesti non mediati dai pixel.

Primi approcci con lo spazio digitale

Marche e social network già ci provano. Le companies sono affascinate dalle nuove frontiere di vendita e diversificano i propri prodotti per una platea di curiosi avventurieri dello spazio digitale, tra cui si distinguono gamers e investitori crypto.

È il caso di Ray-Ban Stories che permette ai consumatori di scattare foto, salvarle e pubblicarle direttamente dalla lente degli occhiali intelligenti (smartglass), dotati di fotocamera, microfono, altoparlante e assistente vocale, grazie all’app Facebook Views. Come riporta Wired, il solo fatto che vengano elencate una serie di situazioni (nei camerini, in studi medici, in fila al bancomat, per fare qualche esempio) in cui sarebbe meglio spegnere gli occhiali lascia intendere che non sono stati immaginati a priori metodi efficaci per contrastare un uso indiscriminato del prodotto.

Tuttavia, c’è chi ha già un vantaggio competitivo nel settore ed è Discord, piattaforma creata da e per gamers che ha visto crescere e diversificare la sua platea di fruitori. «Immagina un sitoweb umano. Un posto dove i dank meme scorrano come miele. Dove le patate prosperino. Dove esseri umani e bot possano vivere in armonia. In altre parole, un posto come Discord» – così ha descritto se stessa nella sua prima campagna di marketing, lanciata a maggio 2021. Un mondo nascosto, più che uno dei tanti modi per comunicare in rete e più vicino al metaverso di quanto non lo sia Facebook, con la differenza che per scelta non contempla alcun conteggio follower e feed algoritmico, quindi pochi modi per diventare influente. Nel 2019 era in aperta competizione con Skype e TeamSpeak, ora questa piattaforma sfida i giganti.

Frances Haugen in audizione al Parlamento Europeo

La commissione IMCO del Parlamento europeo ha ricevuto in audizione la dottoressa Frances Haugen, ex dipendente di Facebook e whistleblower, esperta di algoritmi. I documenti diffusi e la sua esperienza all’interno dell’azienda fungono da fonti contestuali per l’elaborazione sulla legge sui servizi digitali (Digital Service Act).

La sua denuncia pubblica nei confronti di una delle principali Big Tech ha ricevuto in apertura gli apprezzamenti degli eurodeputati Vázquez Lázara (Renew Europe), presidente della commissione JURI, López Aguilar (PSOE), presidente della commissione LIBE, Glucksmann (PSOE), presidente della commissione INGE, e Tudorache (Renew Europe), presidente della commissione AIDA.

«Penso che i prodotti di Facebook colpiscano i minori, indeboliscano le nostre democrazie e danneggino l’integrità e la sicurezza. Grata che il Parlamento e la Commissione europea prendano in considerazione questa causa. Serve un completo accesso ai dati e regole stringenti sulla trasparenza. Il diavolo sta nei dettagli e i segreti commerciali non possono essere una scusa» – così ha esordito Haugen, spiegando che le scelte effettuate dall’amministrazione di Facebook costituiscono un pericolo. Le sue analisi e spiegazioni si basano sull’esperienza sul campo, partita nel 2006 con Google e Pinterest, sui sistemi di raccomandazione che regolano il funzionamento della bacheca di Facebook.

Haugen ha ammesso: «C’erano conflitti costanti tra i profitti dell’azienda e la sicurezza dei cittadini», sostenendo che tutte le campagne di disinformazione moderne sfrutteranno i canali digitali. Di fronte a Facebook “la democrazia deve intervenire ed elaborare nuove leggi”, e conclude: «Il Digital Service Act ha il potenziale di diventare il global gold standard».

Sara C. Santoriello

Giornalista pubblicista, aspirante politologa. Mi alimento di dubbi e curiosità. Sono una femminista lonziana, appassionata dell'aspetto Social nei Media. Scrivo di Politica, Genere, Etica e Tecnologie. Coordino la sezione Femminismi per Libero Pensiero. PhD Student in Scienze Sociali e Statistiche all'Università di Napoli "Federico II".

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