L'Ortis di Foscolo: il romanzo di un'Italia che non cambia

«Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppur ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia» scrive all’indomani del Trattato di Campoformio, più di due secoli fa, Jacopo Ortis alias Foscolo al suo amico Lorenzo Alderani.

Parole queste senz’altro indimenticabili, che suonano come una profezia, solenne e tremenda, dei tempi tristi e vuoti toccatici in sorte. A leggerle, vengono davvero i brividi: Foscolo ci aveva visto lungo o, forse, tanti anni – troppi – non ci son bastati per imparare la lezione, per capire che, il più delle volte, dietro le grandi promesse si celano i più terribili inganni.

All’epoca della stesura de Le ultime lettere di Jacopo Ortis, duro a morire era il mito di Napoleone, oggi, invece, appare indistruttibile quello salviniano, coltivato a suon di “prima gli Italiani” e tanti altri slogan acchiappa consensi. E mentre necessariamente le icone di riferimento cambiano, il popolo, nella totalità delle sue componenti, sembra sfuggire alla naturale legge del rinnovamento:

«L’Italia ha de’ titolati quanti ne vuoi; non ha propriamente patrizj: da che i patrizj difendono con una mano la repubblica in guerra, e con l’altra la governano in pace; e in Italia sommo fasto de’ nobili è il non fare e non sapere mai nulla. Finalmente abbiamo plebe; non già cittadini; o pochissimi. I medici, gli avvocati, i professori d’università, i letterati, i ricchi mercatanti, l’innumerabile schiera degl’impiegati fanno arti gentili, essi dicono, e cittadinesche; non però hanno nerbo e diritto cittadinesco

Seppur risalente al 1816, l’analisi che Ortis – Foscolo fa della società italiana nell’appassionata lettera del 17 marzo – inserita soltanto nella seconda edizione del romanzo – si rivela attualissima, nonché acuta e pungente nei suoi toni freddi e distaccati.

Quel che manca agli abitanti del Belpaese è, secondo Foscolo, la coscienza civile, lo spirito di cittadini: un vuoto ideologico ha difatti inghiottito la comunità senza risparmiare nessuno dei suoi strati, i quali si mostrano tutti indistintamente vittime del menefreghismo e dell’ignoranza.

Venuti meno gli ideali e la consapevolezza dei singoli di essere ingranaggi di un più ampio meccanismo funzionante solo se c’è collaborazione, non resta che aggrapparsi a classi dirigenti improvvisate, indegne del ruolo che le spetta e, tuttavia, perfettamente consone a rappresentare chi siede su un gradino appena o di molto più basso.

Nelle poche righe buttate giù dall’Ortis vengono così sintetizzate le debolezze di una nazione – anche se al tempo di nazione ancora non si poteva parlare: tagliente come una lama, la penna dell’intellettuale, esiliato e tradito, si rivela capace di lacerare la superficie, di andare a fondo per mirare dritto al cuore di tutte le problematiche che attanagliavano l’Italia e che, tuttora, continuano ad angosciarla. La bellezza e l’efficacia della letteratura, del resto, sta proprio in questo, nel saper consegnare ai posteri nitidi e analitici ritratti di storia che son, poi, ineccepibili riflessi del presente.

Ma se risultano ancora impregnate di vita quelle carte che, scritte «senza vanità, senza studio e senza rossore», vennero messe insieme a formare il capolavoro di Foscolo, non si può dir certamente lo stesso per il personaggio dell’Ortis, eroe inattuale nel suo spirito biblico di sacrificio, nel suo non volersi mischiare alla folla corrotta. Mai egli reciterà «la parte del piccolo briccone»: genio solitario, Ortis preferirà denunciare lo stato delle cose, consegnare alla scrittura il suo grido di disperazione, vendicare la patria senza spargere sangue, seminando semplicemente parole. Incalzando il lettore con il suo modo estenuante di porre domande e rispondere con urlate esclamazioni.

Jacopo, già allora giovane «degno di un altro secolo», non può assolutamente competere con la modernità. La sua virtù appartiene a un passato troppo lontano, ormai irraggiungibile e irrecuperabile. Il suicidio, sbocco naturale di un viaggio doloroso di disillusione, staglia la figura dell’Ortis in una dimensione di immobilità: come Cristo compie un atto irripetibile, versa il suo sangue per gli altri, affinché questi possano erigere una realtà diversa, aperta alle passioni, alla speranza, al vivere civile.

Una realtà che resterà solo un sogno ben chiuso nel cassetto.

Foscolo, dunque, ci ha sì visto lungo, ma fino a un certo punto. Non avrebbe potuto sapere che le cose sarebbero peggiorate. Che non ci sarebbe stato più alcuno spazio per desideri, progetti.

Il sacrificio dell’Italia continua, di fatto, quotidianamente a ripetersi. E con esso quello di tanti Ortis che, alla lotta per la patria, preferiscono la fuga. D’altronde, non hanno altra scelta.

Anna Gilda Scafaro