PD Zingaretti segretario

Che il popolo della sinistra vaghi perduto alla disperata ricerca di un leader, non lo si scopre certo ora. E lo dimostrano le percentuali (66% secondo YouTrend) con le quali Nicola Zingaretti è stato eletto, domenica scorsa, segretario del PD. Percentuali frutto però anche di un altro fenomeno tipico della sinistra italiana, che è quello del riposizionamento sul carro del vincitore. Ma cosa aspettarci dal PD di Zingaretti? Che tipo di segretario sarà?

Chi si aspetta un PD improvvisamente spostato a sinistra, resterà deluso

E non ce ne vogliano gli autori di questo riuscitissimo fotomontaggio se non crediamo che Zingaretti possa rappresentare alcunché di rivoluzionario nel panorama della sinistra italiana. Innanzitutto perché di nuovo c’è ben poco: nonostante le premesse della vigilia, Zingaretti ha condotto una campagna elettorale piuttosto timida, limitando al minimo le proposte di rottura con la recente tradizione del centrosinistra italiano. Forse allo scopo di accreditarsi agli occhi di un “establishment” di partito più moderato, che gli ha garantito una facile vittoria.

È bastato il confronto tra i tre candidati alle primarie, in diretta tv su Sky, per far emergere una sostanziale uniformità nei contenuti di Zingaretti rispetto agli altri due: tutti e tre, ad esempio, contrari a una patrimoniale, tutti e tre contrari al reinserimento dell’articolo 18. E incalzato da Giachetti, l’attuale governatore del Lazio ha categoricamente smentito anche una possibile apertura al Movimento 5 Stelle o agli scissionisti di Articolo Uno – MDP, che era oggetto di intenso dibattito all’interno del PD. In particolare, suona strana la chiusura all’area di Liberi e Uguali, la stessa che gli ha permesso, grazie a una coalizione elettorale, di essere rieletto alla presidenza della Regione nel contesto del disastro del 4 marzo.

Nelle ore immediatamente successive all’elezione del nuovo segretario aveva fatto molto rumore un post su Facebook di Viola Carofalo, capo politico di Potere al Popolo, che aveva denunciato proprio una sostanziale mancanza di discontinuità nel programma politico di Zingaretti.

Oltre alle questioni già riportate dell’Articolo 18 e della patrimoniale, la leader di PaP rimprovera a Zingaretti il sostegno di Minniti – critica un po’ ingenerosa, in verità – e soprattutto le sue posizioni favorevoli alla TAV, che cozzano secondo la Carofalo con la dedica della vittoria a Greta Thunberg, l’attivista 16enne che sta lanciando un movimento globale contro il cambiamento climatico. In effetti, il primo atto del neo segretario il giorno dopo è stato proprio la visita ai cantieri della Torino-Lione; e proprio l’impatto ambientale resta uno dei grandi punti interrogativi riguardo al progetto.

Zingaretti può però giocare un ruolo fondamentale nel restituire attrattività al partito, dopo i danni della stagione renziana.

In quanto a leadership, la figura di Zingaretti ricalca molto quella di vecchie ‘glorie’ del centrosinistra degli ultimi anni come Prodi, Bersani o Gentiloni: profili esperti – quando non propriamente anziani – e senza particolare carisma, che incarnano però bene il ruolo di federatore che è stato spesso richiesto loro per tenere unita una sinistra sempre litigiosa. Le critiche da destra al nuovo segretario sono state rivolte proprio a questo aspetto: Forza Italia ha commentato “È tornata la vecchia sinistra”, mentre Il Giornale ha titolato sulle primarie “Il PD a Zingaretti: tornano i dinosauri”.

Una “forza tranquilla” insomma, come la definiva François Mitterrand a inizio anni ’80; e che del tutto si oppone alla figura divisiva del “rottamatore” impersonificata da Matteo Renzi, alla base della sua prepotente ascesa e della sua altrettanto veloce rovina politica.

Renzi, tra l’altro, ha ancora un grande supporto all’interno del partito, questo è innegabile. E lo dimostrano i pienoni registrati a tutte le presentazioni del suo nuovo libro. Ma è altrettanto innegabile che la sua figura sia ormai invisa a un’ampia fetta dell’elettorato italiano che l’ha tacciato di arroganza; non senza le sue buone dosi di ragione, peraltro.

Zingaretti invece risulta essere una figura di gran lunga più distensiva: va a impattare insomma – anche grazie al fatto di essere ‘il fratello di Montalbano’, facendo leva sul nazional-popolare – su quel sentimento ‘pre-politico’ che orienta una parte dell’elettorato in base all’empatia provata verso quel candidato. Proprio quella sfera emotiva alla quale il PD e il centrosinistra non riescono più a parlare da tempo. Quel “non saper più parlare alla testa, all’anima e al cuore delle persone” che Nanni Moretti denunciava già nel 2002 alla manifestazione dell’Ulivo in Piazza Navona.

Zingaretti può essere il segretario che segna la fine della fallimentare parentesi ‘leaderista’ del PD: partito che per la sua conformazione, che unisce anime profondamente diverse culturalmente e politicamente, probabilmente ha bisogno di una guida che sia pacificante e non così dirompente. Non è un caso infatti che sotto la guida di Prodi il centrosinistra italiano abbia ottenuto le sue uniche due vittorie elettorali contro Berlusconi; o che Paolo Gentiloni risulti tuttora ai primi posti nelle classifiche di gradimento tra i politici del centrosinistra, con Renzi invece relegato tra le ultime posizioni. E non è un caso che, dall’elezione di Zingaretti, il PD abbia ripreso qualche punto nei sondaggi fino ad arrivare, per alcuni, alla quota psicologica del 20%; a pochi punti percentuali dal M5S.

Infine, un segretario poco ‘ingombrante’ può favorire la crescita di una nuova classe dirigente alle sue spalle.

È evidente che l’ala liberal del PD abbia effettuato un’importante opera di ricambio generazionale, eleggendo Renzi a suo ‘padre-padrone’; chiunque voglia tentare la scalata ai vertici di quell’area politica, ora, dovrà fare i conti con una figura di certo non di secondo piano come quella dell’ex sindaco di Firenze. È altrettanto evidente, all’inverso, che l’ala sinistra sia invece rimasta orfana o di una classe dirigente ormai invecchiata (Bersani, D’Alema…) o di un ricambio generazionale mai sbocciato pienamente – anche per propri limiti e demeriti – e ora distanti, su molte posizioni, dal PD (Civati, Fratoianni, Speranza).

Zingaretti, nonostante la sua smentita di facciata, può rappresentare l’elemento di congiunzione tra un partito in cui ormai di sinistra resta poco, e tutto ciò che invece ruota intorno all’emisfero sinistro del PD; dal quale finora si è tenuto alla larga per – reciproca – repulsione. Ma soprattutto, può favorire la nascita di una nuova generazione di politici. Una nuova classe dirigente che superi i limiti palesati dall’ultima generazione, incapace di far valere le proprie idee nel contesto di un partito largo, e che si è fatta mangiare dal renzismo da un lato e dal populismo a 5 Stelle dall’altro.

E di nuovo, il pensiero va a Nanni Moretti che in quello stesso discorso del 2002, tuonava: «Il problema del centrosinistra è che per vincere bisogna saltare due, tre o quattro generazioni. […] La verità è che con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai». Chissà se qualcuno, nel PD, ha mai ascoltato questo discorso. Ecco, ascoltarlo – e poi magari metterlo in pratica – potrebbe essere il primo compito a casa per il segretario Zingaretti.

Simone Martuscelli