Dignity not destituition Oxfam

Il dossier di Oxfam pubblicato lo scorso 9 aprile con il titolo “Dignity not destituition” risulta essere fondamentale per chi decide di proiettarsi verso le conseguenze globali, a breve e lungo termine, del CoViD-19. Leggendo il documento, la prima evidenza risulta essere una catastrofica previsione nei riguardi del mondo economico post-pandemia. Si parla di mezzo miliardo di persone che rischiano di vivere sotto la soglia di povertà: questo il dato lampante ed immediato. Tuttavia, al di sotto di questo scioccante numero, lentamente viene fuori la vera natura del dossier. Esso è in tutto e per tutto un manifesto politico con un programma che, seppur non definito nei minimi dettagli, lascia poco spazio all’immaginazione e a soluzioni da inventare.

Alternando a ricette economiche dichiarazioni di intenti dall’accezione più ideologica e morale, “Dignity not destituition” si oppone a tutto ciò che è già stato dichiarato ampiamente fallace nella pratica: paradigma neoliberista mondiale, sovranismo globale accelerato dalla crisi economica del 2008 basato su protezionismo, politiche di austerity e contrazione dei diritti. Esso riesce, seppur senza criticare il capitalismo nelle sue radici più profonde, a ribaltare la visione dominante per affermare che tutto ciò che ci aspetta non può trovare risposta in meccanismi guidati dal mero interesse nazionale.

L’obiettivo è quello di riuscire a sopravvivere, in primis alla malattia e in secundis allo shock economico. A dover essere rivoluzionata è la mentalità neocapitalistica, stratificatasi sulla falsa idea che a dover pagare siano sempre i subalterni, ai quali un giorno sì e l’altro pure viene chiesto questo o quel sacrificio. Il dossier fornisce una serie di misure che possiamo definire ideologiche il cui obiettivo è quello di imporre un progressivo passaggio da un mondo basato sul gap di genere, di salario e di accesso alle risorse, anche a quelle più banali come sanità e diritto all’abitazione, a un mondo fondato sull’equità. Qual è la chiave di volta del passaggio da un’uguaglianza formale a una sostanziale? La risposta non è scontata: smettere di fare della politica l’ancella dell’economia e restituire alla prima una sua propria autonomia e preminenza. Non ci sono più scuse, il mondo si migliora attraverso la volontà politica.

Il dossier, in particolare, si occupa di alcuni temi che in tempo di emergenza sembrano essere stati messi da parte per lasciare spazio a una dialettica di frontiera e di guerra di fronte alla quale ogni altra questione sembra destinata a soccombere. Alla contrapposizione noi/loro e alla marginalizzazione delle discussioni sui diritti umani l’Oxfam risponde ancora una volta ribaltando il punto della discussione. Al centro dell’attenzione le donne che lavorano nei settori informali come quello contadino o turistico: esse si trovano nella condizione peggiore, posizionandosi come subalterne tra i subalterni. Si stima che in Kenya le donne lavoratrici costituiscano più del 90% della forza lavoro “sotterranea” e che rischino più degli uomini non solo di rimanere senza fonte di sostentamento da lavoro salariato, ma di subire ulteriori discriminazioni e violenze di genere, sia fuori che dentro casa.

Passa poi in rassegna la condizione dei migranti e dei rifugiati i quali, onnipresenti nelle agende politiche pre-CoViD-19, sembrano essere scomparsi. I migranti non sono più “la Questione” proprio nel momento in cui la loro legalizzazione, la cittadinanza e la conseguente concessione di diritti (il cui fondamentale è quello di accesso alle cure e quindi il diritto alla vita) dovrebbero essere un caposaldo, un’ovvietà di questa crisi. Viene sottolineata l’urgenza nel procedere a misure e leggi che riescano a integrare una qualche tipo di tutela per tutti i lavoratori impiegati in settori che pullulano di illegalità e informalità. Solo nell’America Latina e nei Caraibi sarebbero circa 140 milioni i lavoratori che non godono di alcun sussidio di disoccupazione né sanitario.

Gli studenti, costretti a casa senza accesso alla didattica online, e i disabili devono essere i destinatari di leggi che si preoccupino di una democratizzazione del welfare. Si parla di diritto all’abitare e della necessità per le istituzioni finanziarie internazionali, in primis il FMI, di ridurre il gap tra pratica e teoria sulle questioni di uguaglianza di genere ed economiche. Il dossier si ispira al principio di proporzionalità che deve sussistere tra le misure emergenziali di contenimento e la tutela dei diritti umani. L’Oxfam propone, nella fase di ripresa, una collaborazione tra governi degli Stati e cittadini attivi per la socializzazione e monitorizzazione delle decisioni atta a scongiurare qualsiasi tipo di corruzione e di limitazione delle libertà.

Le misure necessarie scaturite da “Dignity not destituition” devono essere immediate e richiedono una decisa volontà politica: il contratto sociale tra Stato e cittadini deve mutare. Il numero di vittime, sebbene già alto, rischia di aumentare a causa delle complicazioni economiche. Rischia di essere un numero di vittime dato dalla fame e dall’impotenza del singolo cittadino di fronte a una situazione sociale, politica, economica e psicologica labile e oppressiva. Questo nuovo contratto sociale deve, senza se e senza ma, far cessare l’accumulo forsennato di privilegi e tendere a una redistribuzione dei benefici; inoltre per essere più mirato il mutamento dovrà avvenire seguendo le linee direttrici del femminismo, dell’ambientalismo e dell’uguaglianza sostanziale.

Le parole utilizzate nel dossier non lasciano scampo a chi cerca di arrampicarsi sugli specchi dell’economia e cerca di far ritornare in auge le vecchie e odiate politiche di austerity: o rivoluzioniamo il nostro modo di gestire i rapporti con il pianeta e con i nostri simili o barbarie.
Non sarà il nuovo Manifesto di una sinistra radicale, ma ha in sé una buona dose di spunti per poter immaginare, seppur con le limitazioni di uno scenario liberal-borghese e in un’ottica che non possiamo definire rivoluzionaria, un mondo che sia, se non giusto, quantomeno più equo.

Michela Partucci

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