coronavirus guerra
Fonte: Al Jazeera

C’è chi, in questi giorni, ha sintetizzato lo scenario sociale da Coronavirus come scenario di guerra. La percezione di essere in guerra è netta anche tra la gente rinchiusa nelle prigioni (di lusso però) delle proprie abitazioni. Tuttavia l’equiparazione pandemia-guerra la può fare solo chi è vissuto da sempre nella pace, non chi si trova in Yemen, Siria, Palestina e sa bene le differenze.

Esistono due modi per guardare il mondo: con gli occhi della guerra e con gli occhi della pace. Chi ha avuto il privilegio di nascere nelle democrazie occidentali non conosce il fischio delle bombe, la puzza di cadavere per strada, l’odore della paura. Gli occhi di chi è nato nella pace sono abituati alla libertà, a muoversi nella comfort zone, a prenotare viaggi vacanze, ad andare nei centri commerciali e quando le libertà di cui godeva senza accorgersene gli vengono negate ecco che pensa di trovarsi in guerra.

Ma la guerra è altro. In guerra non viene imposto alla popolazione di starsene a casa sul divano a fare zapping tra i canali televisivi, in guerra si scappa, anche dalle proprie case e non si attende un decreto ministeriale speranzosi che contenga perlomeno la possibilità di fare jogging. Chi vive la guerra aspetta un cessate il fuoco, piuttosto che un cargo con aiuti umanitari: sogna pane e tregua. L’effetto del Coronavirus è la percezione di un coprifuoco continuo, ma basta affacciarsi alla finestra per vedere che nessuna casa è stata bombardata, che non ci sono carri armati e che l’esercito non spara proiettili, al massimo sanzioni amministrative. Per fortuna.

Di palmare evidenza che nel retaggio sociale occidentale l’imposizione di limiti è inconcepibile e contrastante con la cultura di massa impantanata nel senso di onnipotenza e onniveggenza (basta qualche restrizione in più per farci parlare di guerra), così come è di palmare evidenza che definire una pandemia come una guerra è indelicato e inopportuno per chi la guerra la sta quotidianamente vivendo da anni.

Il lessico utilizzato dei media è propriamente bellico: medici sul fronte, bollettini giornalieri di morti e guariti, l’Italia in trincea e questo da un lato pietrifica le coscienze in un conflitto armato che non esiste, dall’altro tende a svestire dai panni di umano chi fronteggia il Coronavirus in corsia e chi lo fronteggia da contagiato, per fargli indossare la divisa di eroi e supereroi. Si sviluppa così un capovolgimento narrativo; gli umori popolari già fragili sostituiscono la realtà con la metafora e la realtà diventa una confusa distopia.

Amplificando lo scenario in Occidente e utilizzando la parola guerra in luogo di pandemia o crisi sanitaria opera automaticamente il declassamento emergenziale in paesi come Yemen, Siria, Palestina, vedendola come emergenza a latere.

In Yemen parlare di emergenza è perlomeno insufficiente, come anche parlare di guerra. Del Paese entrato nel sesto anno di guerra tra la coalizione guidata da Arabia Saudita e i ribelli Houthi, resta un bilancio di circa centodiecimila morti (di cui dodicimila civili), undici milioni di persone a rischio sanitario, carenze igieniche (la popolazione non ha accesso a fonti d’acqua pulita); afflitto dal colera che in tre anni ha già contagiato due milioni di persone (e si prevede un nuovo picco nella stagione delle piogge). In più il 90% degli ospedali sono distrutti o abbandonati. Milioni gli sfollati.

L’OMS ha dichiarato che per ora in Yemen non ci sono casi di Coronavirus, tuttavia è solo una questione di tempo. «Lo Yemen ha bisogno che i suoi leader concentrino ogni minuto del loro tempo per evitare e mitigare le conseguenze potenzialmente disastrose di un focolaio di COVID-19», ha affermato l’inviato dell’ONU Yemen Martin Griffiths.

Nel frattempo in quella che è stata battezzata la peggior crisi umanitaria del mondo, nonostante le proposte di un cessate il fuoco, imperversano attacchi aerei: l’ultimo il 30 marzo sulla capitale Sana’a. Se il virus arrivasse in Yemen con buona pace si potrebbe parlare di tempesta perfetta; di collasso totale dei civili già arrivati allo stremo.

Coronavirus: parlare di guerra in Occidente è uno schiaffo a Yemen, Siria, Palestina
Detenuti palestinesi nelle carceri israeliane
[Fonte: internazionale.it]

In Occidente non si può parlare di guerra, in scenari come Siria e Palestina sì: la guerra di certo non riconosce diritti inviolabili e invece in Italia abbiamo il paracadute della Costituzione che riconosce la salute quale bene primario, abbiamo l’Istituto Superiore di Sanità, le misure economiche varate per tappezzare l’assenza di stipendio e tutte le garanzie della democrazia. Abbiamo una protezione civile che in Palestina è protezione incivile: da anni in un carcere a cielo aperto, da decenni in lotta per un territorio che legittimamente gli spetta.

A Gaza il Coronavirus è arrivato, aggravando la disoccupazione e lasciando sul lastrico della povertà le famiglie dei manovali che prima delle restrizioni anti-Coronavirus di Netanyahu si recavano in Israele per lavoro. Finora si sono registrati centoventidue contagi in Cisgiordania e dodici a Gaza, ma il rischio che in Palestina si sviluppi un focolaio come la Lombardia è alto e il rischio che non siano dal punto di vista sanitario pronti a fronteggiare l’emergenza, più che un rischio è un dato di fatto. Cresce l’allarme per gli oltre cinquemila prigionieri politici palestinesi, di cui uno è già stato contagiato.

Se nei Paesi occidentali che dispongono di tecnologie avanzate e risorse sanitarie fronteggiare il virus è faticoso, immaginiamo in Siria: entrata nel decimo anno di guerra, con il 50% degli ospedali distrutti, carenza di medici, oltre mezzo milione di morti e milioni gli sfollati (spesso ammassati in campi profughi).

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è registrato il primo decesso con Coronavirus in Siria e ciò basta per far scattare l’allarme di un potenziale focolaio in una zona in cui le misure di distanziamento sociale sono utopiche, le misure dei governi procedono a scoppio ritardato e si millantano tregue fittizie.

In un momento storico di intrinseca difficoltà urge polarizzare il lessico verso la realtà senza filtri e senza fantasiose allusioni. Basterebbe chiamare le cose con il loro nome, ché l’ipertrofia linguistica non ci manca. La guerra è un concetto che di per sé disumanizza, quando ciò che occorre in questa pandemia è proprio l’umanità.

Melissa Bonafiglia

Melissa Bonafiglia
Giornalista pubblicista. Studentessa di giurisprudenza. Presidentessa dell'Associazione "Omnia". Credo che l'attivismo socio-politico, in specie l'interesse verso questioni collettive, sia l'unico modo per ricercare la giustizia laddove regnano soprusi, sia anche uno dei tanti modi per onorare la libertà: la lotta per ciò è continua e inarrestabile.

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