Pearl Jam, «Gigaton»: il Classic Rock del nuovo millennio
Pearl Jam Gigaton (PearlJamOnline)

I Pearl Jam hanno pubblicato – il 27 marzo 2020 – il nuovo album intitolato Gigaton. Il quintetto grunge/alternative rock di Seattle giunge così all’undicesimo album a distanza di sette anni dal penultimo: Lightning Bolt.

L’ultima e violenta rivoluzione del rock, nata negli anni ’90 a Seattle, è stata costellata da molteplici successi e da altrettante tragedie. Le principali band grunge,  dai Nirvana agli Alice in Chains, dagli Stone Temple Pilots ai Soundgarden, hanno subito lutti dolorosissimi, invece i Pearl Jam indenni hanno proseguito il loro cammino sulle orme delle proprie idee musicali.

Forse il grunge è morto con Kurt Cobain quel dannato 5 aprile del ‘94, ma nonostante ciò i Pearl Jam hanno reinventato il proprio sound divenendo una  rock band iconica che riesce ancora a comporre inediti significativi. Lo storico frontman Eddie Vedder con la sua voce incantevole e graffiante riesce ancora a far vibrare le corde dell’anima e a smuovere le coscienze di milioni di ascoltatori.

Gigaton è l’album che probabilmente compendia al meglio tutte le caratteristiche sonore e testuali della band californiana. L’immagine di copertina è estremamente evocativa: Ice Waterfall, una foto del fotografo ambientalista Paul Nicklen che ritrae lo scioglimento della calotta di un ghiacciaio dello Nordaustlandet in Norvegia. Da qui il titolo dell’album, infatti in climatologia il distaccamento del ghiaccio ai poli si quantifica con l’unità di misura detta il «gigatone», ed equivale a un miliardo di tonnellate. L’album è composto da dodici brani per una durata complessiva di 57 minuti circa, l’elemento caratterizzante è sia la sua armoniosa eterogeneità giacché è un vero e proprio caleidoscopio d’immagini e di suoni ben interconnessi, sia il suo costante richiamo a una natura primigenia che l’uomo sta devastando ormai.

Indubbiamente è un album che non s’avvicina minimamente al disco capolavoro d’esordio: Ten, però va a consolidare e al contempo ad arricchire lo stile musicale classic rock del nuovo millennio.

Pearl Jam (La Repubblica)

Gigaton: track by track

L’opening  dell’album è affidata a Who Ever Said, un classico brano grunge con sonorità chitarristiche secche e taglienti e con la voce pulita e intensa di Vedder che ripete più volte la frase riflessiva: «All the answers will be found in the mistakes that we have made». In seguito c’è un ottimo assolo del chitarrista M. McReady che rimanda ad atmosfere new wave.

La seconda traccia è Superblood Wolfmoon, un viscerale brano garage rock scritto interamente da E. Vedder che rimanda al tipico sound anni ’90. A metà canzone c’è un notevole assolo di chitarra che anticipa il riff iniziale della traccia successiva. Questo brano è una sorta d’interludio a quello che è il singolo più sperimentale e più coraggioso dell’intero album.

Dance of the Clairvoyants ( M&B Music Blog)

La terza traccia è la controversa Dance of The Clairvoyants, singolo spiazzante che si discosta totalmente dagli standard musicali della band californiana. Enfasi sul basso, sulle tastiere e groove quasi anni ‘80, è un mix tra new wave e post-punk che ricorda le sonorità dei Talking Heads. Dance of The Clairvoyants è un brano veramente pregevole, al di là delle polemiche mosse dai fan tradizionalisti. Vedder canta divinamente in bilico tra ira e paura, e ciò rispecchia pienamente il senso del brano: una rabbia speranzosa.

La quarta traccia è Quick Escape, un midtempo con una potente sezione ritmica su cui s’innestano le chitarre con riff  e soli adrenalinici. Questo brano è un sussulto musicale che esprime il risonante influsso del rock anni ‘70, infatti contiene vari riferimenti ai Queen e ai Led Zeppelin – in particolare a Kashmir – e persino alla beat generation con Kerouac. Dunque è l’ardua ricerca di spazi incontaminati durante l’eterno conflitto con il proprio sé. Vedder svolge inoltre una violenta invettiva nei riguardi di Trump: «Crossed the border to Morocco/ Kashmir then Marakesh/ The lengths we had to go to then/To find a place Trump hadn’t fucked up yet».

La quinta traccia è Alright, una ballad oscura scritta interamente dal bassista J. Ament, che fa rifiatare l’ascoltatore e riappacifica la mente con atmosfere cogitative. La voce di Vedder rappresenta un lume che  ci guida verso un futuro migliore attraverso un mondo sommerso dalle tenebre.

La sesta traccia è Seven O’Clock, con i suoi sei minuti di durata è la più longeva dell’album. Qui i Pearl Jam si dilettano in un’altra ballad dai rimandi onirici e minimal folk con l’intento di ricreare una parentesi intimista. Chitarre acustiche, tastiere e voce magnetica proiettano l’ascoltatore in un universo con echi floydiani. Il brano è un inno alla natura selvaggia e alla vita libera, oltre a essere un omaggio ai nativi americani, tra cui Toro Seduto che purtroppo è stato spodestato da Sitting Bullshit, ossia Trump.

La settima traccia è Never Destination, i decibel aumentano nuovamente e si ritorna alle sonorità punk-rock. Il brano è un omaggio a Bob Honey, assassino/protagonista del romanzo satirico di Sean Penn.

L’ottava traccia è Take The Long Way, altra andante punk-rock song scritta interamente dal batterista M. Cameron. Il brano infatti è una dedica all’amico scomparso: Chris Cornellfrontman dei grandiosi Soundgarden.

La nona traccia è Buckle Up, scritta interamente dal chitarrista ritmico S. Gossard, e con i suoi tre minuti circa di durata è la traccia più breve dell’album. Una sorta di ballata dominata da arpeggi di chitarra ipnotici e da una voce suadente e delicata.

La decima traccia è Comes Then Goes, rispecchia pienamente lo stile cantautorale di Vedder con richiami a Springsteen, ai The Who e alla sua opera magna Into The Wild. Brano evocativo e malinconico dalle tinte folk-blues. Probabilmente anche quest’ultimo è in memoria dell’amico Cornell.

L’undicesima traccia è Retrograde, una soave ballad sempre dal sapore cantautorale che ricorda molto Sirens, brano contenuto nel penultimo album. Un brano che riflette in pieno il sound armonioso e ben calibrato della band.

La dodicesima e ultima traccia è River Cross, Vedder l’aveva già proposta da solista durante i suoi concerti, suonandola su un organo del 1850. Il brano è un malinconico slow-tempo che inizia con delle percussioni e con quell’organo così solenne, per poi lasciare spazio alla voce soave di Vedder che si erge e s’inabissa tra le varie sonorità strumentali. Il singolo è un canto di denuncia e di speranza, è un invito a dirigersi controcorrente e contro il malcontento perché l’unico modo per vivere è cercare di affrontare le proprie paure e giungere alla luce coltivando le positività. Vedder recita: «I want this dream to last forever». Questo brano racchiude perfettamente l’organicità sonora e l’evoluzione storicomusicale dei Pearl Jam.

“Pearl Jam live at Stadio Euganeo” Concerto dei Pearl Jam a Padova presso lo Stadio Euganeo. Padova 24 Giugno 2018. In the Picture Eddie Vedder (Photo by Roberto Silvino/NurPhoto via Getty Images)

Gigaton è un album che si ricollega alla grande storia del rock, anche se la nostra è un’epoca oscura il rock continua a ribadirci che esiste il bello e la possibilità di coglierlo può consentirci di squarciare le avvolgenti tenebre e redimerci dalla mediocrità e dalla cecità. Quest’album mette a nudo l’intera società, con le sue debolezze, le sue contraddizioni e i suoi rischi connaturati. I Pearl Jam con la loro proverbiale rabbia incarnano l’urlo di generazioni inascoltate, incarnano l’urgente necessità di una speranza concreta e quindi d’una lotta incisiva che possa salvare l’umanità dalle drammaticità che attraversa.

Gigaton si conclude con le parole: «Condividi la luce, non ci terranno fermi». La luce è salvezza e se condivisa, forse, illuminerà un mondo per ora troppo spento.

Gianmario Sabini

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui