Vita e Morte, pulsioni, fusioni e armonie degli opposti

«La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, significante niente».

Così scrisse W. Shakespeare nella sua opera più complessa e affascinante: Macbeth. Opera dove traspare il rapporto tra gli opposti, tra l’essere pregno d’ambizione e desiderio di potere, e il non-essere che affiora dal delitto, dalle paure, dalle pulsioni più recondite. Quando le streghe si rivolgono a Macbeth, il futuro re di Scozia, dicendogli: «Il bello è brutto, il brutto è bello»; s’avverte quel senso di contrapposizione dei paradigmi, dei caratteri universali che l’uomo percepisce e conosce; che però in realtà coesistono e si mescolano in un costante processo diveniente senza una possibile e definita distinzione.

Infatti, non sussiste  alcuna definizione, idea, ecc., che non venga scalfita dal tempo, che non muti, che non si contamini nell’opposizione col diverso, e che a sua volta non trasformi le prospettive di chi ne è attratto e colpito. Questa tensione ambigua ci dilania, Shakespeare la rende vivida lungo tutta l’opera; si manifesta sommessamente e violentemente una visione oscura del futuro, una continua ricerca di certezze, che gradualmente si frantumano e si disperdono come le volubili volontà degli uomini. Infatti il re Macbeth sacrifica la sua intera vita e la sua coscienza per inseguire quel inappagabile bisogno di sicurezza. Una sorta di lotta inesausta tra la pulsione che tende al piacere e un principio di realtà esterno, che incombe sulle azioni degli uomini e ne decreta il successo o il fallimento.

S. Freud ne Il Disagio della Civiltà ci dà degli spunti per provare ad analizzare questi moti latenti. Egli parte dalla considerazione che ogni uomo desidera la felicità, ma i limiti imposti dalla natura e dalla società spesso gli impediscono di raggiungere la meta. Gli uomini primordiali, a suo avviso, erano senza dubbio più liberi degli uomini moderni ma rischiavano la pelle ogni giorno, mentre nella più comoda civiltà possono accontentarsi di surrogati. La società, infatti, mette a disposizione attività e comportamenti per sublimare le pulsioni libidiche nel modo più inoffensivo come l’arte e la scienza. Nella società, persino l’amore si trova imbrigliato da mille regole che spingono alla monogamia e alla fedeltà e deviano una parte della forza erotica verso forme di amore inibito nella meta, come quello per amici e parenti. Un necessario compromesso, teso al benessere del singolo nel rapporto inter-soggettivo con altri singoli.

Ma allora perché la società non è un luogo paradisiaco dove tutti amano gli altri come se stessi?

Perché l’uomo è aggressivo, è famelico, e ambisce continuamente a saziare i suoi appetiti, a migliorare la sua vita, anche in maniera cieca e meschina, se necessario. Si può immaginare un conflitto eterno tra la distruttività (Thanatos) e il piacere (Eros). Opposti che si alimentano nella loro stessa opposizione, che dirigono la breve, complessa e inesorabile evoluzione dell’uomo, che nel tempo della vita e della morte, forgia infinitesimali differenziazioni, e procede per errori.

Se la vita è identificabile come essenza unitaria proprio a partire dal suo procedere dialettico per crisi, contrasti, negazioni e creazione di equilibri sempre nuovi, necessariamente per conservarne l’unità, bisogna riconoscerne la natura anti-logica. Il contrasto, la crisi, l’errore, la caduta a situare il vivente in un presente che dischiude svolgimenti imprevedibili e improvvisi. L’interrompersi repentino del normale precedere del corso vitale non solo ristruttura profondamente le relazioni con l’esterno ma fonda e costruisce l’identità del vivente stesso che trova nell’inquietudine, nel rivolgimento e nel divenire, la sua dimensione più propria. Soltanto facendo esperienza della dimensione patica, della possibilità dell’annullamento, il vivente può ricavare dalla morte continua, dalla caducità del suo stesso essere e dalla instabilità dei suoi atti le risorse per trasformarsi e divenire, ritrovarsi e rinascere.

La realtà ha forse un senso?

La realtà di per sé è priva di scopi, nessuno dà all’uomo, né Dio, né la società, né i suoi genitori e antenati, né lui stesso, le sue proprie caratteristiche. Nessuno è responsabile della sua esistenza, del suo essere costituito in questo o quel modo, di trovarsi in quella situazione o in quell’ambiente. Egli non è la conseguenza di un personale proposito, di una volontà, di uno scopo. Il dubbio ci attanaglia, siamo giunti a una contraddizione; non possiamo che provare a comprendere una possibile visione eraclitea di armonia degli opposti in un costante divenire nel tempo, nella ciclicità di vita e di morte.

C. Baudelaire ne la sua poesia Il Gusto di Niente, recita:

«E il tempo m’inghiotte minuto dopo minuto,
come fa la neve immensa.
Io contemplo dall’alto la terra in tutta la sua circonferenza,
e io non ci cerco più il riparo.

Valanga,vuoi tu portarmi con te nella tua caduta?

Vi siete mai chiesti cos’è il nulla?».

La fine della speranza coincide con la morte; si può capovolgere il ben noto detto in finché c’è speranza c’è vita. La speranza è la linfa della vita, è la promessa di un recupero del paradiso perduto che ci consente di sopportare la nostra esistenza materiale. Essa fa diventare persino la morte un’occasione di tale recupero. Si crea, così, un paradosso. L’angoscia di dissolversi nel nulla si fonde con l’aspirazione di ricongiungersi al tutto, a quella vita spesso oppressa dal desiderio indomabile, si prova superare gli angusti limiti della nostra esistenza individuale, ricongiungendosi al sé come parte dell’universale, come tassello singolare di un’immensa pluralità.

Qui forse si fondono gli opposti, perché l’ombra prepara lo sguardo alla luce. Forse potremmo parafrasare Shakespeare: “La vita è la morte, la morte è la vita.”

Gianmario Sabini

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