taglio dei parlamentari Parlamento proporzionale
Fonte: termometropolitico.it

Il taglio dei parlamentari, la proposta di legge approvata dall’attuale Parlamento lo scorso 8 ottobre, cambierà in ogni caso lo scenario delle prossime elezioni. In termini di rappresentatività le conseguenze della riforma potrebbero depauperare l’essenza della Carta Costituzionale, se non accompagnate da una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, e non solo.

La Costituzione italiana, centotrentanove articoli, cardine della democrazia rappresentativa, si presenta come un sistema di connessione di articoli e commi, tessuti in una prospettiva di unità e complementarietà. Toccare la colonna portante della Repubblica italiana solleva automaticamente dubbi e perplessità, soprattutto quando la modifica è fatta in un contesto scandito da crisi politiche animate da sentimenti di bipolarità dei partiti.

Il taglio dei parlamentari ha sollevato gli umori e gli entusiasmi popolari e politici: una promessa mantenuta per i politici (coinvolti in una ostentata gara tra chi è meno attaccato alla poltrona), un risparmio economico per i cittadini. Oltre il panegirico mediatico, la riforma Fraccaro sul dimezzamento del Parlamento è una double face, che se non presa con le giuste accortezze e soprattutto se non inserita in una prospettiva di più ampie riforme coerenti con il sistema, tra cui una legge elettorale proporzionale, potrebbe fungere da detonatore dei cardini della democrazia rappresentativa.

I Padri Costituenti scelsero un numero alto di parlamentari affinché il pluralismo istituzionale fosse garantito nell’emiciclo del Parlamento; quel principio pluralistico che è indice di democraticità, che tutela e riconosce la moltitudine di sensibilità e valori politici, culturali, religiosi, cartina di tornasole della protezione delle libertà individuali, delle minoranze; principio che garantisce la rappresentanza delle varie sfumature di pensiero che la stessa Costituzione all’art. 5 protegge e racchiude, con eguale valore, in un unico contratto sociale asserendo “La Repubblica, una e indivisibile“.

Il taglio dei parlamentari da 945 a 600 (400 alla Camera, 200 al Senato), con la modifica degli articoli 56 e 57 Cost., implica una riduzione dei costi, ma anche una riduzione del principio di rappresentanza politica in Parlamento che la riforma del sistema elettorale deve necessariamente compensare.

In questi giorni un filo di vento ha mosso lo stagno della riforma della legge elettorale, infatti si è svolto un primo incontro della maggioranza per presentare, entro il 20 dicembre, un testo di proposta in Commissione, e sono stati esclusi fin da subito modelli basati su collegi uninominali maggioritari e modelli di proporzionale puro. Per ora bozze, accordi, intenzioni, ma per approdare a una legge elettorale c’è ancora tanta strada da percorrere, in salita e vacillante soprattutto per l’eredità di incostituzionalità tramandataci da alcune delle precedenti leggi elettorali.

Per approfondire la delicata questione ex professo abbiamo intervistato Andrea Patroni Griffi, costituzionalista, docente universitario di istituzioni di diritto pubblico e Presidente dell’associazione “Per l’Europa di Ventotene”:

Mentre si aspetta di capire l’esito della proposta di legge, poniamo una riflessione sulle conseguenze in termini di rappresentatività di un Parlamento ridotto a seicento esponenti. Per riequilibrare, basta la riforma della legge elettorale?

“La riduzione del numero dei parlamentari è stata una riforma elettorale ampiamente condivisa in Parlamento. Una riforma che si presta ad una pluralità di letture che, a mio modo di vedere, dipendono in primo luogo dal contesto delle riforme in cui si va inserire e non solo con riferimento alla certamente necessaria riforma elettorale.

Mi spiego meglio: occorre ragionare sul quadro della dinamica complessiva della nostra forma di governo parlamentare che conseguirebbe non solo alla riduzione del numero dei parlamentari, ma anche alla modifica del sistema elettorale da adottare, alla riforma relativa all’iniziativa legislativa rafforzata. E ancora bisognerebbe considerare le ragioni della crisi del sistema dei partiti, la debolezza della democrazia interna agli stessi, nonché di quale Seconda Camera si intende ragionare in una prospettiva di ulteriore riforma. Tutto ciò, peraltro, in un quadro dove aleggiano voci politiche favorevoli al superamento del divieto di mandato imperativo.

Si tratta di profili che certamente impattano sui cardini della democrazia rappresentativa. In un quadro così composito e legato ad una pluralità di variabili è difficile dare un giudizio sulla riforma del taglio dei parlamentari quale strumento di possibile indebolimento della democrazia rappresentativa piuttosto che occasione di razionalizzazione dell’organizzazione delle Camere. Senza dimenticare che il taglio dei parlamentari può far assumere diversa lettura alle norme costituzionali relative alle elezioni degli organi di garanzia. Si tratta di questioni estremamente delicate.”

Nello scenario partitico attuale c’è una sorta di manicheismo tra i fan del proporzionale e del maggioritario. Quale scegliere?

Non esistono risposte univoche alla domanda. Da studioso non si può non rilevare che non esiste una sola soluzione da individuare come ottimale. In verità esiste un rilevante arcipelago di sistemi maggioritari e il sistema proporzionale conosce possibili correttivi che incidono in modo notevole sul suo concreto funzionamento. Quel che è certo è che il sistema elettorale decide le regole del gioco, se così possiamo dire, ed è bene che alla sua determinazione concorrano tutti, maggioranza e opposizione, per quanto è possibile. Ancor di più dopo l’eventuale conferma della riduzione del numero dei parlamentari occorre garantire nel meccanismo delle regole elettorali un ragionevole contemperamento tra le esigenze della rappresentanza e quelle della governabilità.

Personalmente ho sempre ritenuto un valore positivo il raggiungimento di una più matura democrazia dell’alternanza, senza più spazi per le vecchie cosiddette deleghe in bianco ai partiti. Sarebbe fondamentale, cioè, tornare ad assicurare una più chiara corrispondenza tra l’espressione del voto degli elettori e l’individuazione della maggioranza di governo successiva alle elezioni”.

Insomma, le vicende politiche degli ultimi anni sono sintomo di necessità di una democrazia più matura. Ed ecco dunque la vexata quaestio: l’attuale Governo ha i requisiti per renderla più matura? E le riforme costituzionali passate e future rispondono a tal uopo o trasudano ancora populismo da campagna elettorale?

Melissa Aleida

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