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«Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni. È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.»

Se n’è andato con il sorriso Lorenzo Orsetti, combattente YPG in Siria, ricordandoci che ‘ogni tempesta comincia con una singola goccia‘ ed invitandoci ad essere quella goccia. Se n’è andato lasciandoci un messaggio d’amore e un invito a non abbandonare la speranza in un cambiamento.

Ma chi era Lorenzo Orsetti?

Secondo l’ISIS, che ha annunciato la sua morte su Telegram, era un “crociato italiano“. Secondo la stampa italiana era un foreign fighter.

Foreign fighter, tra le due, è la definizione che fa più male. Sì è vero, Lorenzo Orsetti era straniero in Siria, dove era andato per combattere tra le file delle YPG, ma può per questo essere definito un foreign fighter?

Foreign fighters è il termine con cui i media occidentali fanno riferimento ai cittadini europei e statunitensi che si sono uniti alle fila dell’ISIS per combattere in Siria. Lorenzo e i suoi compagni combattevano contro l’ISIS in Siria e sono stati uccisi. Come possiamo usare lo stesso termine per definire i combattenti di due schieramenti opposti?

Tuttavia l’utilizzo di questo termine non ci sorprende. Nel grande calderone della “lotta al terrorismo”, dipendendo da quale punto decidiamo di guardare, le milizie YPG e YPJ sono considerate o meno gruppi terroristi.

Per Erdoğan non ci sono dubbi: qualunque gruppo affiliato al PKK è una cellula terrorista.

Ma è davvero così?

In un’intervista a Radio Onda Rossa rilasciata a marzo, Lorenzo Orsetti spiega chiaramente chi è e chi sono i suoi compagni «siamo combattenti rivoluzionari noi, non siamo un esercito di soldati regolari».

«Si spera che questa volta il mondo non si girerà dall’altra parte»

I volontari che si uniscono alle YPG non sono mercenari in cerca di denaro, ma giovani che supportano un progetto sociale e politico di convivenza in Rojava. Certo anche i volontari che combattono per l’ISIS sono giovani che lottano per un progetto sociale, ma le somiglianze finiscono qui.

Il Rojava è un esperimento di “rispetto e di comunione“, un tentativo di unire i popoli che abitano la regione (curdi, arabi, assiri, yazidi, armeni…) attraverso un’idea politica comune, un’ideologia di rispetto reciproco per le diversità etniche, religiose, di genere.

Senz’altro un progetto diverso da quello dell’ISIS. Come possiamo accomunare, utilizzando lo stesso termine, Lorenzo Orsetti e gli autori dell’attentato al Bataclan?

Sarebbe come mettere sullo stesso piano George Orwell e gli squadroni fascisti che hanno combattuto al fianco di Francisco Franco nella Guerra Civile spagnola.

I soliti sospetti

Forse un motivo per questa ‘mescolanza’ c’è. Una grande parte dell’establishment politico italiano non vuole riconoscere il progetto politico del Rojava, forse perché un po’ troppo “di sinistra” per i gusti di qualcuno (o più meschinamente perché la real politik e gli interessi economici suggeriscono di supportare questa o quella grande potenza).

La sovrapposizione del termine foreign fighters per definire tanto i combattenti schierati al fianco dell’ISIS quanto i combattenti delle YPG ha delle ripercussioni che vanno aldilà della linguistica.

La richiesta di sorveglianza speciale della Procura di Torino per cinque volontari che sono ritornati in Italia dal Rojava va proprio in questa direzione. La Repubblica definisce “appartenenti all’area antagonista” le cinque persone, attivisti dei centri sociali “Asilo” e “Askatasuna”, per le quali è stata richiesta la misura.

L’addestramento militare e la capacità di usare le armi sono condizioni sufficienti per essere definiti un pericolo per la società? Secondo Davide Grasso, un altro militante italiano delle YPG, no.

Così per il caso di Pierluigi Caria, un combattente sardo per il quale era stata richiesta sorveglianza speciale al suo ritorno dalla Siria, pare che il motivo non sia più il “terrorismo internazionale” ma la partecipazione alla protesta dei pastori sardi, secondo quanto ha riportato l’ANSA stamattina.

Caduta l’accusa di terrorismo (da novembre 2018 il PKK è stato ufficialmente cancellato dalla lista nera delle associazioni terroristiche), sembra che, ancora una volta, l’antagonismo politico sia il vero motivo per cui le azioni e i pensieri di alcuni siano definiti criminali.

Claudia Tatangelo

1 commento

  1. Articolo concettualmente sbagliato. Orsetti era un foreign fighter, che non è un termine utilizzato per definire “cittadini europei e statunitensi che si sono uniti alle fila dell’ISIS per combattere in Siria”.
    Infatti, per foreign fighter si intende “non cittadini di uno Stato in conflitto che aderiscono al conflitto durante guerre civili”. Questa definizione è stata data da David Malet, che ha scritto un interessante testo sul tema intitolato “Foreign Fighters: Transnational Identity in Civic Conflicts”. Tra i vari casi studio c’è anche la Spagna repubblicana, dove dopo viene tirata in ballo proprio per sostenere una differenza tra Orwell e i fascisti. Orwell era un foreign fighter, così come i sovietici e gli italiani. Da questa definizione, la più accettata dal mondo accademico, risulta che i foreign fighters non sono solo quelli che combattono per l’IS (ISIS non esiste più, la denominazione Iraq e al-Sham è stata rimossa da tempo per favorire una maggiore internazionalizzazione del progetto), ma non sono nemmeno solo quelli europei e statunitensi. Anche gli arabi sono foreign fighters, perché il discrimine è la non cittadinanza dello Stato dove avviene il conflitto, non una localizzata provenienza geografica. Pertanto sì, chi combatte per l’IS, contro l’IS, con i curdi, per il Donbass, è un foreign fighter, al contrario invece degli attentatori che sono terroristi e basta (l’elemento combat è fondamentale nella definizione). E in qualità di foreign fighters sono tutti perseguibili penalmente secondo la legge. Nessun accanimento.

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