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Un altro giro di giostra vide la luce nel 2004, proprio nell’anno in cui il suo autore, Tiziano Terzani, come tanto amava dire, lasciò il corpo. Lo fece nella sua Orsigna, paesino di cento anime appeso alle pareti dell’Appennino Tosco-Emiliano, avvolto dal calore di una famiglia da cui non si è mai sentito abbandonato, nemmeno negli angoli più remoti del pianeta.
Può suonare beffardo: un altro giro di giostra, proprio nell’anno in cui la giostra smette di girare. E invece no. Niente è casuale, e la vita di chi si è speso per così tanti anni a ricordarci che gli opposti devono trovare un modo per incastrarsi non poteva che finire così: nel nome della prosecuzione, sulle orme di un altro giro di giostra.
Basterebbe questo per descrivere l’essenza di Tiziano Terzani: una faccia e l’altra della luna, yin e yang intrecciati, una tunica da santone indiano posata sulle spalle del più fiorentino di tutti, un occhio sul Bene e l’altro sul Male, con il naso affacciato nel mezzo, ad annusare ciò che accomuna questi due mondi che forse sono solo uno: il grande Tutto.
Terzani ha vissuto tante vite quanti sono stati i suoi viaggi, e i suoi viaggi sono stati infiniti. Trent’anni a girare l’Asia per capirne l’anima, a correre dietro alle guerre per raccontarle da vicino, a un passo dai morti e a fare i conti con certe immagini così sconvolgenti da pagarne il costo con una malinconia cronica, che ha sempre saputo come andarlo a cercare e che tuttavia lo ha sempre trovato pronto a una grande risata esorcizzante. Opposti in armonia, ancora una volta. Vietnam, Cambogia, Cina, Laos, Birmania, Giappone, India, Unione Sovietica e poi ciò che di essa è rimasto: Tiziano Terzani ne ha viste di ogni, ed è sempre riuscito a muovere i passi un attimo prima che i grandi eventi della Storia muovessero i loro, quasi come li fiutasse, per poi raccontarli onestà intellettuale rara.

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Eppure Terzani, come lui stesso amava ripetere negli ultimi anni, non è stato solo questo. Pur amando il suo lavoro e svolgendolo con passione vera, ha sempre sentito un richiamo verso qualcosa di più profondo, che non poteva essere conteso sul campo di nessuna battaglia e di nessun tavolo politico. Più andava avanti e più si rendeva conto che ciò che realmente gli interessava non era la crescita professionale, non era rendere grande il suo nome di giornalista, peraltro già grande. Doveva esserci altro. Alternando il vagabondare negli angoli fra i meno sviluppati del pianeta e tappe fugaci in Italia per ritrovare la famiglia, un dubbio si è fatto sempre più certezza: questo mondo sta andando a sbattere.

Arrivato alla soglia dei sessant’anni, Terzani non aveva più voglia di raccontare, voleva capire. Se stesso prima di tutto. E in questo senso, sempre per quella magia con cui la vita sa mettere d’accordo gli opposti, non poteva esserci per lui migliore occasione per poter mettersi a riflettere che quella di doversi fermare per curare una malattia.
Signor Terzani lei ha il cancro, si sente dire una mattina del 1997 in una clinica a Bologna durante un normale controllo. Un cancro all’intestino. E se a tanti questo può sembrare un drammatico punto di arrivo, per Terzani fu come un richiamo alla sua stessa natura, un punto di partenza per l’ennesimo viaggio, questa volta non più verso fuori ma dentro se stesso, verso l’incontro con una spiritualità che non poteva più essere procrastinato. Un altro giro di giostra è la storia di questo viaggio.

«Tutta la vita avevo viaggiato a ufo! Bene: ora passava il controllore, pagavo il dovuto e, se mi andava bene, magari riuscivo anche a fare… un altro giro di giostra»

Il libro, scritto ad acque ferme qualche anno dopo la drammatica diagnosi e tutto ciò che ne ha conseguito, si apre con questa rottura data dalla malattia. Una malattia letale, che non lascia troppo tempo per scegliere sul da farsi: occorre arginarla e pure in fretta. E allora che fare? A chi rivolgersi? Nel solco di questa scelta si inserisce tutto il seme della riflessione che Tiziano Terzani arriverà a fare: una vita spesa in Oriente alla ricerca disperata di un’alternativa al pragmatismo occidentale e di un apiglio di umanità ormai perso nella fetta globalizzata del mondo, e ora doversi rivolgere proprio a quella fetta mondo per farsi curare e rimanere in vita può sembrare dissonante. Terzani, mentre già muove i suoi primi passi verso gli Stati Uniti per la più tradizionale delle cure (col cancro non c’è tempo da perdere), comincia a chiederselo. E in fondo, non è davvero così? Proprio lui che tanto ha scritto contro la brama di possesso di stampo americano che ha dilaniato per decenni il Sud-Est asiatico, prima con l’arroganza delle bombe e poi con quella più sottile ma non meno efficace di un capitalismo a cui ambire a tutti i costi. Proprio lui, Tiziano Terzani, in America ad approfittare del progresso scientifico della società da lui più aspramente criticata? Sì. Può sembrare strano, ma leggere Un altro giro di giostra vuol dire comprendere che anche in questa parentesi della vita di Terzani non c’è stata incoerenza, ma soltanto (ancora una volta) uno splendido intrecciarsi di sentimenti opposti che se ascoltati con amore non possono che portare alla vera conoscenza. Non quella fondata sui pregiudizi ma quella vera, vissuta, finalmente capita.

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E allora proprio lì, a New York, nella culla dell’Occidente moderno, in uno dei centri più avanzati al mondo nella lotta contro il cancro, Tiziano Terzani dà il via al suo ultimo giro di giostra, che alla fine durerà sette anni, decisamente più di ogni più rosea aspettativa. Un giro di giostra che, ancora una volta, lo porterà a viaggiare, interrogarsi, dubitare di tutto e del suo opposto, commuoversi. Per un po’ in America, e poi di nuovo nella sua Asia, di cui improvvisamente, mentre si trova fra le braccia degli “aggiustatori americani“, sente una nostalgia totale.
Bombardato dalle radiazioni previste dal ciclo chemioterapico, Terzani apre gli occhi sull’illusione di cui lui, come tutto l’Occidente forse, si sta nutrendo: ciò che sta combattendo non è la sua malattia, non è il cancro. Quella che sta tentando invano di combattere è una malattia che nessuno è mai riuscito a sconfiggere e che ci riguarda tutti: la mortalità. E dove mai può esistere il senso nell’affannarsi a combattere un nemico invincibile? Un nemico che nemmeno ha bisogno di combattere. Un nemico che in fondo non è un nemico, ma solo l’altra faccia di ciò che invece ci piace tenerci stretto: la vita. Cosa è meglio? Sprecare forze a rimandare di qualche anno l’appuntamento con la morte oppure cominciare a metabolizzarla e percepirla come parte complementare del vivere? E soprattutto, può esistere una via di mezzo in grado di conciliare la medicina tradizionale, così ciecamente rivolta al corpo, e quella alternativa, tanto intrisa di astrattezza e spiritualità da dimenticarsi della materia? Può esistere una via di comunicazione fra questi mondi apparentemente così diversi?

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La risposta Terzani la troverà, e questa volta non fuori ma dentro di sé. Un altro, l’ultimo, giro di giostra. Un viaggio immenso che dall’infinitamente piccolo, come una cellula impazzita, lo porterà a trascorrere gli ultimi anni serenamente isolato in una capanna aggrappata all’Himalaya, lì dove tutto è Grandezza. Ancora una volta loro, gli opposti, così distanti, eppure uniti da qualcosa di imprescindibile, una selva oscura, un viaggio, un salto aldilà del dualismo.

Daniele Benussi

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