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La gara a colpevolizzare fabbriche o runner non salverà neppure una singola vita

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Fabbriche o runner
Fonte immagine: tg24.sky.it / © Getty Images

Tocca passare il tempo, me ne rendo conto, e ognuno si arrangia come può. Nell’incertezza, poi, è istintivo trovare rifugio nelle convinzioni personali, nelle idee e nei valori più sacri. Nessuno è ancora in grado di prevedere, e neppure di approssimare, quando raggiungeremo il picco del contagio, quando potremo riassaporare una parvenza di normalità, quanti morti dovremo ancora piangere da lontano. Fa paura, è umano, me ne rendo conto. E cosa fa chi ha paura? Si difende. Arretra sulle sue posizioni, aggredisce il nemico urlando, inveendo, minacciando. Che si tratti di migranti che sbarcano, istituzioni che non compiono il proprio dovere con sufficiente solerzia, cantieri e fabbriche che restano aperti, balconi che intonano l’inno di Mameli o runner in giro per una corsetta, ognuno ha il suo demone da esorcizzare per redimere se stesso attraverso la redenzione altrui.

Credo tuttavia di essere nel giusto se dico che l’auspicio collettivo è che la pandemia si arresti, che l’emergenza rientri e che i malati possano ristabilirsi quanto prima: se non partiamo da questo presupposto è inutile discutere. E una collaborazione comune è necessaria, indispensabile per limitare il contagio. A fermare il coronavirus non saranno i decreti di Conte né le ordinanze di De Luca né i post su Facebook con l’hashtag #iorestoacasa, ma soltanto l’impegno del personale medico-sanitario e il buonsenso della popolazione. Il primo, pur con tutte le difficoltà del caso, non è mai mancato; il secondo, spesso e volentieri, ha lasciato parecchio a desiderare.

La politica, nel frattempo, fa esattamente quello che ci si aspetta dalla politica: brancola nel buio dandosi un’aria intelligente. La conferenza stampa di Conte, alle undici e mezza di un sabato sera, ne è la dimostrazione. Perché mai fabbriche, cantieri, attività produttive e commerciali di vario tipo erano ancora aperti nonostante l’impennarsi della curva dei contagi, mentre i parchi erano stati chiusi privando i runner della possibilità di svolgere sana attività fisica? È una domanda retorica, non prendiamoci in giro: fermare una pandemia è molto importante, ma fermare il profitto è davvero impensabile. Sì, le architetture socio-economiche della nostra civiltà sono completamente distorte e le catastrofi di ogni tipo – belliche, climatiche o pandemiche – non fanno che aumentare il divario tra oppressi e oppressori e il sistema capitalista è in grado di abomini simili se non peggiori. Non occorreva il covid-19 per rendersene conto.

Quanto alla polemica tra fabbriche e runner una cosa mi sento di aggiungerla, perché anch’io devo passare il tempo. È l’ennesima dimostrazione della nostra incapacità di leggere le situazioni, le contingenze, i frangenti storici. Un analfabetismo surreale che alla guisa di Dalì ci induce a dipingere una realtà distorta, liquefatta dai pregiudizi e dalle ideologie. Un dualismo da cui proprio non riusciamo a prescindere nell’interpretazione dei fenomeni, col risultato di essere sempre isterici, anacronistici, e in ultima istanza inutili. O stai con me o contro di me, che tradotto vuol dire o stai coi buoni e allora sei degno di attenzione, di considerazione, di rispetto, oppure stai coi cattivi e allora possa ricadere su di te la dannazione eterna dell’oblio. Ma sorpresa!, non è così che funziona.

È questa la prosopopea genetica dell’italiano medio, opinionista freelance di comprovato spirito di contraddizione, commentatore specializzato nel salto sul piedistallo. Pur di distinguersi e fare il dissonante, qualcuno riuscirebbe a mettere in contrapposizione persino i suoi testicoli. Da lì l’attributo di “coglione”, al singolare: perché con l’altro ha litigato. E pazienza se fabbriche e runner sono in questo momento parte del medesimo problema, della medesima emergenza – con proporzioni ben diverse, al punto che la nuova stretta annunciata dal Governo lascia più di una perplessità. Volere la chiusura delle prime significa automaticamente combattere per la libertà dei secondi, o viceversa. L’opinione pubblica non fa prigionieri, solo vinti e vincitori. Il coronavirus purtroppo sì, ma combattere per loro a quanto pare non interessa poi così tanto.

Emanuele Tanzilli

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