RCEP, la Cina mette all’angolo gli USA (e si prende il mondo)
Fonte immagine Reuters

Una settimana fa, quindici Paesi asiatici hanno firmato un accordo per creare il più grande blocco commerciale al mondo. Sotto il nome di RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), la Cina è riuscita a coinvolgere, dopo vari tentativi e otto anni di negoziazioni, un terzo della popolazione mondiale e oltre 26 trilioni di dollari di prodotto interno lordo. L’accordo comprende, oltre alla Cina, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e i dieci Paesi che compongono l’ASEAN: Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam. Secondo le stime degli analisti, la cooperazione economica inaugurata dal patto aggiungerà circa 200 miliardi di dollari all’anno all’economia globale entro il 2030.

A dire il vero, l’accordo avrebbe potuto essere ancora più grande se l’India non avesse deciso di ritirarsi dalle negoziazioni nel 2019. Il governo locale temeva, a ragione, un aumento significativo delle importazioni di beni cinesi a basso costo e riteneva che l’accordo avrebbe sfavorito il settore in cui gli indiani investono di più, cioè i servizi. Avranno sicuramente influito anche le recenti tensioni tra i due Paesi sull’Himalaya.

Tuttavia, l’accordo non ha soltanto dei ritorni economici. Ciò che al dragone interessa sono gli innegabili risvolti geopolitici legati alla conclusione di un accordo che formalizza l’egemonia cinese sull’Asia e soprattutto al vuoto economico creato dal ritiro protezionistico degli Stati Uniti dagli accordi di libero scambio, ad opera dell’amministrazione Trump.

La caratteristica distintiva degli USA era, appunto, l’abilità di essere in diversi posti contemporaneamente grazie al rapporto privilegiato con gli alleati e con i Paesi amici. Gli ultimi anni di amministrazione Trump e conseguente linea protezionistica dell’America First, hanno parzialmente cancellato questo grande vantaggio strategico e favorito i rivali. Questi hanno potuto infiltrarsi nei vuoti di potere lasciati da una gestione a dir poco approssimativa delle relazioni internazionali da parte degli americani.

Il RCEP è l'”alba” del secolo asiatico?

Non solo Covid, insomma: la diplomazia cinese ha colpito di nuovo. E lo ha fatto duramente, attraverso un accordo che ha messo in crisi la strategia americana in Oriente. Se le amministrazioni precedenti avevano cercato di tenere la Cina ingabbiata, attraverso il controllo del mar Cinese, Trump è riuscito a fare diversamente, concedendo a Pechino la possibilità di diventare addirittura un “garante” del libero scambio.

Abbandonata la Trans-Pacific Partnership (TPP), il Tycoon ha inspiegabilmente sfidato Pechino a cielo aperto attraverso una lesiva guerra commerciale che non ha fatto altro che indispettire i rispettivi alleati, dimostrando a tutti che battere economicamente gli Stati Uniti è possibile. Uno smacco diplomatico senza precedenti. Con gli Stati Uniti usciti di scena, Xi Jinping ha potuto sfruttare lo spazio concessogli dall’isolazionismo americano, intervenendo sugli alleati degli USA i quali, dal canto loro, si sono dovuti adeguare alla nuova realtà.

Il mega accordo fa diventare realtà una delle più grandi paure americane: la Cina, ora, avrà voce in capitolo nella creazione delle regole commerciali della regione. Sfruttando la speranza degli altri di accelerare una ripresa dagli shock pandemici, Pechino ha convinto tutti ad accettare un’espansione della sua area di influenza nel Pacifico, usando il suo soft power commerciale per convincere gli altri ad accettare la presenza cinese nella regione.

Tra i punti più interessanti dell’intesa, c’è l’eliminazione di varie tariffe che hanno l’obiettivo di aumentare l’integrazione economica di Cina, Giappone e Corea. Inoltre, il RCEP contribuirà alla crescita del PIL di circa 186 miliardi di dollari entro il 2030, a fronte di una perdita dovuta alla guerra commerciale stimata attorno ai 300 miliardi. Gli scambi fra gli Stati membri dovrebbero aumentare di 428 miliardi di dollari, mentre quelli con i non membri diminuirebbero di 48 miliardi. Il blocco del RCEP sarà più grande e influente sia dell’accordo USA-Messico-Canada che del Mercato unico europeo.

Il RCEP è, dunque, un sicuro successo diplomatico, economico e politico della Cina. Ma non è detto che possa trasformarsi in un capolavoro. Molto dipenderà dalla capacità di Pechino di sfruttare il momento e soprattutto da se e come gli Stati Uniti intenderanno reagire. Il cordone sanitario, costruito con un sapiente uso della marina militare attorno agli obiettivi strategici del mar Cinese, fornisce un deterrente fondamentale agli americani per impedire la totale riuscita dei piani decennali di Pechino in questa regione. Dal canto suo, la Cina ha ben compreso che per aggirare in parte questo blocco non servono i soldati, ma i commerci. Almeno fino a quando non sarà in grado di approntare una flotta in grado di impensierire lo strapotere militare americano in loco.

Nel frattempo, la cosa più interessante da notare a proposito del patto stesso è proprio lo spettro del decoupling, dello sdoppiamento della globalizzazione. I Paesi coinvolti dall’accordo hanno interesse a commerciare con la Cina, nella speranza di rallentarne le abitudini diplomatiche predatorie, tenendola allo stesso tempo fuori dagli altri affari. Una cosa strana, inusuale e che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Di solito chiunque cerchi di contenere una forza altrimenti straripante attraverso degli stratagemmi, finisce per esserne vittima.

Pechino comunque tenterà di utilizzare il successo del RCEP per diventare un punto di riferimento per gli standard commerciali relativi ai nuovi accordi di libero scambio, andando a costituire un precedente legale per i futuri rapporti regionali e internazionali. Al di là di numeri e statistiche la conclusione di un accordo di tale portata avviene in un momento cruciale per la governance economica globale. L’influenza statunitense è in calo, quella cinese al suo apogeo. Il futuro passa soprattutto attraverso la gestione di questi rapidi cambiamenti periodici. Sarà interessante comprendere come il nuovo presidente, Joe Biden, intenderà gestire l’alba di questo secolo asiatico.

Mentre gli Stati Uniti pensano a come reagire, si leccano le ferite…

L’obiettivo della Cina è chiaro: plasmare nel lungo periodo un ordine regionale in Oriente che sia alternativo a quello americano. La TPP si è arenata, e con lei il tentativo di creare una gestione americana dell’economia asiatica. Tuttavia non tutto è perduto per Washington. Se da un lato i benefici economici dell’accordo inizialmente saranno limitati, gli americani potranno comunque sfruttare l’eterogeneità geopolitica ed economica dei paesi aderenti. Tokyo e Canberra vogliono fare affari con Pechino ma vogliono altresì proteggersi dal suo assedio politico, militare e tecnologico. Ne sono prova le numerose operazioni militari congiunte di metà novembre con gli USA.

Dal canto suo Pechino ha capito che è possibile uscire dal pivot attraverso un’integrazione economica dagli ampi risvolti diplomatici. La strada da perseguire è, dunque, quella multilaterale. In questa prospettiva, la risposta della nuova amministrazione americana sarà recuperare un approccio deciso e diretto. Biden potrà perseguire un programmapivot” molto più duro rispetto a quello di Obama per cercare di ovviare all’errore strategico compiuto da Trump.

Biden, assieme al Giappone, potrebbe provare a rilanciare l’idea del TPP. L’accordo prevede norme più rigorose e complete del RCEP su diversi servizi e la presenza americana potrebbe ridimensionare fortemente la rilevanza strategica di entrambi i piani di libero scambio. L’inserimento americano potrebbe spingere anche gli altri alleati (Corea del Sud, Australia) a rivedere i propri piani, dato che in alcuni casi la natura del dissidio con Pechino è soprattutto strategica. Il problema sorgerà, forse, quando Washington chiederà loro di rinunciare al mercato cinese.

Insomma, agli Stati Uniti restano ancora alcune carte da giocare. Al contempo non è possibile negare che la vittoria diplomatica di Pechino abbia cambiato gli equilibri nel Pacifico. La nuova profondità strategica ottenuta dal dragone è stata possibile grazie soprattutto all’evidente sottovalutazione della capacità cinese di dialogare con i vicini. Un errore macroscopico di Donald Trump, che potrebbe davvero pesare sugli sviluppi futuri in quello scorcio di pianeta.

La Cina ha fatto l’ennesimo passo importante nella competizione per l’egemonia globale, concludendo un accordo dalle potenzialità gigantesche in un’area in cui transita un terzo del commercio mondiale. E lo ha fatto proprio nel periodo in cui gli Stati Uniti stanno vivendo una crisi interna e soprattutto di leadership nell’ordine internazionale. Uno smacco che fa ancora più male, insomma. Ora tutti si attendono che l’America sia in grado di elaborare una risposta adeguata per reagire a questo schiaffo e, per gli analisti, questa non potrà essere soltanto militare. A Biden l’onere di fornire una replica politica efficace, anche se le complicanze interne fanno comprendere che questa non arriverà a breve.

Donatello D’Andrea

Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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