Casa Biden: quale America vuole il nuovo presidente degli Stati Uniti?
Fonte: newyorker.com, Illustration by Na Kim; Source photograph by Tom Brenner / Getty

Joseph R. Biden Jr. sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America a partire da gennaio 2021, salvo imponderabili stravolgimenti scaturiti dai ricorsi legali del riottoso e sconfitto Donald J. Trump. La sua vittoria non è stata certo di misura (la partita sui grandi elettori si concluderà verosimilmente 306 a 223), eppure nemmeno ci si trova di fronte ad un trionfo politico che è riuscito a legare insieme le parti sociali di un paese mai tanto diviso.

Per questo motivo, provare a immaginare quale fisionomia assumeranno gli USA di “Casa Biden” nei prossimi quattro anni diventa un’operazione ardita, che deve fondarsi partendo dal programma del nuovo presidente e dal mutevole contesto politico e socio-economico, tenendo in considerazione anche la varietà di ipotesi che nascono dall’intreccio di queste variabili. Si può pronosticare che l’America di Biden sarà continuamente sospesa tra discontinuità e pragmatismo: un precipizio sul quale Biden, a guisa di esperto funambolo, cerca di mantenersi in equilibrio, perennemente in bilico.

Joe Biden, tra equilibrio e equilibrismo

Il primo discorso pubblico da neopresidente di Biden può essere indicativo per comprendere i riferimenti essenziali di quella che viene considerata come una contro-rivoluzione nelle maniere e nei fatti; forse addirittura l’alba di un cambiamento profondo del paese. Quali sono le parole d’ordine? Innanzitutto «America is back», per sottolineare l’uscita del populismo trumpiano dagli orizzonti ideali e pragmatici del paese. Un’espressione che celebra un funerale con avventatezza, ma che è più di una semplice indicazione verbale: «the battle for the soul of the nation» assume evidenti connotati programmatici, se accostato ad altri lemmi che ne approfondiscono il significato: «with discency […] against demonization […] for democracy». Il ruolo di Biden è quindi simile a quello di un pompiere che ha il delicato compito di estinguere l’incendio che divampa in tutto il paese, e oltre i confini.

La carriera politica di Biden, del resto, parla chiaro. Senatore democratico già dal 1972 e vice-presidente di Barack Obama dal 2008, il suo è stato un ruolo solo apparentemente in seconda fila nel “grande spettacolo di Washington DC”: paziente, operoso e attento tessitore di compromessi e sintesi politiche, la sua personalità, equilibrata secondo gli estimatori e sbiadita secondo i detrattori, ha verosimilmente costituito il fattore più rilevante della sua silenziosa ascesa alle primarie democratiche e della sua nomina alla presidenza. Ma gli Stati Uniti non sono più quelli del rilassato bipolarismo, della fulgidità dell’american dream, e della pax fukuyamiana. Dunque Biden, che Obama elogiò come «leone della storia americana», dovrà mostrare gli artigli. L’armonia e l’equilibrio che Biden intende ripristinare, potranno non essere statico equilibrismo?

L’America percorsa da faglie insanabili

Le spinte centrifughe rispetto alle premesse della presidenza Biden sono di ordine politico, sociale ed economico, con una marcata tendenza a sovrapporsi. I dati definitivi delle presidenziali certificano una situazione di polarizzazione elettorale evidente tra le due principali famiglie politiche americane: democratici e repubblicani, infatti, si sono aggiudicati i grandi elettori di 10 stati con un margine non superiore al 2% dei suffragi, il Senato sarà quasi perfettamente spaccato in due parti e la maggioranza blu alla Camera è più risicata rispetto alla scorsa legislatura. La spaccatura biunivoca è visibile nitidamente nel midwest, ma in generale in tutti gli Stati Uniti, nella dicotomia aree urbane – aree rurali. Le divisioni rispecchiano e descrivono le tensioni razziali, la disuguaglianza economica e l’insicurezza sociale di un paese nel quale la Covid-19 ha palesato e incancrenito contraddizioni più o meno latenti.

Tutto ciò, mentre una parte cospicua dei repubblicani, guidati dall’intransigenza dell’ex inquilino della Casa Bianca, promette di battagliare nei tribunali e presso la Corte Suprema (a maggioranza conservatrice) per delegittimare e sovvertire il risultato elettorale. L’esecutivo attraverserà difficoltà evidenti nel coordinarsi con i poteri legislativi e giudiziario, e l’aspra radicalizzazione ideologica del confronto politico negli Stati Uniti rende difficoltosa l’amministrazione Biden, già affaticata dalla divergenze interne tra progressisti-socialdemocratici e democratici liberali “tradizionali”, evidente soprattutto nell’agenda economica.

Il compromesso, ossia l’elaborazione graduale di un welfare sociale di ispirazione europea per lavoro, istruzione e sanità nel contesto di un libero mercato privo di eccessivi legacci, rischia di alienare ulteriormente quella parte del paese refrattaria all’idea del cosiddetto big government. Ogni progetto politico che si avvicinerà allo costruzione di un effettivo stato sociale, a cominciare da un nuovo regime di tassazione per le grandi ricchezze, sarà additato come protesi tecnocratica di quello che durante la campagna elettorale era agitato dai conservatori come “spettro del socialismo”.

Biden Presidente Stati Uniti
Fonte: fresnobee.com / CAROLYN KASTER AP

Anche la promessa di una nuova pacificazione razziale e della tutela di tutte le minoranze, dovrebbe sostanziarsi in qualcosa di diverso dalla sola retorica dell’inclusività. Altrimenti, si rischia di esacerbare ulteriormente il clima con gli oppositori e di alimentare lo scontro con le periferie bianche impoverite e con la destra religiosa, senza offrire risposte al disagio sociale sistemico interpretato da BLM e non solo. Come sanare, concretamente, faglie socio-economiche e ideologiche così profonde? Non è ancora chiaro.

Pace in patria, pace nel mondo“, sosteneva Atatürk. Per antitesi, sarà vero anche l’opposto. Anche se distratti da pressanti problematiche domestiche, gli Stati Uniti di Biden non muteranno significativamente il proprio ruolo internazionale di “gendarme del mondo”, anzi, saranno più partecipi agli affari globali. Secondo le dichiarazioni del neo-presidente in campagna elettorale, l’accerchiamento diplomatico e il contenimento sia militare che commerciale della Cina continuerà con una certa ostilità, anche se addolcito da maggiori cortesie diplomatiche. L’isolamento della Russia, il sostegno incondizionato allo stato di Israele e il confronto, sicuramente meno aspro, con i tentativi di influenza iraniana in medio oriente seguiranno le medesime tendenze “imperialistiche” di sempre.

Biden segnerà una differenza sostanziale soprattutto nella relazione con gli alleati delle cancellerie europee e dell’Asia-pacifico, con la ferma volontà di ricucire gli strappi diplomatici di Trump nell’ottica di un maggiore coinvolgimento degli alleati nella visione del mondo americana, tra concessioni generose e relazioni distese ma con obblighi precisi a livello militare e tecnologico-strategico. Infine, il ritorno dell’America al multilateralismo si concretizzerà anche nei riguardi delle istituzioni e organizzazioni internazionali, a cominciare da ONU (con la ripresa dei finanziamenti all’OMS) e NATO.

Fonte: Schaff, nytimes.com

Essere “il presidente di tutti gli americani” sarà dunque una missione ardua, nella quale si misurerà la tempra politica di Joe Biden, di Kamala Harris e della squadra democratica. Guidato da un ritorno ideale all’asse delle democrazie liberali, contrapposte ai sistemi autocratici, il presidente eletto si dedicherà al raffreddamento delle escandescenze in politica interna, si esprimerà con rinnovato aplomb stilistico e linguistico, e imporrà leggere limature strategiche in politica estera. Più che cambiamento, ritorno alla credibilità perduta. Ma il nuovo volto degli Stati Uniti si limiterà ad una gestione e ad un superamento graduale dell’eredità di Trump, veleggiando in bonaccia verso lidi ancora sconosciuti? Non proprio, non solo.

Ambiente e crisi climatica: tutto cambierà, finalmente

Se l’avvenire della presidenza Biden si mostra particolarmente incerto anche per lo stesso presidente, una certezza c’é, e non si tratta di un dettaglio trascurabile. Le fondamenta sulle quali verrà edificata “casa Biden” sono sicuramente e notevolmente più solide da un punto di vista ambientale, non solo rispetto al disastroso quadriennio appena trascorso, segnato da negazionismo scientifico e crimini ecologici. A cominciare dalla gestione della pandemia, la scienza ritornerà al centro dell’azione di governo.

Innanzitutto, gli Stati Uniti si annovereranno nuovamente tra le nazioni che riconoscono, almeno formalmente, la gravità della crisi climatica, riabilitando e rifinanziando tutte le agenzie federali di studio dei fenomeni ambientali, rientrando nei parametri degli Accordi di Parigi (COP21) contro il riscaldamento globale, e ripristinando anche regolamentazioni ambientali e normative fiscali che favoriscono le energie rinnovabili. Nel dettaglio, Biden si pone l’obiettivo di portare a zero l’emissione netta di gas serra degli Stati Uniti entro il 2050, impegnandosi ad investire circa due miliardi di dollari in dieci anni con questo obiettivo.

Fonte: Getty, iStock, theweek.com

Inoltre, il programma politico del nuovo presidente prevede, oltre ad una serie di incentivi alla mobilità pubblica e/o elettrica, una vera e propria rivoluzione energetica: sostenuti da un piano di 400 miliardi, si prevedono investimenti nella ricerca per lo sviluppo di tecnologie di razionalizzazione energetica, dal nucleare dalla filiera di smaltimento sicura ai sistemi di cattura del carbonio, e per la produzione industriale delle materie prime a basso impatto ecologico. Verrebbero inoltre cancellati i generosi sostegni finanziari dell’amministrazione Trump ai combustibili fossili, mentre la possibilità di ricorrere alla pericolosa pratica estrattiva del fracking conoscerebbe importanti limitazioni.

Non siamo di fronte all’audacia e all’ambizione dei 16 triliardi di dollari del Green New Deal di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, ma le proposte in materia ambientale di Biden, nonostante le evidenti timidezze, sono state lodate dal mondo scientifico. Non tanto per il loro portato rivoluzionario, quanto soprattutto per la loro applicabilità, considerata l’urgenza di agire in seguito all’arretramento e ai danni della presidenza Trump. La società americana, già divisa ideologicamente sulle questioni ambientali, avrebbe del resto accolto faticosamente un cambiamento più radicale, reso irrealizzabile anche dai numeri al Congresso e dalle finanze post-pandemiche. La fattualità: potrebbe essere questa la cifra politica del presidente dei compromessi. Compromessi al rialzo o al ribasso? lo si capirà presto.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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