Il fumo degli incendi boschivi aggrava la pandemia da Covid-19
Foto di Sippakorn Yamkasikorn da Pexels

Canada, Turchia, Grecia, Italia, Siberia: un 2021 di fuoco, letteralmente, ha interessato un numero sempre maggiore di nazioni e territori in tutto il mondo. Un miliardo e mezzo di tonnellate di CO2 immessi nell’atmosfera, tre milioni di ettari di foreste ridotti in cenere, più di 150 miliardi di dollari di danni stimati. Gli incendi boschivi dilagano, la politica preventiva non è tra le priorità dei Governi, come tutte le misure di tutela ambientale d’altronde. Le fiamme avanzano, distruggono, ammazzano e acuiscono la sempre più grave crisi climatica. Bruciano foreste, imprese agricole, intere città. Dopo la tempesta di fuoco, quando il peggio sembra ormai passato, la cenere ricopre strade, piazze, edifici, il fumo invade ogni minimo spazio e, viaggiando per centinaia di chilometri, lascia per giorni, quasi come fosse un monito per il futuro, un’aria pregna di foschia e di quell’inconfondibile odore acre di vegetazione e speranze bruciate. Oltre alla CO2, gli incendi boschivi causano un forte inquinamento da CO (monossido di carbonio), NOx (ossidi di azoto), CH4 (metano), SO2 (biossido di zolfo), NH3 (ammoniaca), idrocarburi incombusti, fuliggine e polveri sottili. Una contaminazione che, secondo un recente studio pubblicato su Science Advances, provoca un aumento di contagi e morti dovuti alla pandemia da Covid-19.

Lo studio

Analizzando i dati di 92 contee situate negli Stati dell’Oregon, di Washington e della California, i ricercatori dell’Harvard TH Chan School of Public Health hanno recentemente scoperto che l’inquinamento dovuto al fumo degli incendi boschivi può causare un notevole aumento di contagi e morti per Covid-19. L’analisi è stata realizzata esaminando i valori giornalieri di PM2.5 registrati durante i giorni in cui gli incendi boschivi hanno colpito i suddetti territori, per un periodo di nove mesi (15 marzo – 16 dicembre 2020).

Il 2020 è stato un anno infernale per gli Stati Uniti occidentali, con incendi da record che hanno distrutto interi territori soprattutto in California e nello Stato di Washington. Le gravi conseguenze sanitarie legate al particolato fine (PM2.5) emesso dal fumo delle foreste, dei boschi e degli edifici in fiamme sono ormai note: morte prematura, malattie polmonari croniche, asma e malattie respiratorie. Nel periodo compreso tra il 15 agosto e il 15 ottobre 2020, lasso di tempo in cui gli incendi hanno colpito con maggior forza, le registrazioni di PM2.5 nell’aria erano notevolmente più alte rispetto ai giorni di “calma”: 31,2 microgrammi per metro cubo di aria (µg/m3) contro 6,4 (µg/m3).

Utilizzando un modello statistico utile a quantificare la misura in cui il fumo prodotto dagli incendi boschivi possa aver contribuito all’aumento di contagi e morti per Covid-19, i ricercatori dell’Harvard Chan School, della John A. Paulson School of Engineering and Applied Sciences e dell’Environmental Systems Research Institute di Redlands, hanno scoperto che un aumento giornaliero di 10 µg/m3 di PM2,5 per un periodo di 28 giorni consecutivi è associato a un accrescimento dell’11,7% di contagi da Covid-19 e all’8,4% di morti per Covid-19. «I maggiori effetti per i casi sono stati nelle contee di Sonoma, California, e Whitman, Washington, con aumenti rispettivamente del 65,3% e del 71,6%. I maggiori effetti per i decessi sono stati a Calaveras, in California, e San Bernardino, in California, con aumenti rispettivamente del 52,8% e del 65,9%.» si legge in un articolo pubblicato sull’Harvard Gazette.

Il fumo degli incendi boschivi aggrava la pandemia da Covid-19
Riepilogo dei contagi e dei decessi per Covid-19 e dei PM2,5  inerenti 92 contee negli Stati Uniti occidentali durante la stagione degli incendi boschivi dal 15 agosto al 15 ottobre 2020.
Fonte immagine: advances.sciencemag.org

Nei tre Stati in cui è stata condotta l’analisi, l’aumento di PM2.5 indotto dagli incendi boschivi ha causato 19.700 contagi e 700 morti in più. Secondo Francesca Dominici, professoressa di biostatistica presso l’Harvard T.H. Chan School of Public Health, «Il cambiamento climatico porterà probabilmente condizioni più calde e secche a ovest, fornendo più carburante da consumare per gli incendi e aumentandone ulteriormente l’attività distruttiva. Questo studio fornisce ai responsabili politici informazioni chiave su come gli effetti di una crisi globale – il cambiamento climatico – possano avere effetti a cascata su crisi globali concomitanti – in questo caso, la pandemia di COVID-19».

Una ricerca che evidenzia ancor di più la necessita di un’urgente politica di prevenzione in termini di incendi boschivi ma non solo. Negli ultimi anni stiamo assistendo a un crescente tasso di pubblicazioni scientifiche riguardanti il collegamento tra salute ambientale e salute umana. La scienza è sempre più concorde nell’affermare che la tutela della salute dell’uomo non può prescindere dalla salvaguardia dell’ambiente naturale. È in quest’ottica che i decisori politici, continuamente impegnati nella difesa dell’economia capitalistica, la stessa economia che ci ha condotti alla distruzione ambientale, dovrebbero operare per il bene dell’umanità tutta. Garantire un futuro vivibile, anche e soprattutto sotto l’aspetto sanitario, vuol dire avere il coraggio di applicare le soluzioni che la scienza ci fornisce già da tempo. Indugiare non è più un’opzione. Se non si sceglie di agire immediatamente e in maniera radicale l’ambiente ci si rivolterà contro con sempre più forza. Le alluvioni e gli incendi degli ultimi tempi, ma anche la stessa pandemia da Covid-19, hanno dimostrato che non esiste miglior strategia di quella suggerita da un popolare modo di dire: prevenire è meglio che curare.

Marco Pisano

Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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