Covid-19: scienza e informazione per una consapevolezza della crisi
Fonte: Futuro Prossimo, pagina Facebook

Con l’emergenza da Covid-19 il mondo dell’informazione è stato talvolta artefice di seri approfondimenti, talvolta cassa di risonanza per le fake news sull’argomento. Coniugare scienza e una corretta informazione risulta difficile a volte per gli stessi operatori del settore. Per fare chiarezza sui punti più dibattuti della pandemia da coronavirus e dotare i lettori di una solida consapevolezza di quello che sta accadendo, Futuro Prossimo ha lanciato la rubrica #futurodiscienza. Maria Monticelli, membro del laboratorio politico permanente di Futuro Prossimo e dottoranda in biologia dell’Università Federico II di Napoli, è la responsabile del progetto. Le abbiamo fatto qualche domanda.  

Il lancio della campagna #futurodiscienza è avvenuto una settimana dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato la pandemia. C’è stato un momento preciso in cui avete capito che c’era bisogno di fare informazione su alcuni aspetti specifici della covid-19?

Il nostro Paese soffre della mancanza di una solida base scientifica. Il senso comune porta a considerare sin dalla tenera età le materie scientifiche come ostiche e tanti dei nostri ragazzi terminano le scuole dell’obbligo senza avere concetti di base, utili non soltanto a chi intraprenderà una carriera in materia. L’assenza di concetti scientifici elementari è frutto dei tagli che da decenni i nostri governi hanno fatto a istruzione, cultura e ricerca e, così, oggi siamo incapaci di interpretare i dati, riconoscere una notizia falsa, nutrire fiducia verso gli addetti ai lavori.


Queste sono alcune delle riflessioni che ci hanno spinto a iniziare la campagna, che non è legata soltanto alla covid-19 ma vuole essere più generale. La prima delle nostre infografiche chiedeva: che cos’è un virus? Ecco, si tratta di un concetto semplicissimo che potrebbe evitare una serie di equivoci, quale ad esempio quello per cui basterebbe un trattamento a base di antibiotici per riprendersi dal coronavirus, molto in voga all’inizio dell’emergenza. Abbiamo quindi deciso di provare a rendere in parole semplici alcuni argomenti, partendo dall’attualità e riconducendoci al generale.

Dopo le iniziali dichiarazioni di Boris Johnson se ne è parlato molto, ma adesso in pochi la nominano, quindi ti chiedo: l’immunità di gregge esiste? Se sì, è possibile svilupparla nei confronti della covid-19?

L’immunità di gregge esiste ed è la protezione che nasce nel momento in cui una larga fetta della popolazione possiede anticorpi contro un microrganismo. Questo rende la vita impossibile al microrganismo: quando prova a infettare le persone “immuni” non riesce più a riprodursi e il ciclo infettivo si ferma. L’immunità attraverso gli anticorpi può svilupparsi in maniera naturale oppure essere indotta dalla vaccinazione. Ai fini dell’immunità di gregge, i vaccini sono fondamentali.

Sviluppare l’immunità di gregge nei confronti della covid-19, quindi, non è al momento immaginabile. Forse il numero molto alto di persone che hanno avuto la malattia e l’hanno superata, e che quindi hanno sviluppato anticorpi, aiuterà a mitigarne la diffusione, anche se è ancora poco chiaro quanto a lungo l’immunità naturale protegga dalla re-infezione.
Dobbiamo comunque sempre tenere presente che la saturazione del sistema sanitario nazionale per l’elevato numero di accessi alla terapia intensiva è uno dei problemi più seri che abbiamo avuto. Ecco perché le dichiarazioni di Johnson furono immediatamente considerate pericolose.

Negli ultimi giorni, in alcune città italiane, sono state scoperte tracce di coronavirus nelle acque di scarico e, in Francia, in quelle della Senna. C’è un reale pericolo di contrarre la covid-19 se si viene a contatto con dell’acqua in cui è presente il virus?

Il fatto di aver trovato tracce di SARS-CoV-2 nelle acque di scarico non è stata una notizia inattesa e rappresenta, anzitutto, un indicatore del contagio in certe aree. Sulla trasmissione oro-fecale del virus non ci sono ancora dati certi: il virus è stato trovato nelle feci di alcuni pazienti ma non è ancora chiaro se in questa forma sia possibile il contagio (il che non è affatto scontato, come si potrebbe pensare). Quello che si sa, però, è che nelle acque potabili non è stato trovato, perché sembra essere inattivato dai trattamenti che le acque subiscono. Se ci fosse davvero un rischio di infezione da acque di scarico contaminate il rischio di una catastrofe nelle zone più povere del pianeta, in cui la potabilizzazione delle acque non è possibile, sarebbe elevatissimo.

A che punto sono gli studi per la scoperta di un vaccino contro il coronavirus e, una volta messo in commercio, quanto ci vorrà per renderlo accessibile a tutte le persone?

Lo sviluppo del vaccino contro SARS-Cov-2 è tra gli obiettivi scientifici più importanti e sicuramente il più atteso: ci stanno lavorando i laboratori del mondo intero. Le complicazioni nello sviluppo del vaccino sono svariate e, tra tutte, il fatto che questo genere di virus accumula mutazioni in maniera molto rapida e questo rende difficile mirare il vaccino. Per intenderci, è come addestrare un cane a riconoscere un odore: complicato se l’odore cambia continuamente. A questo problema si aggiunge la prassi per la validazione farmaceutica, che è normalmente molto lunga. I cosiddetti trial clinici servono a ottimizzare le dosi richieste, devono dimostrare l’efficacia del vaccino ma anche la sua sicurezza, attraverso varie fasi, e tutto questo normalmente richiede anni.

Il fatto che molti laboratori stessero già lavorando a un vaccino per la SARS – il cui virus SARS-Cov-1 è il parente più stretto di SARS-Cov-2 – ha reso le cose un po’ più semplici. Molti laboratori sono in fase molto avanzata: alcuni trial clinici sono già iniziati e ci si augura che alcuni step che tipicamente richiedono molto tempo siano accelerati dall’emergenza (il che non rende assolutamente la procedura meno sicura, ma più veloce grazie alla collaborazione dei vari laboratori, a investimenti e alla velocizzazione dei passaggi burocratici, nello stato di pandemia). Dare una data precisa è a oggi complicatissimo: speriamo comunque che un periodo di tempo compreso tra i 6 e i 18 mesi basti per avere un vaccino.

Sono ormai diversi mesi che il virus è in circolazione, ma gli scienziati invitano ancora alla calma dicendo che se ne sa ancora poco. La gente, però, ha fretta di riprendere in mano la propria vita. Qual è il modo migliore per far maturare nelle persone la consapevolezza del fatto che la scienza richiede tempi lunghi, anche se si scontra con con la vita frenetica che il periodo storico in cui viviamo richiede?

Questo è un discorso che molto si ricollega a quanto detto all’inizio. Purtroppo, è vero che di SARS-CoV-2 sappiamo ancora poco, nonostante molti progressi siano stati fatti negli ultimi mesi. A intervenire sul gap che c’è tra la scienza e i cittadini dovrebbe essere la politica, che, al contrario, spesso troviamo all’attacco del metodo scientifico in favore delle fake news. Vorrei ancora sottolineare come gli umori della popolazione nei confronti del mondo scientifico non siano riconducibili all’esperienza di pochi mesi, ma scontino decenni di scollamento sempre più forte. E diventa complicato, in piena emergenza, recuperare quella distanza e rendere chiaro che si stanno facendo tutti gli sforzi possibili per contrastare il virus, soprattutto se una certa classe politica continua imperterrita a creare confusione. Le dichiarazioni di Donald Trump sull’uso della candeggina, per esempio, sono drammatiche in tal senso.

Ora che l’Italia si prepara alla cosiddetta Fase 2 ci dovremo abituare a indossare le mascherine e rispettare l’ormai famoso distanziamento sociale. Una volta per tutte, mascherine: sì, ma quali? Distanziamento sociale: un metro basta?

Sulle mascherine si è fatta tanta confusione e tanta speculazione. Le mascherine a cui si fa riferimento per la fase 2 sono quelle chirurgiche, che riducono – ma non azzerano! – la possibilità di diffondere il virus qualora si sia contagiati asintomatici. Altra cosa sono invece le mascherine riservate al personale sanitario, quelle dotate di valvola: le FFP2 e FFP3. Queste funzionano in maniera opposta, filtrando l’aria in entrata e non quella in uscita. Servono a proteggere il personale sanitario dall’infezione ma se chi la indossa è un contagiato, queste mascherine non limitano la diffusione del virus. È quindi assolutamente vitale che non le indossino le persone che escono di casa per andare al supermercato o a trovare i parenti, perché sarebbe molto pericoloso! Per quanto riguarda il distanziamento sociale sì, un metro basta. Ripeto però che ci sono ancora molte cose che non sappiamo del virus. La nascita dei cosiddetti focolai è riconducibile a episodi di assembramento in presenza di persone infette. Rispettare le indicazioni dell’OMS e del Ministero della Salute è quanto di più appropriato si possa fare: manteniamo un metro di distanza, senza lasciarci prendere dal panico.

Futuro di scienza: un augurio o una certezza?

Una certezza ormai evidente. Il livello di progresso scientifico e tecnologico che abbiamo raggiunto ci impone un salto di qualità. Se la pandemia ci restituisce qualcosa è l’aver messo a nudo una serie di questioni di fronte alle quali molti restavano miopi. Uno degli effetti che avrà sarà presumibilmente l’accelerazione di una serie di processi che sarebbero avvenuti comunque, ma più lentamente.

Giovanni Esperti

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