Lidia Menapace - Resistenza - donne
Fonte immagine: delmese.net

In una data come quella di oggi, occorre riconoscere, al di là di ogni retorica celebrativa, che l’antifascismo non può considerarsi un carattere immutabile della storia del nostro Paese. Si tratta, piuttosto, di un’eredità che ci è stata faticosamente tramandata da quegli uomini e quelle donne che hanno reso possibile la fine dell’occupazione nazista, la caduta del regime fascista e la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Di definitivo, però, nella storia c’è ben poco e a più di 70 anni dall’istituzione della Festa della Liberazione si corre il rischio di guardare alla Resistenza – senza la quale nessuna Liberazione sarebbe stata possibile – come a un episodio confinato in un passato che non può tornare. Eppure, come i fatti di cronaca non mancano di dimostrare, sotto le spoglie di razzismo e culto della forza, il fascismo continua a impregnare la nostra quotidianità.

Rispondendo alla necessità di non ridurre la Resistenza a una celebrazione dal sapore troppo disimpegnato (ma nemmeno troppo commemorativo), ne ripercorriamo insieme le tappe principali e lo facciamo scegliendo di dare spazio e voce a chi, per lungo tempo escluso dalla sua narrazione, ne ha invece consentito uno sviluppo di successo. Sebbene solo recentemente i loro nomi siano entrati a far parte della narrazione ufficiale della Resistenza, si stima che oltre 70mila siano state le donne ad averne preso parte. Senza la loro presenza, questo episodio tanto significativo nel suo carico di idealismo e spirito di sacrificio non avrebbe mai raggiunto gli stessi risultati.

«La Resistenza non fu un fenomeno militare, come erroneamente si crede. Fu un movimento politico, democratico e civile straordinario. Una presa di coscienza politica che riguardò anche le donne». Così si esprimeva Lidia Menapace, che alla lotta di Liberazione aveva preso parte in qualità di staffetta partigiana, assumendo Bruna come nome di battaglia. Nella molteplicità dei ruoli e degli incarichi assunti dalle donne durante la Resistenza, quello della staffetta fu probabilmente uno dei più diffusi e questo anche a causa della convinzione – stereotipata, neanche a dirlo – secondo cui le donne avrebbero destato per natura meno sospetti degli uomini e, soprattutto, sarebbero state esonerate da eventuali perquisizioni. Infatti, come si legge sul sito dell’A.N.P.I. chi rivestiva il ruolo della staffetta era chiamato a garantire i collegamenti tra le varie formazioni impegnate nella lotta armata, permettendo la trasmissione di ordini, direttive e informazioni, come pure la consegna di beni alimentari, medicine, armi, munizioni e stampa clandestina.

Un ruolo, quest’ultimo, che spesso le staffette svolgevano pur essendo disarmate, trovandosi così nell’impossibilità materiale di difendersi. Una circostanza che, però, per Lidia Menapace non ha mai rappresentato un motivo sufficientemente valido per abbandonare la lotta. Anzi, da convinta pacifista si è fatta promotrice dello slogan (quanto mai attuale) “fuori la guerra dalla storia”. In particolare, così scriveva in “Canta il merlo sul frumento. Il romanzo della mia vita”:

«Non so nemmeno più quando incominciai ad essere interessata al tema della pace, ma certo presto, perché nelle discussioni e nei convegni, incontri dibattiti intorno al ’50 e poi via via in ogni occasione nei decenni successivi sempre illustravo come massimamente innovativo l’art. 11 della Costituzione, che appunto ripudia la guerra […] Costruire la pace in ogni modo è la maniera migliore di “ripudiare” (un verbo molto forte) la guerra.

[…] Sono sempre dell’opinione che ripudiare la guerra e quindi avere una politica estera favorevole alla trattativa e ridurre le spese per gli armamenti siano le migliori prevenzioni della catastrofe bellica, opinione che la diffusione delle armi di distruzione di massa non fa che confermare.

Di ciò ero convinta da subito, già da quegli anni immediatamente postbellici, e infatti scrissi un articolo subito dopo il lancio della prima atomica sul Giappone, che presentai all’ufficio della censura americana a Novara (allora, come tutto il Paese, sotto l’occupazione dei vincitori della guerra). Scrivevo che l’atomica buttata sui civili di un Paese vinto e che stava trattando la resa e la pace ci mette alla pari coi nazisti».

Un passato da staffetta partigiana, dunque, e uno più recente trascorso in prima linea insieme agli esponenti del movimento pacifista e di quello femminista. Non a caso, sua è una delle definizioni più suggestive del Movimento delle donne, che Menapace descrive come carsico, al pari di un fiume che si immerge nelle viscere più profonde della terra per poi riapparire, con rinnovata potenza, in luoghi e tempi imprevisti. Lidia Menapace ha posto – per prima – l’accento sull’importanza del linguaggio sessuato come strumento fondamentale contro il sessismo. Come si legge nella prefazione a Parole per giovani donne, utilizzare l’espressione “uomini e donne” anziché “uomini” risulta molto complicato «perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è infatti il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare ad essere dette con il proprio nome di genere».

Anticipatrice di questa, come di molte altre questioni, Lidia Menapace ci aiuta a comprendere – già nel 1993, anno di pubblicazione del libro appena citato – la necessità imprescindibile di imparare a narrare le storie, compresa quella della Resistenza, menzionando le donne che ne sono protagoniste. Donne che, pur avendo ottenuto una medaglia d’oro al valore militare, sono state rimosse dalla memoria collettiva. Confinate in uno spazio, a metà strada tra il reale e il mitologico, in cui una donna può essere tutto, “persino” un eroe di guerra, ma dove più frequentemente si trasforma in un niente, privata – appunto – di quegli elementi come il nome e la qualifica che ne garantirebbero l’identificazione e l’adeguato ricordo.

Virgilia De Cicco

Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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