schwa, lingua, Vera Gheno
fonte: Officina Pasolini

Riconoscere al linguaggio la capacità di influire sulla percezione sociale delle categorie marginalizzate ed esplorare le possibilità della sperimentazione linguistica ha portato all’emergere di nuove proposte. Con lo scopo di sopperire alla mancanza di forme di autorappresentazione linguistica dell’italiano e individuare soluzioni non genderizzate, varie sono le alternative proposte, una delle più dibattute lo schwa.

Lo schwa si insinua nel fluire del discorso e blocca la narrazione automatica a cui siamo abituatə, scuote, fa riflettere e porta il politico nel personale e quotidiano, con le sue ragioni d’essere e quello che rappresenta. Ripartire dal linguaggio significa essere consapevolə di un evidente legame tra lingua e società e sfruttare le molteplici possibilità del primo per apportare un cambiamento nel secondo. Adottando una prospettiva simile, è chiaro come al linguaggio non solo vengano riconosciute potenzialità per innescare un cambiamento sociale, ma anche come quest’ultimo, privato delle proposte intraprendenti di alcunə suoi parlantə, sia il riflesso di una realtà sociale con una manifesta tendenza ad oscurare le soggettività non previste.

Seguendo questa logica, un’invisibilità sociale si manifesta in un’invisibilità linguistica, che viene giustificata nella parvenza di universalismo del maschile sovraesteso. Da qui l’esigenza di un uso politico della lingua e la ricerca nella dimensione della sperimentazione linguistica di nuove forme di autorappresentazione. Al centro della discussione c’è lo schwa, simbolo dell’IPA, attualmente usato e criticato. Dell’argomento ne abbiamo parlato con la sociolinguista Vera Gheno.

Per chi ha alle spalle, anche in maniera superficiale, studi di linguistica, sappiamo che lo schwa è un simbolo dell’IPA (International Phonetic Alphabet). Facendo un passo indietro, da dove nasce lo schwa? Qual è la sua origine da un punto di vista etimologico? Qualche lingua in passato l’ha mai usato per indicare il neutro?

Vera Gheno: «Partendo dal fondo, no, non credo ci siano lingue che l’hanno utilizzato come neutro. Ci sono lingue che ce l’hanno nell’alfabeto, ad esempio l’azero oppure la lingua fang nigeriana. Anche se in azero ha un valore fonetico leggermente diverso da quello che noi accostiamo allo schwa, però come simbolo c’è in qualche alfabeto. Per quanto riguarda l’origine, il nome viene dall’ebraico “shĕwā”, noi lo prendiamo dal tedesco “schwa”, semplicemente perché sono i linguisti tedeschi che poi formalizzano la questione dell’IPA e di conseguenza anche dello schwa come simbolo dell’IPA. In italiano tradizionalmente nell’ambito linguistico è chiamato al maschile, mentre in tedesco è un termine neutro e, come spesso succede, il termine neutro è stato acquisito come maschile. Il fatto che adesso molte persone lo usino al femminile chiaramente è una questione analogica: finisce per -a; quindi, molte persone sono indotte a pensare che sia femminile. È un problema o non è un problema? Dipende. Ovviamente avendo un’impostazione da linguista, per me rimane maschile, però è anche vero che nel momento in cui il termine esce dal testo specialistico e se diventasse parte della lingua comune, non sarebbe neppure una cosa priva di precedenti che cambiasse genere, insomma e che finisse per essere usato soprattutto al femminile».

Quindi, utilizzando lo schwa ci si può riferire a donne, uomini e persone non binary, senza esplicitare il genere della persona a cui ci si riferisce, non necessario per la comunicazione. Lo schwa a fine parola, però, può essere usato per riferirsi ad una sola persona o ad una moltitudine? Potremmo dire che lo schwa è singolare?

Vera Gheno: «Intanto, credo che si debba fare una precisazione concettuale. Io non penso che occorra pensare allo schwa come un terzo genere, ma come una forma per indicare l’assenza di genere, che è una roba diversa. Non è un terzo genere come il neutro, ma è una forma senza dichiarazione di genere perché nel momento in cui la vediamo così, si capisce anche che può venire usata sia nei confronti di una persona gender non conforming, che non vuole farsi identificare col maschile e col femminile, ma nello stesso modo nei confronti di una persona di cui non conosciamo il genere, “somebody”, o anche nei confronti di una moltitudine mista, in cui non si vuole usare il maschile sovraesteso o la doppia forma, che comunque potrebbe risultare esclusiva nei confronti di chi non fa parte del gruppo femminile-maschile. Dopodiché, non c’è una regia comune su queste forme ampie e, di conseguenza, anche solo nell’uso dello schwa ci sono molte oscillazioni».

Spiega, inoltre: «Ci sono due scuole di pensiero: quella che segue la casa editrice effequ e cito loro perché, avendo deciso di utilizzare lo schwa come norma al posto del maschile sovraesteso nella loro serie di saggi pop, hanno avuto bisogno di crearsi una norma redazionale, e quindi sono quelli che più di altri hanno formalizzato l’uso dello schwa. Loro, come me, usano un unico simbolo, che è schwa ə , appunto, sia per il singolare che per il plurale, partendo dal presupposto che l’italiano, essendo una lingua flessiva, marca il numero già attraverso tutti gli accordi interfrasali. Quindi, il verbo è al plurale, gli aggettivi sono al plurale e si capisce se il termine è singolare o plurale, inoltre vengono usati degli articoli diversi: “lə” per il singolare e “ə” per il plurale. La scuola con lo schwa lungo [ 3 ] ha un’altra fonte, cioè viene da un progetto che si chiama “italiano inclusivo”. Dietro a questo progetto vi è Luca Boschetto, che non è un linguista, ma un rappresentante della comunità queer, diciamo così, che nel 2015 ha scritto questo articolo in cui proponeva l’uso di schwa breve ə e schwa lungo 3. Dopodiché questo articolo è confluito nel sito, che lui ha aperto credo nel 2020. Quindi, non è che una soluzione sia meglio dell’altra. Io da linguista e anche persona molto pragmatica penso che già sia quasi impossibile che l’alfabeto venga ampliato con un nuovo simbolo, figurarsi con due. Secondo me non ce n’è bisogno, però questo non vuol dire che la versione di effequ sia migliore di quella di Boschetto. Poi ognunə sceglie quello che vuole: c’è chi usa l’asterisco, la u, la barra o la y ecc. Non è una gara».

Pensando al norvegese, che ha quasi ufficialmente adottato il pronome neutro hen all’interno del proprio repertorio linguistico, come lo svedese qualche anno fa, del resto, mi viene da riflettere sull’italiano. Visto che con la lingua italiana bisognerebbe attuare un cambiamento di tipo morfologico, ritiene che la situazione sia particolarmente complessa e ostacolata? Di sicuro ogni lingua ha una propria struttura e proprie regole, ma il potere di chi parla una lingua potrebbe essere più forte della sua morfologia?

Vera Gheno: «Misteriosamente, nel passaggio dal latino al volgare abbiamo perso il neutro oppure il greco antico ha perso il duale. Si può attuare il procedimento inverso? Cioè riaggiungere una declinazione a livello morfologico? Non si sa, ma del resto la questione dell’identità di genere come qualcosa di più complesso che non il dimorfismo sessuale, è completamente nuova. Quindi non ci sono precedenti di questo tipo. Non ci sono precedenti che riguardano la necessità di chiamare le persone in un dato modo e che questo potesse influire a livello morfologico. Finora con la discussione maschile- femminile, siamo rimastə nell’alveo della morfologia italiana. Invece queste forme non genderizzate no. Quindi, al di là del fatto che è indubbiamente più difficile qualsiasi tipo di intervento su una lingua con il genere grammaticale come l’italiano, secondo me è a luogo notare che gli stessi ragionamenti si stanno facendo in tedesco, in francese, in spagnolo, in portoghese. Quindi, più che andare a vedere cosa succede nelle lingue col genere naturale, dove l’unico “problema” sono i pronomi, come il tedesco, lo svedese o il norvegese. Guardiamo cosa succede nelle lingue con struttura più affine a noi. E anche lì, se non con lo schwa, ma si sta sperimentando con altre cose. Ad esempio, lo spagnolo usa o la @ o questo plurale in -e “todes”, che poi si trova anche nel portoghese. Ed è molto interessante notare che in tutte queste grandi lingue, l’Accademia (o l’accademia francese o l’accademia spagnola o altre) avversano fortemente questo tipo di sperimentazione».

Continua la sociolinguista: «Ora, non è che la sperimentazione deve avere per forte come scopo arrivare alla norma, questo secondo me è un fraintendimento grosso. C’è chi usa lo schwa, me compresa, e non ha queste aspirazioni grammaticali. L’idea è di far emergere una questione, di sottolineare un’alleanza. Quindi un interesse nei confronti di un tipo di diversità, un tipo specifico di diversità, che rientra nell’ambito più ampio dell’intersezionalità, se vogliamo, nella visione intersezionale delle discriminazioni. Ma tutto questo serve soprattutto per sottolineare l’esistenza di persone fatte in un certo modo che per lunghissimo tempo sono state nascoste agli occhi della società e quell’essere nascoste dipende anche dal fatto che non c’erano parole per definirle. Quindi, io penso che in fondo la discussione sulla “grammaticabilità” di queste formule inclusive sia un po’ starata perché il punto non è quello. Il punto è un uso politico della lingua, che faccia vedere che la società sta cambiando mentalità rispetto alla questione di genere. Ma che questo poi porti dei cambiamenti a livello grammaticale secondo me è altamente improbabile perché effettivamente la lingua tende alla semplificazione, non alla complessificazione. Quando potrebbe essere più plausibile che questo accadesse? Se per pura ipotesi, la maggior parte della popolazione italiana, tra cento o duecento anni si dichiarasse non binaria, oppure insomma di non rientrare nell’identità di genere maschile o femminile. Allora la dimensione del fenomeno sarebbe tale che la pressione sulla lingua sarebbe molta diversa, che non un uso di minoranza. È per questo che non capisco bene, in realtà, tutto l’accanimento. Da sempre si sperimenta sulla lingua e da sempre la lingua viene usata in maniera politica».

«Preoccuparsi di preservare cosa? Secondo me il vero problema è che moltissime persone fanno una fatica tremenda a cogliere la questione che c’è dietro, cioè quella dell’identità di genere. Per fortuna le nuove generazioni sono un po’ più sveglie e non si pongono il problema di cosa dice l’Accademia della Crusca oppure ə espertə, ma usano lo schwa esattamente come usano le emoji, non è che aspettano il permesso. Dopodiché, può anche essere che tutto questo si esaurisca nel giro di un paio d’anni e perfino che si torni ad usare il maschile sovraesteso, che effettivamente è una delle soluzioni più semplici, anche rispetto ad una doppia forma. Se mai però si tornasse al maschile sovraesteso senza discussioni, secondo me lo si dovrebbe fare con una mentalità profondamente cambiata. Cioè io lo vedo, plausibile, possibile e desiderabile in una società in cui le questioni di genere non pongono più discriminazioni, non generano discriminazioni. Invece non è così. Quindi finché non sarà così, c’è bisogno di ribadire il femminile e anche l’esistenza di altro» – conclude Gheno.

Lei ritiene che l’utilizzo di un linguaggio ampio possa influenzare in maniera positiva la percezione sociale delle persone non-binary? E, più in generale, che l’uso del linguaggio in maniera differente possa contribuire ad un cambiamento sociale e culturale, oltre a fornire uno strumento linguistico di autorappresentazione?

Vera Gheno: «Io ne sono convinta, perché sono convinta che le parole che usiamo comunque possano aiutarci a vedere meglio o peggio determinati aspetti della realtà e delle altre persone. Se non altro, in generale tutto il linguaggio ampio può avere un po’ il ruolo di pietra d’inciampo, quelle che si mettono giù per ricordare le persone deportate durante l’Olocausto. È un po’ la stessa cosa, è un qualcosa che influisce sulla fluenza del discorso e quindi costringe le persone ad avere un’attenzione nuova nel leggere la frase, a pensare “Perché c’è questa cosa qui? Come mai viene usato questo termine?”. E se si interrompe il flusso automatico dell’eloquio o del testo a qualcosa serve, dobbiamo metterci per forza più attenzione. È sicuramente qualcosa di più faticoso, leggere un testo con lo schwa è più faticoso di leggere un testo col maschile. È più faticoso di leggere un testo col maschile e col femminile? Già questo sarebbe interessante da dibattere, bisognerebbe fare degli studi quantitativi. Ma perlomeno ti costringe a pensare e la costrizione a pensare è un bene, perché ne abbiamo bisogno».

«Abbiamo bisogno ogni tanto di ricordarci che non è tutto automatico, lapalissiano e autoevidente, come spesso invece tendiamo a pensare, soprattutto se stiamo in una posizione di privilegio di cui magari non abbiamo consapevolezza. Banalmente, il privilegio di avere una lingua fatta a propria immagine e somiglianza. Stranamente, la maggior parte delle proteste arriva da maschi, bianchi, etero cis che si offendono quando sono chiamati “maschi, bianchi, etero, cis”, nonostante sia un dato di fatto che sono maschi, bianchi, eterosessuali e cisgender. Poi magari qualcuno ha pure delle tendenze omosessuali non riconosciute, ma questo lasciamolo stare, però l’omotransbifobia di chi non ha fatto coming out e non vuole sentirsi parte della comunità LGBTQIA+ è un dato di fatto e, in misura minore, anche le donne bianche etero cis o anche non etero, ma comunque cis, che pensano non ci sia un problema. Non è così facile. Se comunque lo schwa o le altre cose possono servirci per vedere che c’è un problema a livello sociale, ben venga. Non è importante che diventi norma, l’importante è che faccia inciampare».

Giuseppina Pirozzi

5 x mille Survival
Se potessi, scriverei per sempre senza fermarmi neanche un istante. Ogni momento è perduto nel fluire continuo e incessante dell’esistenza, se non è cristallizzato dall’inchiostro alleato sul quel foglio innocente che accoglie le speranze e i sogni mancati, ed io forse ho perso un bel po’ di cose da quando son nata, ma la penna è la mia spada e il foglio è il mio scudo, insieme le mie battaglie le abbiam vinte tutte. Mi chiamo Giusy e ho 21 anni, amo la letteratura, la poesia, la primavera e i sorrisi degli sconosciuti che ti colorano le giornate un po’ grigie.

2 Commenti

  1. Intervista imbarazzante con banalità a go go. L’intervistata si rende conto adesso che lo schwa è improponibile e non funziona, dopo che le sue colleghe linguiste glielo hanno fatto notare da almeno un anno. Il paragone senza senso con la pietra d’inciampo e con l’Olocausto non potevamo farcelo mancare ovviamente.

  2. Un punto altissimo dell’intervista è quando si complimenta con le nuove generazioni per non ascoltare il parere dell’Accademia della Crusca o de “ə espertə” (qualunque cosa significhi); proprio a dimostrazione del suo ripudio per le argomentazioni tecniche e supportate da dati.
    Però il meglio del meglio è alla fine, quando accusa neanche troppo velatamente i suoi oppositori maschi bianchi etero cis di essere contrari per nascondere il loro (da lei presunto) orientamento omosessuale 🤦‍♂️ veramente di basso livello intellettuale

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