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Bob Dylan per sempre: il mosaico frammentario di una leggenda

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Bob Dylan
Fonte immagine: https://zingnews.vn/bob-dylan-tro-thanh-chu-nhan-giai-thuong-nobel-van-hoc-2016-post689375.html

Per iniziare e concludere dovremmo chiederci: ma quale Bob Dylan?
Quando parliamo di Bob Dylan stiamo parlando di Robert Allen Zimmerman, il ragazzino di origini ebraiche dalle ascendenze lituane, ucraine e turche, che cresce a Duluth e che, nel 1962, a New York, cambierà nome legalmente in Robert Dylan – dopo essersi fatto conoscere nel giro prima come Bob Dillion, poi, finalmente, come Dylan?
O parliamo del nuovo profeta della folk music, erede spirituale di Woody Guthrie e di una lunghissima tradizione del canzoniere americano, che con la sua chitarra acustica batte la strada polverosa e desolata già attraversata da diecimila vagabondi venuti, come lui, dal cuore degli Stati Uniti, come lui perduti in quel cuore di tenebra – senza un soldo, senza una casa, con il mito romantico del prossimo treno da prendere in modo clandestino?
Forse il Bob Dylan di cui parliamo è il cantante emblema della protesta politica nei turbolenti anni ’60, il simbolo della marcia su Washington dalla voce nasale e apocalittica, il cantore del conflitto atomico incombente (A Hard Rain’s A-Gonna Fall), del pacifismo senza frontiere (Blowin’ in the Wind, Masters of war), dei razzismi (The Lonesome Death of Hattie Carroll), senza peli sulla lingua, con testi dalla padronanza linguistica inaudita, pieni di accuse implacabili e humor surreale?

Bob Dylan


Anzi, no: parliamo del Dylan che tradisce la tradizione folk, conservatrice e gelosissima, la stessa platea che però ha decretato il suo successo; del cantante che imbraccia una chitarra elettrica e si consacra al rock, sentendosi urlare a Manchester, anno 1966, un tremendo “GIUDA” dal pubblico a cui ha voltato le spalle. Ma Dylan è anche l’artista che a quell’accusa da far tremare i polsi (e anche razzista, essendo lui di origine ebraiche) reagisce con un ironico “Non ti credo, sei un bugiardo” per poi dire alla band di “suonare fottutamente forte” una versione rabbiosa di “Like a Rolling Stone”. È il Dylan che va avanti sulla sua strada sfornando i tre album della cosiddetta trilogia elettrica.
Mister tamburino non ho voglia di scherzare” cantava Franco Battiato in Bandiera bianca: il riferimento è a quel Mr. Tambourine Man a cui Dylan si rivolge nel pezzo originale, implorandolo di fargli dimenticare tutto il dolore, e forse anche quel pubblico che lo fischia prima di ri-accettarlo con entusiasmo, di nuovo, decretando la sua resurrezione: anche quel pubblico è un grande dolore, chissà.
Con Dylan non è semplice capire quanto ci sia di vero, quanto di falso. Ogni parola è una mascherata, ogni nuova sua incarnazione un travestimento, ogni canzone un frammento di un affresco infinito impossibile da ricostruire completamente. Questo Bob Dylan, poi, sia detto per inciso, è anche il Dylan che è influenzato e influenza la generazione beat, viene adorato da poeti come Allen Ginsberg, scrive testi visionari di una creatività senza precedenti, allucinazioni lisergiche che verranno studiate nelle università: ad esempio “Visions of Johanna”, con quel verso (“The ghost of electricity howls in the bones of her face”) che secondo alcuni vale da solo un premio Nobel…

Bob Dylan


C’è la svolta country di Dylan. C’è il Dylan che recita nei film western e compone la colonna sonora di “Pat Garrett e Billy the kid” di Sam Peckinpah, con quella “Knockin on heaven’s door” citata e omaggiata da chiunque, fossero i Guns and roses o Aretha Franklin. Abbiamo il Dylan psichedelico degli anni ’70, con dei dischi entrati nella leggenda (“Blood on the tracks” su tutti), ma che non rinuncia a pezzi di coraggiosa e trascinante denuncia mettendo sotto accusa il sistema legale statunitense (“Hurricane”).
Negli anni ’80 Bob Dylan si converte, diventa cristiano rinato (ancora una resurrezione, si badi bene) e inizia a cantare in album dove è onnipresente la parola di Dio, perché in fondo “Gotta serve somebody”: qualcuno devi pur servirlo. Sono per l’ennesima volta tutti destabilizzati per un lungo periodo che verrà rivalutato decenni dopo. Questo pur dovendo ammettere che alcuni album di quei lunghi e strambi anni ottanta sono imperdonabili, e lo diciamo condividendo in parte l’intenzione del porgere l’altra guancia, figurarsi, ma quando è troppo…
Però che dire di un pezzo con una storia geniale come quella di “Brownsville girl”, venuta fuori da quello che è il suo peggior album di sempre, come la perla tra i famigerati porci?
E delle diecimila versioni dell’ispiratissima “Every grain of sand”, in cui fa i conti con la sua coscienza religiosa con una chiarezza espositiva struggente come poche altre cose?
No, non ci frega stavolta: il fuoco cova ancora sotto la cenere, la fenice deve risorgere. Soprattutto se parliamo di un artista capace di giocare col proprio mito da sempre, come fosse il proprio combustibile creativo, egli stesso la sua ispirazione, che si disfa e rifà a piacimento…

Bob Dylan


Anni ’90, e Dylan inizia a suonare un blues sempre più duro e disperato. La sua voce, già di suo mai stata gradevole in senso convenzionale, si fa gracchiante: il retaggio cristiano è in parte mollato, ne restano tracce nelle rughe che sempre più gli solcano il viso, forse, a volte in qualche bava lasciata dalle parole; sembra di avere a che fare con un uomo vicino alla fine, con il cantore della morte, della disperazione, del mondo che non c’è più e non può più essere riafferrato, uno di quei tizi che trovate nell’angolino di un locale sudicio e vetusto pronto a raccontarvi, con parole oscure, storie che affondano nel passato ma potrebbero anche essere schegge di futuro.
Escono intanto vecchi bootleg, si scoprono canzoni capolavoro scartate, versioni alternative: comincia la revisione di un Bob Dylan diverso rispetto a quello che avevamo conosciuto (ma ecco di nuovo la domanda ossessiva: quale dei tanti?). Grazie ai cacciatori di perle che scartabellano gli archivi e alla prolificità di un artista che non conosce battute d’arresto, i bootleg ufficiali sono ancora in corso di pubblicazione e diventano un tesoretto di ascolto e studio per critici, dylanologi, o semplicemente nuovi appassionati. Il materiale è smisurato come un oceano: take alternativi di classici, demo, abbozzi, o semplici scarti. Che in mano a un Re Mida sono pur sempre delle pepite d’oro. Quindi non sorprende trovare capolavori incomprensibilmente lasciati da parte (“Blind Willie McTell“). È pur sempre Dylan, non sappiamo perché lo ha fatto: una ragione ci sarà ma valla a capire.

Rough and Rowdy Ways


Prima dell’inizio del nuovo millennio esce l’album “Time out of mind”. Quando tutti pensavano questo vecchio dinosauro avesse ormai già detto tutto ciò che poteva dire, ecco arrivare una dura, dura pioggia di premi, e tutto grazie a una produzione convincente di Lanois, una canzone (“Not dark yet”) devastante e un album solidissimo, iconico e che viene subito messo sull’altarino dei grandi capolavori degli anni sessanta e settanta.
Anni post 2000 e il rumore attorno a Bob Dylan – ma ancora, di quale Dylan stiamo parlando, adesso, santo cielo? – non si placa: pubblica un libro di memorie poco convenzionale, “Chronicles volume 1”, che entra nella classifica dei best-seller per quasi 5 mesi, continua a fare concerti ovunque, escono album di buona qualità ma che ormai sembrano lontani dall’ispirazione più convincente, persino una raccolta di canzoni natalizie, cover di Frank Sinatra…
Ah, giusto: vince il premio Nobel per la letteratura. Uno dei tanti Dylan che abbiamo conosciuto forse ci avrebbe scritto una canzone irriverente: il nuovo Dylan invece si congratula con ritardo, perché in fondo non gliene frega più di tanto. Lo ritirerà quando passerà di lì, in Svezia, per un concerto: ma senza cerimonie, niente salamelecchi, anche se ci regala un lungo discorso su musica e letteratura. Giù scandali e accuse di snobismo da mezzo mondo per un premio già controverso di suo: e Dylan continua a suonare, non perde tempo a rispondere. Ancora una volta ha mutato pelle e forse stavamo criticando un involucro vuoto lasciato lì a essiccare, mentre il nuovo – ma sempre lo stesso – rincorreva la sua nuova metamorfosi, in un corpo a corpo con le muse che non finisce mai…

Bob Dylan

Quando si sentono fare paragoni ingombranti con Dylan – parallelismi che vanno da Omero a Shakespeare, da Picasso a Melville o persino Newton – non bisognerebbe storcere il naso: poche personalità possono vantare l’impatto che ha avuto il menestrello di Duluth su un intero secolo. Potremmo limitarci alla musica italiana quando tutto il cantautorato italiano, per dire, gli deve forse la sua stessa esistenza per come la conosciamo: ma perché farlo? Generazioni di musicisti e non, di creativi in ogni campo ma anche di persone qualunque, di ogni parte del pianeta, sono state forgiate dalla voce gracchiante dell’enigma venuto da non si sa dove, sfuggente e imprevedibile, dato per morto diecimila volte e puntualmente risorto come Lazzaro – o Cristo… Qui forse i paragoni si fanno davvero eccessivi, ma c’è il sospetto, ascoltando alcune sue canzoni (valga su tutte Jokerman), che Dylan si sia riversato nella storia dell’umanità, che stia facendo da sempre un Self Portrait (titolo di uno sei suoi peggiori album, per inciso) in cui è condensata la storia dell’uomo, dei suoi miti, delle sue idee, agendo da opera d’arte in cui chiunque può rivedersi… o forse è tutto un enorme scherzo, una burla, un depistaggio abilissimo da parte di un ladro di idee – e identità – altrui. Ma insomma, chi è questo Bob Dylan di cui parliamo? Ma poi quale Dylan? Scorsese gira un lunghissimo documentario pieno di materiale d’archivio e inedito su di lui, escono film come “Io non sono qui” di Todd Haynes in cui viene interpretato da sei attori diversi (tra cui una fenomenale Cate Blanchett). Di saggi, monografie, testi commentati e omaggi non ne parliamo proprio, altrimenti non finiremmo più… Dylan è un monumento da anni ma ormai è diventato quello che mai avrebbe voluto: una leggenda e un’icona. Proprio il ruolo che con violenza ha tentato di scrollarsi di dosso negli anni ’60, ahilui…

Murder Most Foul

La mezzanotte del 27 marzo 2020, in piena quarantena covid, una notizia emerge inaspettata: Bob Dylan ha appena pubblicato sui social una nuova canzone, “Murder most foul”, augurando a tutti di stare al sicuro e che Dio vi benedica. Non ce l’aspettavamo perché avevamo altro a cui pensare e perché avevamo dato Dylan per morto – artisticamente, si intende -, per l’ennesima volta, ormai si è smesso di contarle. Da ben otto anni non pubblicava un pezzo inedito e l’ultimo album con brani originali, “Tempest”, sembrava un commiato già dal titolo shakesperiano. E invece ecco tirata fuori dal cilindro una lunga cavalcata notturna di diciassette minuti, sommersa da sonorità spettrali e piena di citazioni che risuonano da uno spazio siderale: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy è il centro nevralgico in cui viene costruita una torre di Babele di assonanze, analogie, rimandi ed enigmi. È destinata a crollare in diecimila interpretazioni differenti, lo sappiamo, eppure eccola lì. E siamo di nuovo catturati.
Tempo poche settimane e arrivano nuovi singoli e soprattutto un nuovo album di inediti, il trentanovesimo (ufficiale), “Rough and Rowdy Ways”, che fulmina tutti, critica e pubblico, con il suo blues crepuscolare pieno di ferocia trattenuta. Per alcuni è già l’album dell’anno, per altri è il capolavoro dylaniano dai tempi di “Time out of mind”. Chi non apprezza sembra comunque concedere al vecchio musicista l’onore delle armi, anche sa da anni ci si auspica un cambio della guardia. I più scontati, invece, si giocano la carta usurata del testamento artistico. Se avessimo una monetina per ogni volta che questa metafora è stata usata per un disco di Dylan da eoni a questa parte, altro che Bezos…
Ah, giusto, c’è un nuovo incredibile record, tra i tanti: con “Rough and Rowdy ways” questo Dylan di cui parliamo ora diventa l’unico artista ad aver raggiunto la top 40 dei dischi più venduti in tutti i decenni dal 1960 a oggi. Potremmo chiederci se è lo stesso Dylan degli altri decenni, se non ha cambiato travestimento e pelle già ora, mentre stiamo scrivendo e leggendo queste righe. In fondo questa corsa in direzione ostinata e contraria, come direbbe De André, è il motivo per cui con Dylan è inutile provare a giocare a carte: sta bluffando sempre, anche quando dice la verità, e la mano vincente ce l’ha comunque lui essendo un baro professionista e noi dilettanti alle prime armi. Prepara il tranello per la prossima fuga, perché è l’escapista più abile di tutti i tempi, insieme a Batman e Houdini, e gli unici a restare aggrovigliati alla fine siamo noi. L’unica cosa che ci resterebbe in mano nel cercare di afferrarlo è un pugno di mosche, con lui svanito nell’aria. Provare a delineare un suo ritratto è una difficoltà immane: sarebbe quasi come provare a catturare quel vento che, cantava lui stesso in un pezzo strafamoso, dava le risposte a domande abissali. Le risposte di Dylan, se ci sono, le troveremmo trascritte su foglie di palma disperse dal vento. E se anche riuscissimo ad afferrare qualcosa dovremmo chiederci: ma di chi stiamo parlando esattamente, di quale Bob Dylan?

PS: per approfondire la portata culturale e il mondo di questo artista unico il consiglio è leggere “La voce di Bob Dylan” di Alessandro Carrera, forse il massimo dylanologo italiano. C’è poi il sito Maggiesfarm.it in cui sono raccolti una infinità di preziosissimi materiali tra interviste e saggi, oltre a tutti i testi delle canzoni tradotti in italiano.
Ma il primo passo resta, ovviamente, farsi assorbire dalla sua musica e dalle sue parole. Altrimenti anche noi, come lui, non saremmo qui.

Nicola Laurenza

1 commento

  1. Bellissimo articolo…l’ho letto tutto d’un fiato ma lo rileggerò ancora. Si nota la profonda conoscenza di Bob vita ed opere… poi ho visto l’anno di nascita…1991 contro 1948 (il mio). Ma Dylan non ha età… è nato ed è già morto o non è ancora nato e non morirà mai….appartiene alla storia eterna!

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