Cognomi femminili, articolo
fonte: www.culturaemotiva.it

Il tema della parità di genere sta diventando una tematica sempre più presente all’interno del dibattito pubblico: mettere in discussione tutti i canoni prestabiliti sulle differenze di genere permette di fare un lavoro di analisi e di ricerca che serve innanzitutto a capire a che punto siamo arrivati in questo percorso e cosa manca per fare progressi. Di recente è emersa la discussione sull’uso dell’articolo davanti ai cognomi femminili, nonostante questo utilizzo sia da sempre presente nella lingua italiana. In particolare si discute se l’articolo determinativo davanti ai cognomi femminili abbia un potenziale discriminatorio.

Basta aprire qualsiasi quotidiano o rivista per incappare in questo utilizzo, spesso con differenze di genere già all’interno del titolo o nello stesso rigo: “Salvini e la Meloni”, “Renzi e la Boschi”, “Monti e la Fornero”, sono solo alcuni esempi che potrebbero semplicemente dimostrare un corretto utilizzo dell’articolo nella lingua italiana. Ma procediamo per gradi.

Anzitutto occorre sottolineare che la lingua italiana è di per sé sessista, ed è facilmente intuibile dalla presenza di due distinti generi, il maschile e il femminile, e dalla mancanza di un “terzo” genere, ovvero il neutro (diversamente, ad esempio, dal tedesco o dal latino, madre della lingua italiana). Secondo l’Accademia della Crusca, l’articolo davanti ai cognomi femminili ha lo scopo di individuare il genere della persona a cui ci si riferisce: quando l’articolo non è presente, una persona è di sesso maschile, viceversa è femminile. «È come se si volesse ostinarsi a non distinguere la differenza tra andrologo e ginecologo» sostiene Marco Biffi, docente di linguistica all’Università di Firenze. Per molti, sottolineare tale differenza, serve a enfatizzare le peculiarità del sesso femminile e quindi a non “appiattirlo” sul presunto sesso dominante maschile. Il ragionamento potrebbe essere corretto, ma in una società patriarcale è la stessa realtà che ci dimostra esattamente il contrario: il sesso è ancora fonte di giudizio.

Vero è che senza l’articolo diverrebbe difficile comprendere il sesso della persona in questione, ma la vera domanda è un’altra: quanto è importante? Conoscerne il sesso può influenzare il giudizio su ciò che essa ha fatto o detto? Togliere l’articolo davanti ai cognomi femminili significherebbe, di fatto, non dare più importanza al sesso ma porre maggiore attenzione sulle azioni e sui meriti, o anche i demeriti, della persona stessa.

In merito all’uso dell’articolo e alla distinzione di genere, è bene soffermarsi sulle considerazioni di Francisco Villar, professore di linguistica indoeuropea all’Università di Salamanca: 

«Nessuna di queste […] implicazioni del genere risulta imprescindibile, neanche quella, che pure potrebbe sembrare utile, del distinguere i maschi dalle femmine. […] Infatti per la stragrande maggioranza delle specie viventi, l’uomo non ha nessuna necessità o interesse di distinguere il maschio dalla femmina. Non fa grande differenza se ci divora uno squalo maschio o femmina; o se il cameriere ci serve un pagello maschio o femmina. In realtà, gli animali di cui ci interessa il sesso sono molto pochi. E per essi, nella maggior parte dei casi, abbiamo una parola completamente diversa per il maschio e per la femmina (non la stessa parola con variazione di genere). Cominciando dagli esseri umani abbiamo uomo/donna, padre/madre, nuora/genero, marito/moglie. Tra gli animali maiale/scrofa, toro/vacca, ape/fuco».

Stando al parere dello studioso, l’utilizzo dell’articolo e, dunque, la specificazione del sesso all’interno della lingua, non solo non sarebbe imprescindibile, ma a tratti inutile, inopportuno. Un esempio: tutti ricordiamo le celebrazioni per Christine Lagarde quando fu eletta presidente della Banca centrale europea; proprio per quanto detto precedentemente, vista la società patriarcale in cui viviamo, gli elogi furono fatti più per il fatto che una donna avesse avuto un incarico istituzionale di prestigio, piuttosto che per le politiche che avrebbe portato avanti. Poco ha importato se sarebbe stata migliore o peggiore del suo predecessore, Mario Draghi: una donna alla guida della BCE è un evento storico, le politiche neoliberiste e la macelleria sociale a quanto pare no.

Questo è solo uno dei numerosi esempi in cui il sesso è stato considerato più importante delle azioni compiute dalla persona presa in considerazione. Pertanto la rimozione dell’articolo davanti ai cognomi femminili, non solo non va a minare quelle differenze biologiche che oggettivamente esistono, ma va a tutelare ambo i sessi – soprattutto quello femminile, maggiormente soggetto a discriminazioni – in modo che le persone vengano considerate innanzitutto come soggetti pensanti e poi, eventualmente, come maschi o femmine.

Nicolò Di Luccio

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