Angela Merkel, Germania
Fonte: pandorarivista.it

Una delle donne più potenti e influenti del mondo, un personaggio temuto, odiato e venerato. Oggi non esistono termini di paragone degni della caratura politica di Angela Merkel. Alla vigilia delle prime elezioni che non la vedono protagonista assoluta dal 2005, proviamo a tracciare un ritratto della donna che ha guidato la Germania e l’Europa per quindici anni.

La sua storia comincia il 17 luglio 1956 ad Amburgo, quando il suo nome è ancora Angela Dorothea Kassner. La città tedesca che affaccia sul Mare del Nord era stata una delle roccaforti naziste e per questo una delle città più bombardate dopo la fine della guerra. Il padre aveva militato nella gioventù hitleriana, la madre invece era una socialdemocratica convinta. La famiglia si trasferì nella Germania dell’Est, dove il padre diventò un pastore luterano e la madre era un’insegnante di inglese. Merkel cresce quindi in un ambiente in cui le idee e i valori di riferimento dei propri genitori non potrebbero essere più diverse, un’unione che è il frutto di un compromesso tra due posizioni opposte.

Merkel aderisce alla Libera Gioventù Tedesca, associazione comunista che permette ai suoi iscritti l’ammissione nelle università migliori e ne diventa la leader, pur non essendo veramente in linea con le posizioni del partito al potere nella Germania orientale. Si laurea in fisica a Lipsia nel 1978, prende successivamente un dottorato in chimica quantistica e comincia il suo percorso professionale nel mondo accademico.

Dopo il crollo del blocco socialista, la sua ascesa politica è però inarrestabile. Governerà il paese dal 2005, come prima donna ad essere eletta a capo della CDU, l’Unione Democristiana di Germania. Era già stata la ministra più giovane del Cancelliere Kohl, il suo mentore nel 1994, motivo per cui guadagnò il soprannome di Das Madchen, la ragazza. Lo stesso mentore che invitò a dimettersi nel 1999 per via degli scandali finanziari in cui era coinvolto insieme al partito e ad altri rappresentanti.

Angela Merkel è stata più volte identificata come la leader dell’Unione Europea, la sostenitrice dell’austerity nella crisi finanziaria dell’Eurozona del 2010- 2011 effetto di quella globale cominciata nel 2008. Nel caso della risoluzione della crisi del 2010 la linea adottata nei confronti dei paesi periferici dell’UE era stata molto dura e tutti i sostegni dati a paesi come la Grecia o all’Italia erano vincolate al rispetto di norme molto stringenti e riforme strutturali molto importanti che sarebbero serviti a rifinanziare i debiti di questi paesi nei confronti dei creditori francesi, tedeschi e olandesi.

Questa linea del rigore finanziario per anni ha portato ad una contrapposizione anche retorica tra la visione legata alla rigidità e alla risolutezza dei paesi della parte settentrionale dell’Unione Europea contro il lassismo dei paesi mediterranei dell’Unione. Posizione che invece Merkel non ha ribadito nel corso degli ultimi negoziati sul Recovery Plan e sul riconoscere maggiori aiuti ai paesi più colpiti dall’emergenza sanitaria.

Ciò che la Cancelliera ha sempre messo al primo posto è stata la tutela degli interessi economici e di stabilità della Germania. La logica che Merkel ha adottato nei suoi anni di governo è stata infatti definita mercantilistica, di difesa ad ogni costo dell’economia tedesca soprattutto nell’ambito della formulazione delle policy europee e delle negoziazioni tra i paesi UE.

Austera e severa in Europa, troppo liberale in patria, al punto che nel 2005 fu coniato il neologismo Merkelm che prende la sua radice proprio dal cognome della leader tedesca. Con questo termine, utilizzato all’epoca soprattutto dai più giovani per indicare «Il non fare nulla, il tergiversare e rimandare decisioni importanti in seguito», si indicava anche l’atteggiamento di evitare di prendere decisioni importanti e molto spesso prendere fare il minimo necessario per non fallire.

Si è mossa per anni in un ambiente dominato dalla presenza maschile, sia all’interno del partito che fuori dai confini nazionali, trovandosi spesso ad essere l’unica donna nella stanza, nonostante non si sia mai esposta veramente sul femminismo, né puntando mai a divenirne un modello o a rivendicarne le lotte.

Nel 2017 si è anche espressa contrariamente sull’adozione dei matrimoni omosessuali, ribadendo la sua visione conservatrice secondo cui l’unica forma possibile di matrimonio resta quella tra uomo e donna, salvo poi cambiare idea successivamente. È stata criticata per aver mostrato il suo sostegno alla guerra in Iraq del 2003 e per il suo rapporto abbastanza ambiguo con Putin: Angela Merkel parla anche russo, e Putin parla fluentemente il tedesco ma i due non si sono sempre capiti. Con lui è spesso è arrivato allo scontro, soprattutto dopo la questione ucraina.

Prima ancora, nel 2015, ha aperto i confini nazionali ai milioni di rifugiati siriani che scappavano dalla guerra civile del proprio paese, prendendo la decisione con grande anticipo rispetto ai suoi omonimi europei e segnando una nuova fase nella gestione dei flussi migratori. La decisione di aprire a così tanti immigrati, non l’ha risparmiata da critiche e ha generato all’interno del paese nuove forme di intolleranza. Ha lasciato vuoto lo spazio politico più vicino alla destra, dando la possibilità ad Adf (Alternative for Deutschland) di crescere dal malcontento sull’accoglienza, un partito emergente con posizioni xenofobe e neonaziste. Contemporaneamente costringeva alle lacrime una bimba richiedente asilo: con il suo pragmatismo, le aveva candidamente confessato che non potesse esserci posto per accogliere tutti, lei compresa.

Ma non solo e non sempre ha agito da mediatrice a tutti i costi. Non ha fatto fatica ad imporre le misure di lockdown, mostrandosi sia competente che umana nei suoi discorsi sulle limitazioni alle libertà personali necessarie per superare l’emergenza pandemica. In un discorso chiaro e metodico ha illustrato le modalità di contagio e quanto fosse sottile la linea tra il riuscire a gestire l’emergenza e il non farlo per l’aumento anche solo di un punto percentuale dell’indice R di contagiosità. In questo passaggio, si condensa tutta la sua abilità oratoria e la sua identità politica.

Merkel ha aggiunto, nel chiedere al paese di limitare i contatti sociali, che fosse ancora più difficile per lei chiedere questo sforzo al paese, venendo dalla Germania dell’Est comunista e avendo vissuto l’esperienza personale di limitazioni al proprio diritto allo spostamento e alla circolazione.

In questo è stata molto più capace e decisa di altri leader politici nello spiegare le modalità in cui è possibile contagiarsi e usando questo rigore scientifico per legittimare la nuova richiesta di restrizioni. Usare la scienza le ha permesso di non imporre divieti senza spiegazioni, di bensì di legittimare il carattere scientifico del modello di distanziamento sociale.

La nuova generazione dei ragazzi tedeschi non ricorda di aver avuto altre persone al governo, c’è sempre stata lei: Die Mutti, alla cui presenza si era abituati perché scontata. Taciturna e schiva, di formazione scientifica, per 16 anni ha guidato il paese grazie a governi di larghe intese e coalizioni con i social-democratici dell’SPD. Si tratta di quelle stesse nuove generazioni che non sono soddisfatte di quanto fatto dalla Germania in termini di lotta al cambiamento climatico, mostratosi in tutta la sua drammaticità anche con l’ultima alluvione estiva nella parte Ovest del paese. Sono proprio i giovani, probabilmente, la generazione che ha cominciato ad affrancarsi politicamente dall’abbraccio della “madre” della Germania.

Tra i suoi successi politici, o almeno tra quelli che molti tributano alla Cancelliera, si possono annoverare la riduzione dei tassi di disoccupazione, la risoluzione della crisi dell’euro che non ha portato danni ingenti alla Germania e alla svolta energetica (Energiewende) il passaggio graduale della Germania dall’energia nucleare a forme di energia sostenibili.

Spesso l’unica donna presente nei luoghi del potere, Angela Merkel ha un’identità politica ambivalente, figlia della sua lunga carriera politica e delle sue strategie di mediazione: è sia Die Mutti, ovvero “la mamma”, riconosciuta come tale sia da sostenitori che da oppositori, ma è anche conosciuta, soprattutto all’estero, come la Iron Lady dell’austerità, una donna dal dominio indiscutibile in Europa e politicamente solidissima in patria. Sarà difficile trovare un successore alle prossime elezioni del 26 settembre che abbia un impatto ugualmente iconico nell’immaginario della politica occidentale, sia che la si veda come madre affettuosa che come una Lady di Ferro.

Sabrina Carnemolla

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