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Recovery plan: fondi per l’industria bellica dietro la transizione verde

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Recovery plan
Fonte immagine: www.greenpeace.org

Qualcuno smilitarizzi il Recovery plan. Questa, in estrema sintesi, la richiesta che emerge dall’inchiesta recentemente condotta dall’Unità Investigativa di Greenpeace Italia. Come si legge sul quotidiano Domani, doveva essere un Recovery plan incentrato su scuola, sanità e sfida ai cambiamenti climatici e invece rischia seriamente di trasformarsi nel Piano per la competitività del sistema produttivo.

Il Recovery plan è un documento programmatico relativo a investimenti, piani e riforme, che il governo italiano si è impegnato a realizzare al fine di accedere ai 209 miliardi di euro messi a sua disposizione dall’Unione Europea. L’esecutivo è dunque impegnato nelle attività di selezione dei progetti che, ritenuti migliori, gli consentiranno di ottenere i finanziamenti europei previsti nell’ambito del Recovery fund.

Attualmente sono 557 quelli che risultano pervenuti al Ministro degli affari europei, Vincenzo Amendola, che guida la cabina di regia per la scelta dei progetti del Recovery plan. Di questi, un numero assai ridotto è dedicato all’istruzione, alla salute e alla transizione ecologica. Una marginalità di cui si può prendere atto anche attraverso un rapido colpo d’occhio alla lista dei progetti. Al suo interno, il termine “scuola” ricorre appena 24 volte. La parola “salute”, invece, vi figura 54 e l’espressione “cambiamenti climatici” appena 13.

Più diffuso è, al contrario, il termine “sostenibile”. Non a caso quella post-covid promessa dal governo Conte si prospetta una ripartenza all’insegna della sostenibilità. Più che giustificate risultano, pertanto, le perplessità suscitate dal caso del ministero dello Sviluppo economico, che classifica la richiesta per potenziare la filiera industriale aerospaziale e quella della difesa sotto l’etichetta di industria sostenibile. Nemmeno un notevole sforzo interpretativo consentirebbe agevolmente di comprendere cosa ci sia di sostenibile nella produzione di cacciabombardieri multiruolo TEMPEST o in quella dei sottomarini U-212 NFS, prevista in alcuni dei progetti del Recovery plan.

L’impatto ambientale prodotto dal settore militare è a dir poco considerevole. Il consumo di combustibile che viene impiegato per alimentare i veicoli da combattimento aerei, terrestri o navali si traduce, infatti, nell’emissione di miliardi di tonnellate di gas serra. Stime a cui bisogna aggiungere anche l’impatto ambientale derivante dalla produzione di armi e dalla ricostruzione di infrastrutture e servizi distrutti dalla guerra. Le spese militari tuttavia, anche se impiegate per rendere l’industria bellica più sostenibile da un punto di vista ambientale, risultano pur sempre risorse sottratte ad una riconversione ecologica della società e dell’economia. Da qui la necessità, di cui si fa portavoce Greenpeace, di smilitarizzare il Recovery plan e di destinare più fondi al settore dell’istruzione e a quello della salute.

«Troviamo insensato che questi progetti concorrano ai fondi per la ripartenza quando – se guardiamo alla situazione reale del Paese – gli ospedali rischiano nuovamente di riempirsi di malati di Covid-19 e tantissime scuole hanno iniziato le lezioni senza banchi o docenti» afferma Chiara Campione, portavoce del progetto #Restart: le persone e il pianeta prima del profitto, promosso da Greenpeace Italia. Con i 12,5 miliardi di euro richiesti dal dicastero dello Sviluppo economico di Stefano Patuanelli, nell’ambito del Ricovery plan, potrebbero invece risolversi alcuni dei problemi più urgenti della scuola italiana.

Ma il governo preferisce dare la priorità alla produzione di cacciabombardieri e così, in un momento di crisi sanitaria come quello attuale, si pongono le basi per una futura crisi educativa. Da un punto di vista scolastico, infatti, la risposta alla pandemia di coronavirus ha previsto l’impiego di piattaforme digitali, che non hanno esitato a mostrare una marcata disparità nelle opportunità di accesso alle stesse, oltre che una serie di limiti strutturali. Di fronte ai circa dieci milioni di bambini che potrebbero essere costretti a lasciare la scuola a causa della crisi economica generata dal coronavirus, il Papa non ha esitato a parlare di catastrofe educativa. Un’ipotesi, quest’ultima, destinata a diventare tragicamente inesorabile, a meno che non si comprenda che quella dell’istruzione è la sola arma sulla quale è realmente e urgentemente necessario investire.  

Virgilia De Cicco

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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